il racconto
Marco Poggi contro i Carabinieri: "Mi state influenzando"
Nelle nuove carte esplode lo scontro frontale tra il fratello di Chiara e gli inquirenti. L'accusa shock: pressioni e verbali pilotati per incastrare l'amico Sempio
Quasi diciannove anni dopo il brutale omicidio di Chiara Poggi, lo scontro che segna le nuove carte giudiziarie non corre soltanto lungo l’asse accusa-difesa: è un inedito, doloroso confronto insieme istituzionale e umano raccontato dal Tg1.
Da un lato l’Arma dei Carabinieri e la Procura di Pavia, decise a stringere definitivamente il cerchio attorno ad Andrea Sempio, oggi indicato come possibile autore solitario del delitto; dall’altro Marco Poggi, fratello della vittima, che respinge con fermezza una ricostruzione investigativa ritenuta manipolatoria e forzata.
Non più soltanto il familiare travolto da un lutto interminabile, nelle audizioni più recenti Marco si è presentato come testimone determinato e severo verso le modalità d’indagine, arrivando ad accusare apertamente chi conduce le verifiche di tentare di indirizzare le sue dichiarazioni.
Gli atti della nuova inchiesta restituiscono intatto il clima rovente delle sedute del 20 maggio 2025 e del 6 maggio 2026: è in quelle stanze che esplode la sua protesta. Incalzato sui ricordi e sul suo antico legame con l’indagato, Poggi sbotta, puntando il dito contro le divise davanti a lui: "Io capisco che fate il vostro lavoro, però in questa situazione mi state influenzando".
Parole pesanti, che denunciano una pressione psicologica giudicata insostenibile e il tentativo di instradare la memoria verso una tesi accusatoria preconfezionata. Il senso di accerchiamento e la sfiducia nei confronti di chi verbalizza emergono anche in un’altra frase, amara e rivelatrice: "Non so cosa rispondere perché se do una risposta poi questo scrive...".
Una tensione che, agli occhi della parte pubblica, si traduce nella figura di un testimone ormai “ostile”, impegnato in una “costante difesa d’ufficio” di Andrea Sempio. Nelle informative dei Carabinieri si segnala inoltre una sospetta “modificazione” dei racconti forniti da Poggi nel corso degli anni, quasi che l’incrollabile lealtà all’amico d’infanzia fosse un argine alla ricerca della verità.
La prospettiva cambia radicalmente se osservata dal punto di vista di Marco: un uomo trascinato, suo malgrado, dentro un copione investigativo che non condivide e che reputa già orientato. Durante gli estenuanti interrogatori gli sono stati esibiti tutti i capisaldi del nuovo impianto accusatorio: la controversa impronta palmare 33, gli esiti genetici sul DNA rinvenuto sotto le unghie di Chiara.
Gli sono state persino fatte ascoltare le intercettazioni ambientali captate nell’auto di Sempio, conversazioni che la difesa bolla come semplici commenti a un podcast sul caso. Nessuno di questi elementi ha incrinato le sue convinzioni.
L’avvocato di Marco, Francesco Compagna, fa scudo attorno al proprio assistito: sottolinea che Poggi ha risposto a tutte le domande, non ha nulla da nascondere, ma mantiene totale diffidenza verso l’ipotesi di colpevolezza di Sempio. Una posizione condivisa dall’intera famiglia della vittima, che rifiuta di aderire ciecamente alle tesi dell’accusa e fa quadrato su una linea di prudenza.