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Garlasco

L'intercettazione del padre di Sempio riaccende il faro su Venditti: «Questa cosa finirà presto»

L’indagine su Andrea Sempio, nata sulla scia di un esposto della difesa di Stasi, si concluse con l’archiviazione del 2017. Venditti era il magistrato che in quel periodo si era occupato del caso

09 Maggio 2026, 12:56

14:09

Garlasco, l’audio del padre di Sempio e l’ombra su un’indagine mai davvero chiusa

In una frase captata lontano dai riflettori riemerge il nodo più delicato del caso: non solo chi uccise Chiara Poggi, ma come furono condotte le prime verifiche e perché, ancora oggi, ogni parola pesa come un atto.

Certe frasi non fanno rumore quando vengono pronunciate. Lo fanno dopo, quando tornano a galla nei fascicoli, nelle informative, nelle cronologie che si inseguono per anni. La frase attribuita a Mario Venditti e riferita da Giuseppe Sempio, padre di Andrea Sempio, appartiene a questa categoria: “questa cosa finirà presto”. È contenuta, secondo quanto riportato, in un’intercettazione ambientale del 17 marzo 2025. Un passaggio breve, quasi colloquiale, ma capace di riaprire una domanda che nel caso Garlasco non ha mai smesso di inseguire magistrati, difensori e opinione pubblica: che cosa accadde davvero attorno alla prima inchiesta su Andrea Sempio e alla sua archiviazione?

Il punto non è soltanto il contenuto letterale di quella conversazione. Il punto è il contesto in cui emerge. L’audio, infatti, è precedente alle perquisizioni disposte nell’inchiesta bresciana che ipotizza la corruzione in atti giudiziari a carico dell’ex procuratore aggiunto di Pavia, Mario Venditti, e dello stesso Giuseppe Sempio, nell’ambito di un filone che ruota attorno alla gestione della prima indagine del 2016-2017 sull’omicidio di Chiara Poggi. Ed è proprio questo intreccio tra il delitto del 13 agosto 2007, la vecchia archiviazione e la nuova offensiva investigativa ad aver trasformato quel frammento sonoro in uno degli elementi più sensibili del momento.

Che cosa dice davvero l’intercettazione del 17 marzo 2025

Secondo ANSA, nell’intercettazione ambientale del 17 marzo 2025 Giuseppe Sempio parla con una cronista e riferisce un episodio che colloca direttamente il nome di Venditti dentro una conversazione che oggi assume un peso giudiziario e mediatico evidente. Le parole riportate sono queste: dopo essere stato ascoltato, il magistrato gli avrebbe detto: “finirà presto”. La frase viene descritta come pronunciata “dopo che ci ha ascoltato”, cioè dopo domande e risposte durante un confronto che, nel racconto del padre di Andrea, si sarebbe concluso con quella previsione rassicurante.

Va chiarito un punto essenziale: allo stato, il contenuto riferito da Giuseppe Sempio è il resoconto di una conversazione intercettata, non una prova definitiva del fatto che le cose siano andate esattamente in quel modo. Ma proprio nelle inchieste più complesse la differenza tra fatto già accertato e elemento investigativo ancora da verificare è decisiva. L’intercettazione non chiude nulla; semmai aggiunge un tassello a un quadro che gli inquirenti di Brescia ritengono abbastanza solido da avvicinarsi alla chiusura delle indagini.

Perché questa frase pesa adesso più di prima

Se isolata, quella frase potrebbe sembrare una battuta, un’impressione, persino un modo generico per rassicurare una persona ascoltata in un’indagine. Ma nel fascicolo bresciano quel passaggio si inserisce in un’ipotesi accusatoria ben più ampia: secondo la Procura di Brescia, ci sarebbe stato un presunto pagamento di denaro destinato a favorire l’archiviazione di Andrea Sempio nella prima indagine. A sostegno di questa ipotesi viene richiamato anche un appunto sequestrato in un quaderno-rubrica della famiglia Sempio, dove compare la nota “Venditti gip archivia per 20-30 euro” — cifra che, secondo il contesto accusatorio descritto da ANSA, va intesa come 20-30 mila euro, non certo come poche decine di euro.

È un passaggio cruciale, ma va maneggiato con la massima cautela. Perché il quaderno, da solo, non equivale a una prova di pagamento; rappresenta piuttosto, per chi indaga, un possibile indizio-chiave. La stessa inchiesta di Brescia è ancora nella sua fase conclusiva e l’avviso di conclusione delle indagini viene indicato come imminente solo dopo il deposito dell’informativa finale della polizia giudiziaria. In altre parole: il quadro accusatorio esiste, ma deve ancora affrontare il vaglio pieno del contraddittorio processuale.

Il doppio binario: da una parte l’omicidio, dall’altra la presunta corruzione

Per capire il valore dell’audio del padre di Sempio bisogna tenere distinti, ma collegati, i due binari oggi aperti. Il primo è quello principale: la nuova inchiesta della Procura di Pavia sull’omicidio di Chiara Poggi. Il secondo è il filone parallelo della Procura di Brescia sulla presunta corruzione legata all’archiviazione del 2017. Sono procedimenti diversi, con ipotesi di reato differenti, ma comunicano tra loro perché entrambi incidono sulla credibilità delle prime verifiche compiute su Andrea Sempio.

Il 7 maggio 2026, la Procura di Pavia ha notificato ad Andrea Sempio l’avviso di conclusione delle indagini preliminari. Nella ricostruzione accusatoria, sarebbe stato lui — e lui solo — a uccidere Chiara Poggi la mattina del 13 agosto 2007, contestandogli anche le aggravanti della crudeltà e dei motivi abietti. Si tratta di una ricostruzione che si discosta radicalmente da quella cristallizzata nella sentenza definitiva con cui Alberto Stasi, ex fidanzato della vittima, è stato condannato a 16 anni di carcere e sta finendo di espiare la pena.

Il caso che non ha mai smesso di cambiare forma

Il delitto di Garlasco è uno di quei casi giudiziari italiani in cui il tempo non ha semplificato nulla. Chiara Poggi, 26 anni, venne uccisa nella villetta di famiglia il 13 agosto 2007. Dopo un lunghissimo percorso processuale, Alberto Stasi è stato condannato in via definitiva a 16 anni. Ma la storia non si è fermata con la sentenza. Nel 2016 la difesa di Stasi spinse sull’ipotesi alternativa legata ad Andrea Sempio, amico del fratello della vittima. Quell’indagine fu poi archiviata il 28 marzo 2017 dal gip di Pavia.

Poi è arrivata la riapertura. La Procura di Pavia, il 23 gennaio 2025, ha ottenuto dalla gip Daniela Garlaschelli il via libera alla riapertura del fascicolo su Sempio, sulla base di ulteriori accertamenti, in particolare sugli esiti della perizia genetica relativa al materiale rinvenuto sotto le unghie di Chiara Poggi. Da lì è ripartita una nuova stagione investigativa: consulenze, incidente probatorio, analisi sull’impronta palmare repertata sul muro delle scale verso il seminterrato, nuove perquisizioni e una progressiva ridefinizione del quadro accusatorio.

Il cambio di passo della Procura di Pavia

Un segnale molto forte della direzione presa dall’inchiesta è arrivato il 29 aprile 2026, quando ANSA ha riferito che nel nuovo invito a comparire notificato ad Andrea Sempio la Procura di Pavia aveva eliminato ogni riferimento al concorso con altri o con Alberto Stasi. Nella prospettiva accusatoria, il presunto responsabile del delitto sarebbe solo Sempio. È una scelta processuale che ha un peso enorme: non solo ridefinisce la posizione dell’indagato, ma isola l’ipotesi investigativa in modo molto netto.

Pochi giorni dopo, con la chiusura delle indagini, i magistrati pavesi hanno messo nero su bianco una ricostruzione ancora più precisa: Sempio avrebbe agito da solo, entrando nella casa approfittando della porta non chiusa a chiave o socchiusa, e avrebbe colpito Chiara Poggi con un oggetto contundente mai individuato. Nello stesso impianto accusatorio viene indicato un possibile movente legato al rifiuto di un approccio sessuale da parte della giovane. È, anche questo, un punto fortemente contestato dalla difesa.

Gli audio, il podcast e la guerra delle interpretazioni

La vicenda dell’intercettazione del 17 marzo 2025 che riguarda Giuseppe Sempio si colloca, dunque, in un clima in cui gli audio sono diventati centrali. Non solo per il padre, ma anche per il figlio. Tra gli atti dell’inchiesta pavese compaiono infatti diverse conversazioni e intercettazioni che la difesa di Andrea Sempio sta cercando di smontare o ridimensionare. In particolare, i suoi legali, Liborio Cataliotti e Angela Taccia, sostengono che alcune frasi captate il 14 aprile 2025 in auto non siano confessioni o ammissioni spontanee, ma commenti confusi fatti mentre l’indagato ascoltava un podcast o una trasmissione sul caso.

È un dettaglio che per i lettori può sembrare secondario, ma non lo è affatto. In un’indagine costruita anche su parole registrate fuori dagli interrogatori formali, il contesto diventa tutto: se una frase è il riflesso di un ricordo personale, vale in un modo; se è la ripetizione di una narrazione ascoltata altrove, cambia completamente significato. La difesa, in sostanza, lavora proprio lì: sul terreno della decontestualizzazione, cercando di impedire che una registrazione ambigua venga letta come una prova diretta di responsabilità.

Perché l’inchiesta di Brescia può incidere sul resto

Il fascicolo bresciano non riguarda l’autore materiale del delitto, ma può incidere profondamente sulla lettura della vicenda. Se infatti venisse provato che nel 2017 l’archiviazione di Andrea Sempio fu favorita in modo illecito, cambierebbe il giudizio non solo su quel passaggio specifico, ma sull’affidabilità complessiva della prima risposta giudiziaria all’ipotesi alternativa a Stasi. È questo il motivo per cui l’intercettazione di Giuseppe Sempio non è un dettaglio laterale: tocca il cuore del rapporto tra indagine, potere giudiziario e fiducia pubblica.

Allo stesso tempo, sarebbe un errore considerare già dimostrato ciò che oggi è ancora oggetto di contestazione. La stessa ANSA ricorda che il Tribunale del Riesame di Brescia ha già ridimensionato almeno una parte del quadro emerso in un diverso filone, quello relativo al cosiddetto “sistema Pavia”, osservando che non emergevano elementi investigativi sufficienti per dimostrare un uso privato delle auto noleggiate per la procura. È un promemoria importante: nei procedimenti complessi, le ipotesi accusatorie possono rafforzarsi, ma anche perdere consistenza man mano che vengono sottoposte a verifica.

Il nome di Venditti e la lunga coda dell’archiviazione del 2017

Il nome di Mario Venditti torna oggi con forza non solo perché era il magistrato della stagione investigativa finita sotto esame, ma perché il suo ruolo si colloca in un punto delicatissimo della cronologia del caso. L’indagine su Andrea Sempio, nata sulla scia di un esposto della difesa di Stasi, si concluse infatti con l’archiviazione del 2017. Per anni quella decisione è rimasta un punto fermo. Oggi, però, la nuova inchiesta pavese e il filone bresciano la rileggono come un passaggio da scandagliare di nuovo, sotto una luce radicalmente diversa.

È qui che la frase “finirà presto”, se davvero pronunciata nei termini riferiti da Giuseppe Sempio, diventa così problematica. Perché, riletta a posteriori, può essere interpretata come una semplice previsione fondata sullo stato degli atti; oppure, nella prospettiva accusatoria, come un tassello coerente con l’idea che l’esito fosse già in qualche modo orientato. Ma tra interpretazione e prova c’è una distanza che solo l’eventuale processo potrà colmare.