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la storia

Hantavirus, chi era Leo Schilperoord, il "paziente zero" che ha messo in allarme il mondo: da esperto ornitologo a vittima del contagio

Un viaggio naturalistico trasformato in incubo globale. Come la passione per gli uccelli di un turista olandese ha innescato il primo focolaio marittimo del letale ceppo Andes

10 Maggio 2026, 16:17

16:20

Hantavirus, chi era Leo Schilperoord, il "paziente zero" che ha messo in allarme il mondo: da esperto ornitologo a vittima del contagio

Il viaggio di una vita si è trasformato nel detonatore di un’emergenza sanitaria globale. Al centro del primo focolaio marittimo noto di hantavirus letale, a bordo della nave da spedizione MV Hondius, c’è la figura di Leo Schilperoord.

Olandese, 70 anni, non era un turista in cerca di evasione, ma un ornitologo di comprovata esperienza, spinto da una passione profonda per l’avifauna che lo ha condotto ai confini del mondo. Oggi le indagini epidemiologiche lo indicano come il probabile “paziente zero” di una catena di eventi fatali che ha toccato tre continenti, provocato tre decessi e innescato una complessa mobilitazione dell’Organizzazione mondiale della sanità (OMS).

Tutto comincia nel Cono Sud. Alla fine di marzo 2026, Schilperoord e la moglie Mirjam, 69 anni, si trovavano in Argentina al termine di un lungo itinerario sudamericano. Prima di imbarcarsi sulla MV Hondius per una crociera naturalistica tra ghiacci e oceani, la coppia avrebbe partecipato a un’uscita di birdwatching nei pressi di Ushuaia.

Secondo l’ipotesi più accreditata da OMS e Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC), proprio in quel lembo estremo di terra si sarebbe verificata l’esposizione: un contatto accidentale con roditori, serbatoi naturali del virus, antecedente alla salita a bordo.

Il patogeno in questione non è un hantavirus qualunque, bensì il temuto ceppo Andes. Diversamente da altre varianti, è l’unico noto capace di trasmettersi da persona a persona. Una trasmissione rara e meno efficiente rispetto ai comuni virus respiratori, ma possibile in condizioni di contatto stretto e prolungato. La sua letalità è elevata: nei casi più gravi può colpire fino al 30-50%, causando severe complicanze polmonari.

Il dramma si è consumato nel silenzio dell’oceano. L’11 aprile 2026, Leo Schilperoord è deceduto a bordo. In assenza di un immediato allarme, poiché i sintomi iniziali imitano una banale influenza o altre sindromi febbrili, la reale natura del decesso è rimasta celata.

Il 24 aprile la salma è stata sbarcata a Sant’Elena, con Mirjam al seguito. Pochi giorni dopo, il 27 aprile, la compagnia Oceanwide Expeditions è stata informata della morte della donna, colta da malore durante il rientro. Nella stessa data, un cittadino britannico è stato evacuato d’urgenza in Sudafrica in condizioni critiche, fornendo la prima conferma clinica di infezione da hantavirus.

Con il decesso di un terzo passeggero, di nazionalità tedesca, il 2 maggio, l’unità — con 149 persone di 23 Paesi a bordo — è finita sotto stretta sorveglianza sanitaria al largo di Capo Verde. La morte di Mirjam e i successivi contagi hanno richiamato l’attenzione sul ruolo degli spazi condivisi e della convivenza in cabina.

Le autorità internazionali, pur imponendo l’isolamento dei casi e rigorosi protocolli di protezione, hanno esortato alla lucidità. Come ha ribadito il direttore generale dell’OMS Tedros Adhanom Ghebreyesus rivolgendosi all’opinione pubblica: “questo non è un altro Covid”. Il rischio di una diffusione ampia nella popolazione generale rimane molto basso.

L’episodio ha comunque attivato una risposta inedita. Il Ministero della Salute argentino ha messo a disposizione 2.500 kit diagnostici e l’OMS ha orchestrato una logistica internazionale complessa, inviando campioni biologici in Sudafrica, Svizzera, Senegal, Regno Unito e Paesi Bassi.