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la guerra in Ucraina

La strategia del Cremlino tra tregue tattiche e spaccature europee: davvero Putin è pronto a parlare di pace con l'Ue?

Parata ridotta all'osso a Mosca e zero mezzi pesanti al Giorno della Vittoria. Lo Zar dichiara che la guerra volge al termine, ma smentisce la tregua americana e usa il dialogo per dividere l'Unione Europea

09 Maggio 2026, 23:35

 La strategia del Cremlino tra tregue tattiche e spaccature europee: davvero Putin è pronto a parlare di pace con l'Ue?

Sulla Piazza Rossa, nel giorno più emblematico e solenne del calendario politico russo, a imporsi sono state le assenze più che le presenze. Per la prima volta in quasi vent'anni, la tradizionale parata del 9 maggio si è svolta senza la consueta, fragorosa esibizione di armamenti pesanti che per anni ha sorretto la narrazione di forza del Cremlino. In una capitale segnata da comunicazioni rallentate e strade insolitamente deserte, la cerimonia è stata compressa in appena 45 minuti, circondata da misure di sicurezza straordinarie e da una forte allerta per possibili attacchi con droni. Quello che storicamente è un rito trionfale si è trasformato in un evento dal tono difensivo, segno di un conflitto che ha ormai raggiunto, anche psicologicamente e sul piano logistico, il cuore del potere russo.

In questa cornice sobria e blindata, il presidente Vladimir Putin ha lanciato un messaggio destinato a scuotere le diplomazie: il conflitto in Ucraina "sta volgendo al termine". Un'affermazione ad effetto, ma carica di ambiguità. Sostenere che la guerra sia prossima alla chiusura non equivale a riconoscere la vicinanza di un compromesso reale; indica piuttosto la convinzione del Cremlino di poter dettare le condizioni finali, facendo leva sulla stanchezza occidentale e ridisegnando a proprio vantaggio gli equilibri del dopoguerra.

L'annuncio si intreccia con l'iniziativa del presidente americano Donald Trump, che ha sbandierato un'imminente tregua di tre giorni – fino all'11 maggio – e un ampio scambio di 1.000 prigionieri per parte, presentandola con disinvoltura come "l'inizio della fine" della guerra. Da Mosca, tuttavia, è giunta subito la doccia fredda. Il portavoce Dmitry Peskov e il consigliere diplomatico Yuri Ushakov hanno ridimensionato bruscamente le aspettative di Washington: per il Cremlino non vi sarà alcuna estensione automatica della tregua, e l'approdo a una soluzione stabile richiederà tempi lunghi e tecnicismi complessi. Per i vertici russi, questa sospensione delle ostilità appare come un espediente tattico utile a ridurre i rischi interni durante le celebrazioni del 9 maggio, più che il preludio di una pace strutturale.

A fugare le illusioni ha contribuito lo stesso Putin, che rivolgendosi alle truppe non ha attenuato la retorica bellica. L'intervento in Ucraina è stato ribadito come una necessaria e legittima "operazione militare speciale" nell'ambito di uno scontro esistenziale contro l'intero blocco Nato. La tregua americana, dunque, non segna una discontinuità, ma una semplice parentesi dentro una mobilitazione permanente.

Sul versante europeo, il Cremlino sta conducendo una partita altrettanto insidiosa. Affermando di non aver "mai rifiutato" il dialogo con l'Unione Europea, Putin ha provato a porre condizioni fin dall'inizio, vincolando eventuali colloqui alla presenza di interlocutori a lui graditi. Evocando in particolare l'ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder – da sempre legato agli interessi energetici e politici di Mosca – la Russia tenta di fissare il perimetro simbolico dei negoziati, escludendo i leader considerati ostili. L'obiettivo è trasparente: dividere il fronte occidentale e indebolire la gerarchia istituzionale europea. Non a caso, sul palco della parata, la presenza del premier slovacco Robert Fico è stata utilizzata come potente strumento narrativo per mostrare che il blocco dell'UE non è affatto monolitico. Bruxelles, però, non resta a guardare. Sotto la spinta del presidente del Consiglio europeo António Costa, i leader dell'Unione stanno elaborando una strategia per evitare di essere marginalizzati da un ipotetico asse Washington-Mosca capace di imporre a Kiev accordi inaccettabili. La linea del blocco rimane ferma: ogni eventuale trattativa deve mirare a una pace giusta e duratura, fondata sulla piena sovranità e integrità territoriale dell'Ucraina. Per dare peso a questa posizione, l'UE ha messo sul tavolo un maxi prestito di 90 miliardi di euro per il biennio 2026-2027, uno scudo economico concepito per rafforzare la resilienza del Paese aggredito.

Definire oggi "finito" il conflitto appare insomma come un abile esercizio di propaganda. Sul terreno mancano tre condizioni essenziali per la pace: un quadro negoziale operativo; una convergenza minima sugli obiettivi politici – nessuna delle parti ha modificato i propri fini strategici –; e soprattutto la transizione da brevi tregue tattiche a un cessate il fuoco stabile e verificabile. Il linguaggio del Cremlino rivela una calcolata diplomazia di posizione: mentre a parole offre aperture, nei fatti mantiene un'assoluta e inflessibile rigidità.