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5 maggio 2026 - Aggiornato alle 13:05
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padova

L'ultimo saluto a Alex Zanardi, l'Italia si ferma per i funerale del campione

Folla nella Basilica di santa Giustina, Sotto l’altare è stata collocata l’handbike dell’atleta bolognese, solitamente custodita nel vicino museo della Medicina

05 Maggio 2026, 11:06

L'ultimo saluto a Alex Zanardi, l'Italia si ferma per i funerale del campione

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Appena varcata la soglia della Basilica di Santa Giustina, non sono il feretro né i volti delle istituzioni o dei volti noti a catturare lo sguardo. È un’altra immagine a imporsi: una handbike, muta e densissima di significato, accostata all’altare.

Fuori, su Prato della Valle, una pioggia insistente bagna le migliaia di persone rimaste in attesa, quasi a voler prolungare con la loro presenza il tempo condiviso con Alex Zanardi. Le esequie, celebrate martedì 5 maggio 2026, hanno riunito oltre duemila persone all’interno della grande chiesa padovana, mentre centinaia di cittadini hanno seguito la funzione all’esterno, davanti a un maxischermo predisposto dal Comune per contenere l’immenso affetto popolare.

L’arrivo della bara bianca, attorno alle 11, è stato accompagnato dagli applausi e da un gesto sobrio e potentissimo: la moglie, Daniela Manni, e il figlio, Niccolò, hanno rivolto ai presenti un saluto a mani giunte sotto la pioggia, un ringraziamento silenzioso per la vicinanza in ore drammatiche.

Per espressa volontà della famiglia, non ci sono state dirette televisive, scelta che ha preservato un tono raccolto e fedele alla dimensione più privata del commiato a un uomo che ha sempre affrontato con assoluta dignità la propria sofferenza.

Ad aprire il corteo lungo la navata, prima del feretro, c’erano gli atleti di Obiettivo3, il progetto fondato da Zanardi nel 2017 per avvicinare le persone con disabilità allo sport, offrendo un sostegno decisivo non solo tecnico ma anche economico per superare la barriera dei costi degli ausili. La loro presenza ha trasformato l’addio in una vera e propria “dichiarazione di eredità”.

Alex non è stato soltanto un emblema di rinascita: ha messo in piedi opportunità concrete e percorsi reali per gli altri. La handbike accanto all’altare racchiudeva questa metamorfosi: da pilota amatissimo a campione paralimpico, fino a instancabile promotore di una cultura sportiva inclusiva ed emancipante.

Ad ascoltare l’omelia, con la chiesa gremita sin dalle 9, c’erano istituzioni, amici e personalità: Gianni Morandi, Bebe Vio, Alberto Tomba, il presidente del CONI Giovanni Malagò, il ministro per lo Sport Andrea Abodi e il sindaco di Bologna Matteo Lepore. A celebrare il rito è stato don Marco Pozza, cappellano del carcere Due Palazzi di Padova e amico fraterno di Zanardi.

Il sacerdote ha evitato ogni canonizzazione di comodo, smontando il rischio di ridurre tutto a uno “spettacolo del dolore”, e ha ricordato come Alex abbia sempre condiviso la propria energia senza celare la fatica. Ha sottolineato che Zanardi ha reso tutti, lui compreso, “uomini migliori”, e che raccoglierne l’eredità significa guardare ai suoi traguardi senza scadere nella retorica incompleta dell’eroe che sfida il destino.

La statura di Zanardi travalica di gran lunga i confini dello sport, pur con un palmarès straordinario. La FIA lo ha ricordato per i due titoli CART conquistati negli Stati Uniti nel 1997 e nel 1998 e per il passato in Formula 1, prima del tragico incidente del 2001 in cui perse entrambe le gambe.

Il Comitato Paralimpico Internazionale ha celebrato i suoi successi nel paraciclismo: a Londra 2012 l’oro nella cronometro H4 e nella prova su strada, oltre all’argento nella staffetta mista; a Rio 2016 l’oro nella cronometro H5 e nella staffetta mista, con l’argento nella gara in linea.

Eppure, il lutto istituzionale e popolare di queste ore — dal minuto di silenzio disposto dal CONI per tutte le manifestazioni sportive in Italia, al lutto regionale del Veneto, fino alle bandiere a mezz’asta di Noventa Padovana, dove Zanardi viveva da oltre vent’anni — riconosce qualcosa di ben più profondo dei suoi ori olimpici.

Negli anni seguiti al secondo gravissimo incidente in handbike durante una manifestazione in Toscana, nel 2020, la sua esistenza si era fatta più riservata, segnata dalla riabilitazione, fino al sereno e improvviso addio della sera del 1° maggio 2026, circondato dalla famiglia.

Zanardi ha consegnato all’Italia un “lessico diverso” per parlare di disabilità, ambizione, resilienza e normalità. Nella sua narrazione non c’è mai stata autocommiserazione, ma una rara capacità di far convivere sofferenza e ironia, competitività e leggerezza.

Oggi, la pioggia di Padova e il ringraziamento silenzioso di Daniela e Niccolò confermano che la sua storia non si chiude: l’uomo e il campione sono entrati, per sempre, nella lingua emotiva del Paese.