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Conflitto

Memorandum, finestra diplomatica o pausa pericolosa? Lo Stretto di Hormuz, il nucleare e la scommessa di Trump

Tra Teheran e Washington, una fragile finestra diplomatica propone una moratoria sull'arricchimento, la riapertura di Hormuz e il rischio di nuove escalation

07 Maggio 2026, 11:12

11:20

Iran e Stati Uniti, il ritorno della diplomazia sotto il rombo dei bombardieri

Donald Trump parla di un’intesa “molto possibile” dopo “ottimi colloqui” con Teheran. Ma dietro l’ottimismo della Casa Bianca restano aperti i nodi veri: Stretto di Hormuz, programma nucleare, sanzioni e una tregua ancora troppo fragile per dirsi pace.

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A Teheran, sotto un cartellone che mostra lo Stretto di Hormuz e il volto cucito di Donald Trump, un uomo agita la bandiera iraniana. A Washington, nello stesso momento, il presidente americano assicura che un accordo è a portata di mano. In mezzo ci sono petroliere ferme, mercati che oscillano, un cessate il fuoco appeso ai dettagli e una domanda che nessuno, per ora, può sciogliere con certezza: la finestra diplomatica apertasi in queste ore è davvero l’inizio della fine della crisi, oppure soltanto una pausa tra due nuove escalation?

Il dato politico più rilevante è che la Casa Bianca ha scelto di alzare insieme due registri opposti: la promessa dell’accordo e la minaccia della forza. Trump ha detto ai giornalisti che gli Stati Uniti hanno avuto “ottimi colloqui” con l’Iran nelle ultime 24 ore e che un’intesa è “molto possibile”. Nello stesso passaggio, però, ha ribadito la linea rossa americana: Teheran non può dotarsi di un’arma nucleare. E, in parallelo, ha fatto sapere che in assenza di un’intesa potrebbero tornare bombardamenti “a un livello e con un’intensità molto più alti”.

L’ottimismo del presidente statunitense non nasce nel vuoto. Secondo fonti raccolte da Axios, la Casa Bianca ritiene di essere vicina a un memorandum d’intesa di una sola pagina, articolato in 14 punti, che servirebbe a fermare la guerra e ad aprire una fase negoziale più ampia sui dossier di fondo. Fra gli elementi discussi ci sarebbero una moratoria sull’arricchimento dell’uranio da parte iraniana, un allentamento delle sanzioni americane, lo sblocco di fondi iraniani congelati e la graduale riapertura del transito nello Stretto di Hormuz. Nulla, tuttavia, risulta ancora formalmente concordato. Ed è questo il punto decisivo: la diplomazia è entrata nella fase in cui le indiscrezioni corrono più veloci delle firme.

Il messaggio di Trump: pace sì, ma alle condizioni di Washington

La frase chiave pronunciata dal presidente americano è politicamente semplice e strategicamente pesante: “Vogliono molto fare un accordo”. Nel lessico trumpiano, l’idea è che la pressione militare ed economica abbia costretto l’Iran a trattare da una posizione di debolezza. In questa lettura, la possibile intesa non sarebbe il frutto di un compromesso simmetrico, ma la ratifica di un nuovo rapporto di forza. È una narrazione che può funzionare sul piano interno statunitense, ma che rende inevitabilmente più difficile per la leadership iraniana presentare l’accordo come sostenibile davanti al proprio establishment.

Non a caso, da Teheran i segnali restano prudenti e contraddittori. L’Associated Press riferisce che l’Iran sta esaminando l’ultima proposta americana; allo stesso tempo, il portavoce del ministero degli Esteri, Esmaeil Baghaei, ha dichiarato alla televisione di Stato che le ricostruzioni diffuse da Axios sono state “fortemente respinte”, pur confermando che l’ultima proposta di Washington è oggetto di valutazione. È il linguaggio tipico dei negoziati ad alta tensione: non chiudere la porta, ma evitare di apparire già dentro la stanza.

Perché conta davvero lo Stretto di Hormuz

Dietro ogni formula diplomatica, in questa crisi, c’è una geografia molto concreta. Lo Stretto di Hormuz è il collo di bottiglia attraverso cui passa una quota decisiva dell’energia mondiale. Secondo la International Energy Agency, nel 2025 vi sono transitati quasi 20 milioni di barili al giorno di petrolio e prodotti petroliferi; solo il greggio valeva quasi 15 milioni di barili al giorno, pari a circa il 34% del commercio globale di greggio. Sempre l’IEA segnala che circa il 19% del commercio mondiale di GNL dipende da quello stretto passaggio marittimo. La U.S. Energy Information Administration stima inoltre che nel 2024 i flussi attraverso Hormuz equivalessero a circa il 20% del consumo globale di liquidi petroliferi. In altre parole: non è soltanto una crisi regionale. È un interruttore dell’economia globale.

Questo spiega perché la riapertura dello stretto sia diventata uno dei cardini delle trattative. L’AP riferisce che centinaia di navi mercantili restano bloccate nel Golfo Persico, mentre il costo dell’interruzione pesa direttamente su assicurazioni, rotte commerciali e prezzi dell’energia. La compagnia Hapag-Lloyd, citata dalla stessa agenzia, ha stimato un costo di circa 60 milioni di dollari a settimana legato alla chiusura dello stretto. Quando Trump dice di voler “porre fine alla guerra”, dunque, non parla solo di missili e cessate il fuoco: parla anche di riattivare un’arteria commerciale che incide sull’inflazione, sui prezzi dei carburanti e sugli equilibri dei mercati globali.

La tregua fragile e la diplomazia che cambia forma

Il contesto, però, resta instabile. Secondo l’Associated Press, la guerra è iniziata il 28 febbraio 2026, quando Stati Uniti e Israele hanno lanciato attacchi contro l’Iran. Da allora la crisi ha seguito un andamento irregolare, fatto di azioni militari, dichiarazioni contraddittorie e negoziati indiretti. Sempre l’AP segnala che una fragile tregua è in vigore dal 8 aprile 2026, ma la sua tenuta è stata già più volte messa in discussione. L’impressione è quella di un conflitto che non si è davvero chiuso, ma che ha temporaneamente sospeso la sua fase più intensa per lasciare spazio a un braccio di ferro politico-diplomatico.

Anche i canali della mediazione si sono moltiplicati. Nei primi round negoziali del febbraio 2026, l’Oman ha svolto un ruolo centrale. Il ministero degli Esteri omanita ha riferito che i colloqui fra le delegazioni iraniana e americana sono serviti a chiarire le rispettive posizioni e a individuare aree di possibile progresso. Il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi parlò allora di un avvio “positivo” e ringraziò Mascate per aver creato le condizioni del dialogo. Ora il formato sembra essersi allargato e spostato, ma il dato resta: la diplomazia sull’Iran continua ad avere bisogno di mediatori terzi, discreti e credibili.

Il nodo vero resta il programma nucleare

Se si va oltre gli slogan, il cuore del negoziato è uno solo: che cosa fare del programma nucleare iraniano. Qui il margine della diplomazia si restringe, perché si entra nel territorio della verifica tecnica e della fiducia minima necessaria a rendere credibile qualsiasi impegno. L’Agenzia internazionale per l’energia atomica non è oggi in grado di verificare se l’Iran abbia effettivamente sospeso tutte le attività di arricchimento, né può indicare con precisione consistenza, composizione e ubicazione attuale della scorta di uranio arricchito nei siti colpiti. È un punto cruciale: senza verifica indipendente, nessun accordo può essere davvero solido.

Un rapporto dell’IAEA, riportato da Reuters e da altre testate internazionali alla fine di febbraio 2026, indicava inoltre che parte dell’uranio iraniano arricchito fino al 60% sarebbe stata conservata in un’area sotterranea del sito di Isfahan. Si tratta di un livello molto vicino alla soglia che, sul piano tecnico, alimenta le preoccupazioni internazionali. In parallelo, l’AP ha riferito che l’agenzia dell’ONU ha perso continuità di conoscenza sul programma e considera urgente ristabilire accesso e monitoraggio. È uno dei motivi per cui la formula di una semplice tregua o di un memorandum preliminare, da sola, non basta: il dossier nucleare richiede tempi, ispezioni, procedure e garanzie che non si improvvisano in 24 ore.

Secondo le anticipazioni raccolte da Axios, la durata della moratoria sull’arricchimento sarebbe uno dei punti ancora più contesi: alcune fonti parlano di almeno 12 anni, altre di 15, mentre l’Iran avrebbe proposto una sospensione più breve. Se confermato, questo dettaglio direbbe molto del negoziato in corso: non si discute più soltanto se fermare la guerra, ma per quanto tempo congelare una delle leve strategiche più sensibili della Repubblica islamica.

L’Europa osserva, la Cina pesa

Nel gioco diplomatico non ci sono solo Washington e Teheran. La Francia, per esempio, si prepara a far sentire il proprio peso sul terreno marittimo. Il presidente Emmanuel Macron ha detto che il gruppo d’attacco della portaerei francese si sta muovendo verso il Mar Rosso in vista di una possibile missione franco-britannica per ripristinare la sicurezza marittima nello Stretto di Hormuz, quando le condizioni lo consentiranno. È un segnale politico doppio: l’Europa non vuole restare ai margini della crisi e considera la libertà di navigazione un interesse strategico diretto.

La Cina, tuttavia, è probabilmente l’attore esterno con la leva più significativa su Teheran. Il ministro degli Esteri cinese Wang Yi, dopo aver incontrato Abbas Araghchi a Pechino, ha chiesto un cessate il fuoco complessivo. La posizione cinese conta per ragioni economiche e politiche: la Cina è uno dei principali sbocchi del petrolio che passa da Hormuz e mantiene con l’Iran un rapporto che nessun altro grande attore occidentale può vantare. Per questo l’amministrazione Trump, secondo l’AP, sta cercando di spingere Pechino a usare la propria influenza per favorire la riapertura dello stretto.

Ottimismo reale o tattica negoziale?

La domanda finale, per i lettori, è se l’ottimismo della Casa Bianca vada preso alla lettera. La risposta più onesta è: solo in parte. Ci sono indizi che qualcosa si muova davvero. Le ultime 24 ore hanno prodotto messaggi convergenti sulla possibilità di un’intesa; l’Iran non ha chiuso la porta; mediatori e attori terzi si stanno attivando; i contorni di un possibile schema negoziale cominciano a emergere. Tutto questo non è poco.

Ma esistono anche almeno quattro ragioni per restare prudenti. La prima è che la narrativa americana è stata, nelle ultime settimane, mobile e talvolta contraddittoria, come rilevato dalla stessa AP. La seconda è che le condizioni di verifica sul nucleare restano insufficienti. La terza è che l’apertura di Hormuz non dipende da una formula retorica, ma da meccanismi operativi e di sicurezza molto concreti. La quarta è che la leadership iraniana appare divisa, e persino fonti americane ammettono che trovare un consenso interno a Teheran potrebbe rivelarsi complicato.

Eppure, in Medio Oriente, anche un risultato parziale può cambiare il quadro. Se davvero si arrivasse a un’intesa preliminare che congelasse l’escalation, riaprisse almeno in parte lo Stretto di Hormuz e rimettesse il programma nucleare iraniano dentro un perimetro ispezionabile, non sarebbe ancora la pace. Sarebbe però qualcosa che oggi somiglia molto a una rarità strategica: una de-escalation con effetti immediati sia sul terreno sia sui mercati. Dopo mesi di guerra, di minacce incrociate e di diplomazia intermittente, non è poco. Ma non è ancora abbastanza per dichiarare chiusa la crisi.