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la guerra

L’ombra del nucleare e l'imbuto di Hormuz: il mondo in ostaggio del braccio di ferro tra Usa e Iran

Il memorandum di 14 punti respinto al mittente. Teheran detta le sue regole: "Prima la fine incondizionata della guerra, poi il nucleare. Nessuna sottomissione alle minacce"

11 Maggio 2026, 07:42

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L’ombra del nucleare e l'imbuto di Hormuz: il mondo in ostaggio del braccio di ferro tra Usa e Iran

Nel braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran non è in gioco soltanto il destino del contestato dossier sull’uranio, ma l’intero assetto strategico ed energetico globale.

Il secco rigetto da parte di Teheran del recente memorandum americano mette a nudo una frattura profonda: lo scontro non verte solo sui contenuti, bensì sull’ordine delle prioritá negoziali e, soprattutto, sull’idea stessa di sovranità nazionale.

Al centro della crisi pulsa lo Stretto di Hormuz, arteria vitale dell’economia mondiale. In questo “collo di bottiglia”, largo appena 29 miglia nautiche nel punto più angusto e con corridoi navigabili di sole due miglia per ciascun senso di marcia, transita l’energia che alimenta il pianeta.

Stando ai dati della International Energy Agency (IEA), nel 2025 vi sono passati circa 20 milioni di barili di greggio al giorno, quasi il 34% del commercio globale, oltre a flussi determinanti di gas naturale liquefatto provenienti dal Qatar e destinati in gran parte ai mercati asiatici.

È anche per questa ragione che il documento americano, contestato da Teheran, non si limita a puntare il dito sul programma nucleare, ma tenta di ricondurre sotto controllo una crisi in grado di innescare impatti pesanti su noli, premi assicurativi, listini e inflazione europea.

L’iniziativa di Washington si è scontrata con un muro di sospetto. Secondo indiscrezioni, la proposta consisterebbe in una pagina con 14 punti. L’obiettivo, dichiaratamente pragmatico, è formalizzare una tregua, allentare la pressione militare sulla navigazione a Hormuz e aprire una finestra di 30 giorni per trattare i dossier più spinosi: dall’arricchimento dell’uranio allo sblocco dei fondi iraniani congelati.

Un “accordo-ponte” concepito per congelare il confronto e rinviare le scelte di portata storica, disinnescando l’escalation immediata.

Per la leadership della Repubblica islamica, questa architettura è irricevibile. La prioritá di Teheran è esattamente speculare: prima la cessazione delle ostilitá e il ristabilimento effettivo della sicurezza nel Golfo Persico; solo dopo, un tavolo più ampio che includa il dossier atomico.

La capitale iraniana respinge la logica del “prima il nucleare”, ritenendo il proprio programma una materia di inviolabile sovranità e non una merce di scambio per ottenere la fine delle minacce.

I vertici di Teheran hanno fissato una linea rossa. Dal presidente Masoud Pezeshkian al ministro degli Esteri Abbas Araghchi, la posizione ufficiale è netta: nessun accordo sottoscritto sotto “minaccia militare” potrà essere convalidato, poiché verrebbe percepito, dentro e fuori i confini, come una capitolazione.

In Medio Oriente, dove la percezione del potere conta, la parola “sottomissione” ha un peso specifico enorme; l’Iran avverte che un’intesa è discutibile soltanto se non apparirà quale prodotto della coercizione di Washington.

A inasprire ulteriormente il confronto rimane il convitato di pietra: il programma atomico. La bozza statunitense non chiarisce il destino degli oltre 400 chilogrammi di uranio arricchito a ridosso della soglia militare, lasciando intatte le apprensioni occidentali.

L’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (IAEA) ha inoltre lanciato l’allarme su scarsa trasparenza e impossibilità di verificare sia l’effettiva sospensione dell’arricchimento sia l’esatta ubicazione dello stock nei siti coinvolti nei recenti attacchi.

Al momento, l’Iran è l’unico Paese aderente al Trattato di non proliferazione, privo di un arsenale dichiarato, a produrre uranio tanto altamente arricchito.

Il dossier resta così impantanato tra due grammatiche diplomatiche inconciliabili: la Casa Bianca cerca una tregua che includa impegni sul nucleare per ridurre i rischi, mentre la Repubblica islamica pretende anzitutto la rimozione della minaccia militare e la messa in sicurezza delle proprie rotte.

La normalizzazione, avvertono gli analisti, non si misurerà sui comunicati, ma sul ripristino concreto di un traffico marittimo sicuro e prevedibile a Hormuz.