a erevan
Meloni si smarca da Trump: "Sulla sicurezza non prendiamo lezioni"
Scontro a distanza sul ritiro dei soldati Usa. Palazzo Chigi sbandiera i numeri: traguardo del 2% raggiunto e orgoglio intatto per il sacrificio nelle missioni in Iraq e Afghanistan
La crescente freddezza di Washington si avverte fino al Caucaso, ma Roma rifiuta di recitare la parte dell’alleato di serie B. Al vertice della Comunità Politica Europea del 4 maggio 2026 a Erevan, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha tracciato una netta linea rossa di fronte all’annuncio di Donald Trump su un possibile disimpegno militare degli Stati Uniti dal Vecchio Continente.
L’ombrello protettivo a stelle e strisce, dato per scontato per quasi ottant’anni, mostra crepe sempre più evidenti e l’Italia ha scelto di muoversi d’anticipo.
“L’arretramento americano non è una prospettiva condivisibile”, ha affermato la premier dalla capitale armena, trasformando lo strappo in un’urgenza strategica: se Washington richiama i propri soldati, l’Europa, e in primo luogo l’Italia, devono farsi carico della propria sicurezza.
L’allarme è scattato dopo che il Pentagono ha confermato il ritiro di circa 5.000 militari dalla Germania, dando sostanza alle minacce di tagli paventate da Trump.
Di fronte a questo scenario, Meloni ha rispedito al mittente le accuse della Casa Bianca verso un’Europa “scroccona”: “Alcune cose dette contro l’Italia non sono corrette”, ha ribadito, rivendicando l’affidabilità di Roma e i sacrifici sostenuti in teatri come Iraq e Afghanistan, dove il contingente italiano arrivò nella fase finale a schierare fino a 800 militari.
In tempi di instabilità globale, però, contano i numeri più delle parole. E qui l’esecutivo mette sul tavolo il proprio asso: secondo le stime preliminari della Nato, nel 2025 l’Italia ha raggiunto e superato la soglia del 2% del Pil destinato alla Difesa, attestandosi al 2,01%, con un balzo notevole rispetto all’1,52% del 2024. Un risultato, al tempo stesso contabile e politico, che rafforza la credibilità di Palazzo Chigi dinanzi all’Alleanza, la quale ora guarda al nuovo e monumentale traguardo del 5% del Pil entro il 2035.
Bruxelles, tuttavia, avverte che l’epoca dei soli bilanci è finita: servono prontezza operativa, capacità, infrastrutture cibernetiche e un’industria in grado di sostenere l’urto.
La posta in gioco per l’Italia è elevatissima, soprattutto alla luce della propria geografia militare. A dicembre 2025, i militari statunitensi presenti nel Paese sono circa 12.700. Solo a Napoli la Naval Support Activity ospita 8.500 persone e oltre 50 comandi, mentre la base di Aviano costituisce l’unica ala da combattimento stabilmente assegnata a sud delle Alpi, snodo cruciale per l’intero Mediterraneo allargato. Mettere mano a questi presidi significherebbe ridisegnare l’architettura di sicurezza tra Europa, Africa e Medio Oriente.
La La premier prepara così il terreno a un discorso scomodo che presto andrà rivolto agli italiani: la sicurezza ha un prezzo molto elevato. In un’epoca in cui la deterrenza statunitense non è più un dogma, i cittadini dovranno accettare che, in un bilancio già sotto stress, risorse aggiuntive saranno destinate ai mezzi militari. L’era del “pilota automatico” atlantico si è chiusa.