la guerra nel Golfo
Il grande stallo nello Stretto di Hormuz: i muscoli americani non bastano più per muovere il mondo
Con oltre 1.550 navi bloccate nel Golfo, l'operazione americana Project Freedom naufraga in sole 50 ore. La superiorità militare di Washington non basta più a rassicurare i mercati e garantire il commercio del petrolio
Nel Golfo Persico ci sono frangenti in cui il silenzio grava più del fragore delle armi. In questi giorni non transitano petroliere, non avanzano portacontainer, né si muovono i colossi del commercio che abitualmente attraversano lo Stretto di Hormuz, l’arteria vitale che spinge i “globuli rossi” dell’economia mondiale. A metà settimana, per due giorni di fila, i registri hanno segnato zero passaggi, mentre oltre 1.550 imbarcazioni sono rimaste bloccate nelle acque del Golfo. Non è un dato qualunque, ma l’istantanea di una crisi concreta: non una disputa diplomatica astratta, bensì la paralisi fisica senza precedenti di una porzione cruciale del commercio planetario.
La vicenda apre un capitolo politico che supera la mera gestione delle rotte. Nelle ultime settimane Stati Uniti e Israele hanno esibito una superiorità bellica indiscutibile sull’Iran, senza riuscire però a tramutarla in controllo strategico. Il 9 maggio 2026 ha reso evidente un paradosso: Washington conserva la capacità di colpire, dissuadere e contenere, ma non riesce a imporre unilateralmente un nuovo assetto nello stretto. La potenza militare di riferimento dell’area ha mancato l’obiettivo di garantire la libertà di navigazione nel passaggio più sensibile del sistema energetico globale. Emblema di questo limite è il Project Freedom. Annunciato dall’amministrazione di Donald Trump come intervento lampo per scortare i mercantili sul versante omanita, doveva essere una dimostrazione lineare e risolutiva di forza. Invece si è infranto contro la realtà in appena 50 ore. Lo spiegamento di oltre 100 caccia e diversi cacciatorpediniere, chiamati a creare un corridoio sicuro, ha convinto soltanto due navi commerciali a richiedere la scorta: un numero irrilevante, insufficiente a parlare di riapertura effettiva delle rotte o di deterrenza credibile.
Le cause del fallimento non sono solo operative, ma affondano in un quadro politico mutato. Arabia Saudita, non consultata in anticipo dalla Casa Bianca, ha negato l’uso delle proprie basi e dello spazio aereo. Riad teme di essere trascinata in un conflitto su vasta scala con l’Iran. Per il Regno, che ha investito massicciamente per ridurre le tensioni regionali e proteggere ambiziosi piani economici interni, una nuova escalation costituirebbe un prezzo troppo elevato, superiore al disagio temporaneo della chiusura di Hormuz. È la certificazione di un “realismo difensivo” del Golfo: anche partner storici degli USA oggi modulano il rapporto con Washington in modo autonomo, selettivo, non più ancorato a una deferenza automatica. Alla posizione saudita si è aggiunta la freddezza dell’industria dello shipping. Lloyd’s List ha registrato smarrimento tra gli armatori: briefing carenti, confusione operativa e, soprattutto, sfiducia nella reale capacità della Marina statunitense di azzerare i rischi.
La logica del mercato è lineare: finché Teheran mantiene la possibilità di colpire o anche solo minacciare i cargo, gli armatori non hanno incentivo a esporre equipaggi, merci e polizze a un pericolo incalcolabile. Le rotte non riprendono sulla scorta di comunicati o diktat, ma soltanto quando il passaggio è percepito come concretamente sicuro. All’origine dello stallo c’è un errore di valutazione occidentale: confondere il logoramento militare dell’Iran con la sua impotenza. Malgrado settimane di bombardamenti, Teheran conserva capacità temibili. Secondo ricostruzioni del Guardian basate su valutazioni della CIA, l’Iran disporrebbe ancora del 70% dei propri missili, del 75% dei lanciatori e di circa <strong.metà della="" flotta="" di="" droni="" d’attacco="" shahed<="" strong="">. L’operazione americana, concepita per degradare in modo decisivo la coercizione iraniana, non ha centrato gli obiettivi. Teheran pratica un’efficace strategia asimmetrica: non deve vincere uno scontro navale diretto, le basta una “logica di negazione”, innalzando i costi politici, economici e assicurativi fino a rendere il transito insostenibile e sfruttando la chiusura di Hormuz come leva psicologica e negoziale.</strong.metà>
La posta in gioco è enorme. Lo Stretto di Hormuz non è un semplice collo di bottiglia, ma una delle infrastrutture più determinanti del pianeta. Dati IEA ed EIA relativi al 2024 e al primo trimestre 2025 indicano che da qui passano quasi 15 milioni di barili al giorno di greggio (il 34% del commercio globale), che diventano quasi 20 milioni includendo i raffinati. Nello stesso periodo è transitato il 20% del GNL mondiale, vitale per Europa e Asia. La geografia è destino: gli itinerari alternativi via terra — oleodotti sauditi verso il Mar Rosso e linea emiratina su Fujairah — offrono un aggiramento limitato a circa 2,6-5,5 milioni di barili al giorno. Una strozzatura che impedisce di sostituire i flussi marittimi e trasforma una crisi regionale in uno shock sistemico sui prezzi dell’energia.
I mercati hanno reagito con forte volatilità: il Brent è schizzato oltre 115 dollari al barile, per poi attestarsi temporaneamente intorno ai 100-101. Gli analisti avvertono che la rottura dei fragili negoziati o una nuova campagna militare spingerebbero le quotazioni ben oltre i 120 dollari. Le ricadute sarebbero pesanti: costi di trasporto e premi assicurativi in impennata, pianificazione industriale compromessa e rischio di carenze difficilmente colmabili per i volumi di gas qatariota nel breve termine.
Il tempo, infine, gioca contro tutti. Per gli Stati Uniti, l’idea di una guerra breve evocata da Trump si è scontrata con costi proibitivi e vincoli logistici: la recente campagna Epic Fury ha assorbito circa 25 miliardi di dollari e ridotto le scorte di missili di fascia alta tra il 25% e il 50%. Washington non dispone di risorse illimitate per un’escalation permanente. Anche l’Iran, però, è esposto: un blocco prolungato di Hormuz strangolerebbe un’economia già provata dall’isolamento finanziario e potrebbe indurre Stati Uniti e monarchie del Golfo a risposte più radicali e distruttive. Proprio la consapevolezza di vulnerabilità reciproche fa pensare che, dietro la muscolarità e le minacce, maturi ora per entrambi la necessità di una via silenziosa ma essenziale verso la de-escalation.