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La "polizza" scozzese: perché Edimburgo vuole scappare da Londra e reclama l'indipendenza

Non è più solo una questione di identità. Dopo l'irruzione della destra populista di Reform UK, il premier Swinney accelera: "Separarci è l'unico modo per salvarci".

09 Maggio 2026, 18:35

La "polizza" scozzese: perché Edimburgo vuole scappare da Londra e reclama l'indipendenza

Il voto del 7 maggio 2026 per il Parlamento di Holyrood consegna un responso che, dietro un’apparente continuità, segnala un profondo rimescolamento degli equilibri e ridisegna i confini dello scontro costituzionale con Londra.

Lo Scottish National Party (SNP) guidato dal primo ministro John Swinney resta di gran lunga la prima forza, con 58 seggi su 129. Un bottino sufficiente a puntellare un quinto mandato consecutivo alla guida di Edimburgo e a confermarne il ruolo di perno della scena politica nazionale.

Il successo, tuttavia, ha un retrogusto amaro: i nazionalisti si fermano sotto la soglia dei 65 seggi, mancando l’agognata maggioranza assoluta che avrebbe fornito un mandato inattaccabile per reclamare subito un secondo referendum sull’indipendenza. A frenare la corsa ha contribuito ancora una volta l’Additional Member System, l’architettura elettorale mista concepita per rispecchiare il pluralismo e scongiurare squilibri eccessivi, che rende strutturalmente arduo a un singolo partito conquistare il controllo dell’aula.

Da qui la domanda cruciale: perché, in assenza di una vittoria schiacciante e con un’opinione pubblica ancora spaccata, il partito di governo alza oggi il volume sull’indipendenza con toni inediti e un’urgenza rinnovata? La risposta segna una delle più vistose torsioni narrative del nazionalismo scozzese degli ultimi anni. Nelle parole dei vertici di Edimburgo, il baricentro si è spostato: la secessione non è più soltanto l’esito identitario “naturale” di una nazione o la promessa di prosperità dopo il trauma della Brexit. Nella visione di Swinney diventa una “risposta urgente” a un riequilibrio politico nel resto del Regno Unito percepito come sempre più minaccioso. L’uscita dall’Unione è presentata come una “polizza politica” per arginare una possibile ricentralizzazione dei poteri britannici e difendere welfare e istituzioni devolute.

A innescare l’allarme è il dato più dirompente della tornata: l’inaspettato pareggio a 17 seggi tra lo Scottish Labour e la destra populista di Reform UK. Per i laburisti di Anas Sarwar è una sconfitta strategica: ambivano a contendere la guida della Scozia all’SNP, ma hanno pagato a caro prezzo l’impopolarità dell’esecutivo di Keir Starmer a Londra. Per Reform UK, la formazione guidata da Malcolm Offord, l’ingresso massiccio a Holyrood rappresenta una svolta storica: il partito irrompe nel panorama parlamentare, si accredita come nuova colonna del fronte unionista e intercetta malessere sociale, rabbia anti-sistema e pulsioni di rottura finora poco familiari all’elettorato scozzese.

A Edimburgo questa ascesa della destra radicale è considerata un pericolo esistenziale. Già nei giorni precedenti al voto, Swinney ha definito Reform UK una “minaccia acuta” per l’autogoverno, avvertendo che un futuro esecutivo di quel segno a Westminster potrebbe persino mettere in discussione l’esistenza stessa del Parlamento scozzese. Il dibattito si è così spostato: non più sul “quando votare”, ma sul “perché la Scozia non può permettersi di restare ferma” mentre il resto della Gran Bretagna scivola verso posizioni populiste e accentratrici.

Sulla carta, la maggioranza indipendentista non è in discussione: i 58 seggi dell’SNP e i 15 dei Verdi consegnano a quel fronte 73 seggi complessivi. L’ostacolo dirimente resta però il muro giuridico innalzato da Londra. Come ribadito dalla Corte Suprema nel 2022, Holyrood non può indire un referendum vincolante senza una Section 30 order, lo strumento di trasferimento temporaneo dei poteri già utilizzato nel 2014. E il governo britannico guidato da Starmer mantiene una linea di chiusura totale, liquidando la spinta secessionista come una distrazione rispetto alle priorità sociali del Paese.

A complicare il quadro è anche un elettorato tuttora prudente: gli ultimi sondaggi Ipsos fotografano un equilibrio instabile, con il 48% favorevole all’indipendenza e il 52% contrario, mentre l’ombra lunga del voto del 2014 non si è ancora dissolta.

Paradossalmente, proprio l’assenza di un trionfo plebiscitario potrebbe rendere la rotta del nazionalismo scozzese più pragmatica ed efficace. Costretto a costruire maggioranze in aula e a stringere un patto solido con i Verdi, Swinney ha l’occasione di parlare a un pubblico più ampio. L’SNP tenta di proporsi non solo come il partito dell’identità nazionale, ma come l’unico argine politico credibile alla deriva anti-establishment che sta travolgendo la Gran Bretagna. La scommessa del primo ministro è persuadere anche gli scettici che, per salvaguardare l’anima e il governo della Scozia, recidere il cordone con Londra sia ormai diventato un atto di pura sopravvivenza.