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il giallo

Il giallo di Diabolik riparte da zero: cancellato a Calderon l'ergastolo in Appello

La sentenza choc scagiona l'imputato per l'omicidio dello storico capo ultrà della Lazio. A distanza di anni mancano all'appello sia i mandanti che i veri sicari

08 Maggio 2026, 18:51

19:00

Il giallo di Diabolik riparte da zero: cancellato a Calderon l'ergastolo in Appello

Il caso sulla morte di Fabrizio Piscitelli, il leader degli Irriducibili della Lazio conosciuto come “Diabolik”, assassinato con un colpo di pistola alla testa il 7 agosto 2019 nel parco degli Acquedotti, registra un inatteso capovolgimento giudiziario.

Raul Esteban Calderon, fino a ieri imputato come presunto esecutore materiale dell’omicidio, è stato assolto in Appello con la formula piena “per non aver commesso il fatto”.

La Prima Corte d’Assise d’Appello, presieduta da Vincenzo Capozza, ha così rovesciato integralmente la condanna all’ergastolo inflitta in primo grado, demolendo l’impianto accusatorio.

Solo il 16 febbraio scorso, in udienza, la pubblica accusa aveva difeso con decisione la linea della massima severità. Il pm della Dda di Roma Francesco Cascini, applicato al procedimento, insieme ai sostituti procuratori generali Pantaleo Polifemo ed Eugenio Rubolino, aveva chiesto non soltanto la conferma dell’ergastolo per l’argentino, ma anche il riconoscimento dell’aggravante del metodo mafioso, non accolta in precedenza.

La scelta dei giudici d’Appello segna una rottura netta rispetto al 25 marzo dell’anno scorso, quando la Terza Corte d’Assise di Roma aveva condannato Calderon al carcere a vita, ritenendo “attendibili le prove acquisite e pertanto dimostrate”.

Nelle oltre 400 pagine di motivazioni, il primo grado considerava accertati il contesto di criminalità organizzata nel quale maturò il delitto, il movente, i mandanti e la reazione violenta del gruppo legato a Piscitelli dopo l’agguato. Venivano altresì evidenziati i “legami strettissimi” tra i presunti mandanti, identificati in Leandro Bennato e Giuseppe Molisso, e l’imputato, descritto come un “killer professionista” assoldato per colpire alle spalle la vittima.

L’imputato — la cui identità reale, secondo gli inquirenti, corrisponderebbe a Gustavo Alejandro Musumeci — non era fisicamente in aula: ha seguito la lettura del dispositivo in videocollegamento dal carcere di Cagliari. Qui sta scontando una condanna definitiva a 12 anni per il tentato duplice omicidio dei fratelli Emanuele e Alessio Costantino, avvenuto il 13 luglio 2021 nel quartiere Alessandrino di Roma.

Il suo curriculum criminale comprende anche la recente conferma in Appello, giunta a marzo, dell’ergastolo (senza l’aggravante del metodo mafioso) per l’uccisione di Selavdi Shehaj, detto “Passerotto”, freddato sulla spiaggia di Torvaianica il 20 settembre 2020.

All’uscita dall’aula, le reazioni sono state opposte. La difesa ha accolto il verdetto come l’esito naturale del processo. “Ce lo aspettavamo, eravamo certi della fondatezza delle nostre ragioni”, ha dichiarato l’avvocato Gian Domenico Caiazza, difensore di Calderon insieme alla collega Eleonora Nicla Moiraghi. Per Caiazza ci si trovava davanti a un “processo in cui non c’era nessuna prova che coinvolgesse Calderon”, e l’assoluzione è stata “la conclusione giusta, l’unica possibile alla luce delle prove in atti”. Sulla stessa linea Moiraghi, che aveva definito “clamorosa” la precedente condanna: “Proprio perché sulla base degli elementi raccolti era per noi già impossibile un verdetto di condanna. Con questa sentenza si è ristabilita quella che doveva essere la conclusione logica e naturale di questo processo”.

Di segno diametralmente opposto il sentimento tra le parti civili. Tiziana Siano, legale della madre e della sorella di Piscitelli, ha parlato senza mezzi termini: “Quello che è successo oggi è una vergogna”. In attesa delle motivazioni, l’avvocata imputa la svolta a “errate attività investigative ed errori che, in secondo grado, sembra che si paghino”. E aggiunge un j’accuse che fotografa la frustrazione della famiglia: “Quindi c’è qualcuno che ci dovrà dare delle spiegazioni, perché a distanza di sette anni non ci sono né i mandanti e oggi di fatto non c’è neanche un esecutore materiale”, chiedendo risposte “sotto ogni aspetto” e ricordando che “dopo sette anni non si può più attendere”.