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5 maggio 2026 - Aggiornato alle 22:02
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Hormuz, le incognite sulla mossa di Trump: gli Stati Uniti guideranno le navi nel collo di bottiglia del petrolio mondiale

Battezzata “Project Freedom”, l’iniziativa promette di riaprire il passaggio. Ma tra messaggi segreti a Teheran, poche navi in movimento e regole opache, la vera domanda è: chi si fiderà a entrare per primo?

05 Maggio 2026, 18:58

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Hormuz, la mossa di Trump che alza la posta: gli Stati Uniti “guideranno” le navi nel collo di bottiglia del petrolio mondiale

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Nello Stretto di Hormuz, dove ogni miglio conta e ogni segnale radar può cambiare il prezzo dell’energia, l’annuncio di Donald Trump ha il suono di una sfida strategica: da lunedì 4 maggio 2026, gli Stati Uniti guideranno le navi commerciali attraverso il passaggio, in un’operazione che la Casa Bianca e i comandi militari hanno battezzato “Project Freedom”. L’obiettivo dichiarato è ripristinare la libertà di navigazione. Il problema, almeno per ora, è che restano poco chiari i dettagli pratici, la durata, la catena di comando e il grado di rischio che armatori e equipaggi dovrebbero accettare.

L’annuncio arriva dopo settimane in cui lo Stretto è stato di fatto paralizzato dalla guerra esplosa il 28 febbraio e dal successivo braccio di ferro tra Washington e Teheran. In queste acque si concentra circa 20 milioni di barili al giorno, pari a circa il 25% del commercio mondiale marittimo di petrolio, mentre una quota enorme del gas naturale liquefatto di Qatar ed Emirati Arabi Uniti dipende dallo stesso corridoio. Per questo non si tratta di un episodio regionale, ma di una crisi che tocca insieme energia, assicurazioni, logistica e sicurezza internazionale.

Che cosa ha annunciato Trump

Secondo quanto comunicato da U.S. Central Command (CENTCOM) il 3 maggio 2026, le forze americane hanno iniziato a sostenere Project Freedom dal giorno successivo, cioè il 4 maggio, con lo scopo di “ripristinare la libertà di navigazione per il traffico commerciale” attraverso lo Stretto. Nella versione politica del messaggio, Trump ha presentato l’operazione come un gesto in favore dei Paesi e delle compagnie rimaste bloccate, descrivendole come soggetti “neutrali” e “innocenti” nel conflitto. Ma proprio questa formulazione, solo in apparenza rassicurante, nasconde il primo nodo: chi decide quali navi rientrino nella categoria dei soggetti da proteggere, con quali criteri e con quali garanzie?

Le informazioni pubbliche diffuse finora indicano un’operazione dal profilo militare imponente. L’ammiraglio Brad Cooper, comandante di CENTCOM, ha parlato di cacciatorpediniere dotati di difesa antimissile, di oltre 100 velivoli basati a terra e in mare, di piattaforme senza equipaggio in più domini e di circa 15.000 militari impiegati per creare un “ombrello” difensivo sopra lo Stretto. È un dispositivo che suggerisce due cose: la prima, che Washington considera concreto il rischio di attacchi iraniani; la seconda, che non siamo davanti a una semplice scorta navale, ma a una cornice di protezione ampia, costosa e ad alto tasso di escalation potenziale.

Il punto cieco dell’operazione: molte forze, poche istruzioni pubbliche

Ed è proprio qui che nasce la perplessità dei mercati e degli operatori. Le autorità americane hanno chiarito il fine generale, ma non hanno spiegato con precisione la meccanica del transito: non è del tutto chiaro se si tratti di scorte ravvicinate, di corridoi temporanei, di convogli, di semplice deconfliction con i comandi navali o di una combinazione variabile di questi strumenti. Anche la partecipazione di altri Paesi appare, almeno per ora, incerta. Associated Press ha rilevato che, mentre Trump ha sollecitato contributi internazionali, non era immediatamente evidente il coinvolgimento operativo di altre nazioni nella giornata iniziale dell’iniziativa.

Per gli armatori, del resto, la questione non è semantica ma finanziaria e umana. Una compagnia decide di muovere una nave se ritiene accettabile il rischio per l’equipaggio, la copertura assicurativa, i tempi di attesa, la vulnerabilità a mine, droni, missili o barchini veloci, e la chiarezza del coordinamento radio e militare. Diversi analisti interpellati dalla stampa specializzata hanno osservato che il solo annuncio di una protezione americana non basta a riattivare il traffico: il settore attende di vedere più transiti riusciti e indenni prima di considerare di nuovo “normale” una rotta che oggi normale non è affatto. 

Le prime 24 ore: pochi risultati visibili, tensione altissima

I numeri del debutto raccontano più prudenza che svolta. Nelle prime ore di Project Freedom, secondo Associated Press e altre fonti concordanti, solo due navi mercantili battenti bandiera americana hanno attraversato lo Stretto con assistenza statunitense. Nello stesso tempo, il grosso del traffico è rimasto fermo o estremamente riluttante a muoversi. Il quotidiano Axios ha riferito che, nelle prime 24 ore, il flusso di petrolio e merci non è aumentato in modo significativo e che il giorno successivo non risultavano ulteriori transiti oltre a quelli già annunciati. È un elemento cruciale: sul piano politico, Trump ha potuto mostrare decisione; sul piano operativo, il mercato ha risposto con un attendismo che equivale a un giudizio di fiducia ancora sospeso.

Intanto la cornice militare si è fatta subito più tesa. Le forze statunitensi hanno dichiarato di aver affondato sei piccole imbarcazioni iraniane che, secondo CENTCOM, minacciavano navi civili sotto protezione americana; hanno inoltre denunciato il lancio iraniano di missili e droni contro naviglio protetto dagli Stati Uniti. L’Iran, da parte sua, ha contestato la versione americana e ha ribadito che ogni transito nello Stretto dovrebbe continuare a coordinarsi con Teheran. In altre parole: Project Freedom nasce per riaprire il passaggio, ma esordisce dentro una disputa ancora aperta sulla sovranità di fatto, sul diritto di passaggio e sui limiti del cessate il fuoco.

Il messaggio segreto a Teheran e il rischio di escalation

Uno degli elementi più rivelatori emersi nelle ultime ore riguarda il canale riservato tra le due capitali. Axios ha riferito che un alto funzionario dell’amministrazione Trump avrebbe avvertito privatamente l’Iran, già nella giornata di domenica 3 maggio, dell’imminente avvio dell’operazione, chiedendo di non interferire. Se confermata, questa informazione fotografa bene il doppio binario di Washington: mostrare forza in pubblico, cercare allo stesso tempo di limitare l’escalation dietro le quinte. È un equilibrio fragile, perché basta un singolo errore di calcolo — un missile, un falso allarme, una collisione, una lettura aggressiva di una manovra — per trasformare una missione presentata come “difensiva” in un nuovo capitolo di guerra aperta.

La stessa amministrazione americana, pur insistendo sul carattere temporaneo e protettivo dell’iniziativa, sembra consapevole di muoversi su un crinale. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha sostenuto che Washington non cerca uno scontro e che le comunicazioni verso gli iraniani avvengono sia in modo pubblico sia riservato. Ma le rassicurazioni verbali pesano meno quando, sul mare, si moltiplicano contatti ostili, droni, motoscafi e fuoco reale. In queste condizioni, la distinzione tra deterrenza e provocazione non dipende dalla formula usata nei briefing, ma dal comportamento degli attori sul campo.

Perché Hormuz conta più di qualunque slogan

Lo Stretto di Hormuz non è soltanto un passaggio: è un acceleratore geopolitico. Nel suo punto più stretto, le corsie navigabili sono ridotte a canali di appena 2 miglia nautiche per senso di marcia, separati da una zona cuscinetto di altre 2 miglia nautiche. Basta questo dato tecnico a capire perché il controllo militare, la posa di mine, la minaccia di missili costieri o l’azione di unità leggere possano rendere insicuro l’intero sistema. Per diversi produttori del Golfo — tra cui Iran, Iraq, Kuwait, Qatar e Bahrein — la grande maggioranza delle esportazioni energetiche continua a dipendere da questo snodo, mentre solo Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti dispongono di limitate alternative via pipeline.

La vulnerabilità, peraltro, non riguarda solo il petrolio. L’International Energy Agency sottolinea che circa il 19% del commercio globale di GNL dipende dai flussi che passano da qui, con Qatar ed EAU particolarmente esposti. In pratica, una crisi prolungata nello Stretto può influenzare insieme i prezzi del greggio, quelli del gas, i costi assicurativi, le catene di approvvigionamento industriali e persino la produzione di fertilizzanti. È questo il motivo per cui ogni annuncio politico su Hormuz viene letto immediatamente nei terminali finanziari, nelle sale operative delle compagnie navali e nei palazzi dei governi asiatici ed europei.

L’Iran prova a imporre la sua grammatica del passaggio

Sul piano iraniano, la linea è altrettanto netta: Teheran non intende riconoscere automaticamente il diritto degli Stati Uniti a definire da soli le regole del traffico marittimo nello Stretto in piena crisi. Secondo AP, l’Iran ha di fatto chiuso il passaggio negli ultimi mesi attaccando alcune navi e imponendo ad altre non affiliate a Usa o Israele la possibilità di transito a certe condizioni, compreso il pagamento di pedaggi. In parallelo, esponenti iraniani hanno minacciato di colpire qualsiasi forza militare straniera, “specialmente” quella americana, che tenti di entrare o avvicinarsi all’area senza accettare il quadro definito da Teheran.

Anche sul terreno della comunicazione politica, il messaggio iraniano è chiaro: presentare Project Freedom non come iniziativa umanitaria ma come estensione della pressione militare americana. Il presidente del Parlamento, Mohammad Bagher Ghalibaf, ha parlato di una “nuova equazione”, mentre il ministro degli Esteri Abbas Araghchi ha fatto sapere che i negoziati indiretti con gli Stati Uniti, mediati dal Pakistan, starebbero facendo progressi. Sono segnali contraddittori solo in apparenza: l’Iran minaccia per alzare il costo dell’operazione, ma lascia socchiusa la porta diplomatica per evitare di essere trascinato in un’escalation fuori controllo.

Il vero test non è militare: è psicologico e commerciale

In queste ore, il successo o l’insuccesso di Project Freedom si misura meno sulle conferenze stampa che sulle plance di comando. Se nei prossimi giorni altri mercantili, non solo statunitensi, accetteranno di transitare e lo faranno senza incidenti, Trump potrà sostenere di aver incrinato il potere di interdizione iraniano. Se invece le navi continueranno a rimanere all’ancora, allora l’operazione rischierà di apparire come una dimostrazione di forza militarmente impressionante ma economicamente insufficiente.

È qui che si gioca la partita più delicata. Gli Stati Uniti possono schierare mezzi, uomini e copertura aerea; possono anche convincere alcuni operatori americani a fare da apripista. Ma non possono imporre fiducia al mercato con un ordine esecutivo. La fiducia si conquista con transiti ripetuti, regole chiare, coperture assicurative sostenibili e soprattutto con la percezione che il rischio di un attacco resti sotto soglia. Fino ad allora, il corridoio energetico più importante del pianeta resterà aperto solo sulla carta o, peggio, aperto a metà: abbastanza da rivendicare un successo politico, non abbastanza da ristabilire una normalità commerciale.

Una scommessa americana sul tempo

Per ora, dunque, Project Freedom è soprattutto una scommessa. Una scommessa di Trump sulla deterrenza: mostrare all’Iran che gli Stati Uniti sono pronti a usare forza, tecnologie e presenza militare per impedire che Hormuz resti ostaggio di Teheran. Una scommessa dei vertici di CENTCOM sulla capacità di offrire protezione credibile in uno spazio marittimo minuscolo ma ipersaturo di minacce. E una scommessa dell’economia globale sulla possibilità che una crisi costruita metro per metro nel Golfo non degeneri in uno shock energetico pieno.

Il punto, però, è che la distanza fra annuncio e risultato resta ancora ampia. Gli Stati Uniti hanno messo in mare il loro messaggio: chi tocca le navi, sfida Washington. L’Iran ha risposto con il proprio: nessuno passa davvero senza fare i conti con Teheran. In mezzo ci sono centinaia di navi ferme, equipaggi stremati, mercati nervosi e un passaggio d’acqua che continua a decidere più del destino del petrolio: decide il margine di errore concesso alle grandi potenze quando scelgono di misurarsi a pochi metri dalla collisione.