lo scenario
L'Europa alza il muro: "Il negoziatore lo scegliamo noi, non Putin". Perché l'Ue chiude la porta a Schröder
Tajani e Kallas respingono la provocazione di Mosca. No secco all'ipotesi dell'ex cancelliere tedesco considerato troppo vicino al Cremlino: "Sarebbe seduto da entrambe le parti del tavolo"
Nella complessa scacchiera diplomatica legata alla guerra in Ucraina, l’Unione Europea traccia una linea invalicabile: non sarà Mosca a designare il negoziatore del Vecchio Continente.
La ferma presa di posizione delle capitali europee arriva in risposta all’ipotesi, ventilata dal presidente russo Vladimir Putin durante le celebrazioni per la vittoria sovietica, di affidare all’ex cancelliere tedesco Gerhard Schröder il ruolo di interlocutore nei futuri colloqui.
La mossa del Cremlino, giunta nei giorni di una tregua temporanea di tre giorni richiesta dal presidente statunitense Donald Trump, è stata interpretata a Berlino e a Bruxelles non come una sincera apertura, bensì come l’ennesima di una “serie di offerte fittizie” dirette a incrinare la compattezza occidentale e a verificare se l’Unione sia disposta a lasciarsi imporre la propria voce da una parte in causa.
La reazione europea è stata unanime, priva di ambiguità. All’arrivo al Consiglio Affari Esteri dell’Ue di lunedì 11 maggio, il ministro degli Esteri italiano Antonio Tajani ha riassunto la posizione dei Ventisette con una formula perentoria: “Il negoziatore per l’Europa lo sceglie l’Europa, non la Russia”.
Per Bruxelles, la questione della rappresentanza si configura come un principio di sovranità politica, con l’obiettivo di evitare che l’interlocutore europeo venga eterodiretto dalla controparte. A rafforzare il messaggio è intervenuta l’Alta rappresentante per la politica estera, Kaja Kallas, secondo cui concedere a Mosca il diritto di selezionare la controparte “non sarebbe molto saggio”.
La Kallas ha liquidato l’ipotesi ricordando che Schröder è stato un “lobbista di alto livello” per imprese statali russe e, in un eventuale negoziato, “sarebbe seduto da entrambi i lati del tavolo”.
Il nome di Gerhard Schröder porta con sé un’eredità politica ormai divenuta tossica. Dopo aver guidato la Germania dal 1998 al 2005, l’ex cancelliere ha ricoperto incarichi di vertice in colossi energetici legati al Cremlino, quali Nord Stream AG e Rosneft.
Tale prossimità a Vladimir Putin spinse il Bundestag, nel 2022, a revocargli persino l’ufficio finanziato con fondi pubblici, giudicando “impensabile” continuare a sovvenzionare con il denaro dei contribuenti chi svolgeva attività di lobbying per il regime russo.
Per l’Europa, accettare la sua candidatura equivarrebbe a resuscitare una stagione di ambiguità e di interdipendenza strategica che la guerra in Ucraina ha reso indifendibile. Sbarrata la strada all’ex leader tedesco, resta aperto il nodo politico su chi dovrà rappresentare l’Unione ai futuri tavoli di pace.
Tajani ha chiarito che la scelta sarà “presa collegialmente dai 27 Paesi dell’Ue”, precisando con cautela che l’Occidente deve prima verificare, attraverso segnali tangibili, se Mosca desideri davvero la pace.
Tra i possibili mediatori spicca il nome di António Costa, attuale presidente del Consiglio europeo. Definito dallo stesso Tajani “un nome prestigioso”, Costa eviterebbe candidature informali e disporrebbe della piena legittimazione politica dei governi nazionali, incarnando la voce collegiale dell’Unione.
Nonostante le ipotesi in campo, Bruxelles frena su qualsiasi accelerazione del dialogo. L’architettura istituzionale europea, come ribadito anche dalla Kallas, non intende cadere nella “trappola” di elemosinare trattative da una posizione di debolezza, subordinando ogni prospettiva di pace al rispetto del diritto internazionale e alla comprovata affidabilità dell’interlocutore russo.