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il conflitto

"Project Freedom", così gli Usa provano a forza la mano sullo Stretto di Hormuz (ma l'Iran ha già detto che si opporrà): l'ultimo piano di Trump per sbloccare il petrolio

Tra 15.000 soldati americani schierati e le minacce di ritorsione di Teheran, i mercati globali e 20.000 marinai restano in ostaggio di una crisi senza precedenti

04 Maggio 2026, 10:58

"Project Freedom", così gli Usa provano a forza la mano sullo Stretto di Hormuz (ma l'Iran ha già detto che si opporrà): l'ultimo piano di Trump per sbloccare il petrolio

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L’amministrazione statunitense ha annunciato ufficialmente “Project Freedom”, una vasta iniziativa militare volta a ripristinare il traffico mercantile nello Stretto di Hormuz.

L’annuncio ha provocato l’immediata reazione dell’Iran, che ha minacciato ritorsioni armate e definito la mossa una possibile violazione del cessate il fuoco attualmente in vigore. Lo schieramento statunitense, secondo i dati del Comando Centrale (Centcom), comprende circa 15.000 militari, cacciatorpediniere lanciamissili, oltre 100 velivoli e piattaforme senza pilota.

Fonti americane sottolineano che si tratta di una “missione difensiva”: non è previsto un sistema di scorte ravvicinate e permanenti, bensì un dispositivo di coordinamento e condivisione di informazioni sulle rotte più sicure per i mercantili. Obiettivo dichiarato di Washington è predisporre un instradamento controllato per ridurre l’esposizione delle navi al rischio di mine.

La risposta di Teheran è stata netta. Ebrahim Azizi, presidente della commissione parlamentare iraniana per la sicurezza nazionale, ha affermato che qualsiasi interferenza americana nel nuovo assetto marittimo sarà considerata una violazione degli accordi di cessazione delle ostilità.

Fonti vicine agli apparati militari della Repubblica islamica hanno inoltre avvertito che le forze statunitensi potrebbero essere oggetto di attacchi diretti qualora si avvicinassero all’area operativa in modalità ritenute “intrusive”.

Una contrapposizione che trasforma il Golfo in un’area ad altissimo rischio, dove il confine tra difesa marittima e ingerenza unilaterale resta un punto irrisolto.

Le implicazioni economiche sono notevoli: attraverso Hormuz transitano abitualmente circa 20 milioni di barili di petrolio al giorno, pari a quasi un quarto del commercio mondiale via mare, oltre a flussi cruciali di gas naturale liquefatto provenienti da Qatar ed Emirati Arabi Uniti.

Paesi come Iran, Iraq, Kuwait e Bahrein dipendono quasi interamente da questa rotta, privi di alternative terrestri adeguate.

Dopo l’annuncio di “Project Freedom” il WTI ha segnato una lieve flessione, attestandosi intorno ai 101 dollari al barile.

L’assenza di un vero accordo di pace tra Washington e Teheran mantiene però le quotazioni su livelli elevati e incorpora un premio al rischio legato a possibili nuove escalation.

Sul piano umanitario, il quadro si fa più grave. Il segretario generale dell’International Maritime Organization (IMO), Arsenio Dominguez, ha dichiarato che al momento non esiste alcun transito sicuro nell’area.

Secondo l’IMO, circa 20.000 marittimi risultano bloccati a bordo di 1.600 navi ancorate in rada.

Dall’inizio della crisi sono stati documentati 29 attacchi contro imbarcazioni, con almeno 10 vittime tra i marinai.

A bordo si registrano esaurimenti progressivi di acqua, viveri e carburante, mentre la prolungata immobilizzazione sta generando gravi ripercussioni sulla salute mentale degli equipaggi.

Per ora, l’operatività di “Project Freedom” dipende dalla disponibilità di armatori e compagnie assicurative a confidare nella nuova cornice di sicurezza predisposta dagli Stati Uniti e ad autorizzare l’ingresso nel corridoio marittimo. La Casa Bianca ha lasciato intendere che sono in corso contatti diplomatici riservati con l’Iran per evitare che la crisi regionale si trasformi in uno shock economico globale.