Chiusura indagini
Garlasco, ricostruzione in 3D mostra l'avatar di Sempio dentro la scena del crimine: ecco come si sarebbe mosso (VIDEO)
Diciannove anni dopo l’omicidio di Chiara Poggi, una nuova mappa di impronte, tempi e movimenti rimette al centro la villetta di via Pascoli dove avvenne il delitto
C’è una ricostruzione tridimensionale oggi nell'intricato caso di Garlasco, che prova a trasformare in movimento ciò che per anni è rimasto fermo negli atti: la posizione del corpo, la collocazione delle tracce, il percorso dell’assassino dentro la casa di Chiara Poggi. È da lì che riparte la nuova offensiva investigativa della Procura di Pavia, che il 7 maggio 2026 ha notificato ad Andrea Sempio l’avviso di conclusione delle indagini, contestandogli l’omicidio volontario aggravato da crudeltà e motivi abbietti.
La novità più evidente, e insieme più delicata, è che quella ricostruzione 3D non viene presentata come un semplice supporto illustrativo. Secondo RaiNews, gli inquirenti hanno attribuito al volto del presunto aggressore caratteristiche somatiche coerenti con Andrea Sempio e, soprattutto, hanno utilizzato misure fisiche ritenute corrispondenti alle sue, oltre a quelle reali della scala della cantina e delle tracce repertate nel 2007. In questo quadro, la cosiddetta impronta 33 sul primo gradino o sulla parete della scala viene letta come compatibile con il gesto di chi si sarebbe sporto per osservare il corpo della vittima, appoggiandosi con la mano destra. È un dettaglio tecnico, ma nei casi giudiziari complessi i dettagli tecnici sono spesso quelli che fanno saltare interi impianti narrativi.
Una scena del crimine che cambia significato
Per capire la portata di questo passaggio bisogna fare un passo indietro. Il delitto avvenne il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco. Chiara Poggi, 26 anni, era sola in casa. Per questa vicenda Alberto Stasi, allora fidanzato della giovane, è stato assolto in primo grado e in appello, poi la Corte di cassazione ha annullato con rinvio la decisione nel 2013; nel giudizio d’appello bis è arrivata la condanna a 16 anni di reclusione, divenuta definitiva con il rigetto dei ricorsi in Cassazione nel 2015. Questa è, ad oggi, la verità processuale consolidata dalle sentenze.
Ed è proprio qui che il nuovo fascicolo aperto e poi chiuso dalla Procura di Pavia produce il maggiore attrito: la nuova ipotesi investigativa è “ben lontana”, per usare la formula riportata da ANSA, da quella cristallizzata nella sentenza definitiva a carico di Stasi. I magistrati pavesi, coordinati dal procuratore capo Fabio Napoleone e dal procuratore aggiunto Stefano Civardi, con le pm Valentina De Stefano e Giuliana Rizza, ritengono infatti che la mattina del delitto sarebbe stato Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, a entrare nella casa e a uccidere Chiara Poggi. Gli atti, sempre secondo la stessa nota, saranno inviati al Procuratore Generale di Milano per l’eventuale esercizio delle sue prerogative, tra cui la valutazione di una revisione del processo a Stasi.
Il nodo dell’impronta 33 e la forza dei dettagli
Nel linguaggio pubblico questo caso è stato spesso raccontato attraverso i colpi di scena. In realtà, la nuova inchiesta sembra poggiare soprattutto su una lenta revisione di elementi già esistenti: tracce biologiche, impronte, tempi della morte, e perfino oggetti apparentemente marginali come un tappetino o uno scontrino del parcheggio. L’impronta 33 è diventata il simbolo di questa rilettura. ANSA la descrive come il palmo di una mano repertato sulla parete destra delle scale dove fu trovato il corpo di Chiara Poggi; per la nuova indagine quella traccia sarebbe attribuibile a Sempio. La ricostruzione 3D rilanciata da RaiNews traduce questa interpretazione in un’azione: chi entra, colpisce, scende o si affaccia verso la scala, si appoggia, guarda il corpo. Un movimento che, se reggesse in sede processuale, legherebbe la traccia a una dinamica precisa e non a una presenza generica nella casa.
Naturalmente, tra l’indizio e la prova c’è una distanza enorme. È una distinzione che vale sempre, ma qui vale ancora di più perché il caso Garlasco porta con sé una storia di perizie contrapposte, errori contestati, omissioni denunciate e interpretazioni ribaltate negli anni. La stessa ANSA parla di una lunga sequenza di “errori, omissioni, dimenticanze e indizi sottovalutati” che avrebbe portato gli inquirenti a riesaminare l’intera scena del crimine, ammettendo di fatto le lacune delle prime attività investigative.
Il tempo della morte: perché spostare l’orario cambia tutto
Tra gli elementi più rilevanti c’è il nuovo inquadramento temporale del delitto. Nell’atto ricostruito da ANSA, la violenza sarebbe cominciata non prima delle 9.45, dunque circa mezz’ora più tardi rispetto a quanto emerso nella prima inchiesta. Un altro articolo della stessa agenzia riferisce inoltre che, sulla base della più recente perizia dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo, l’ora del delitto verrebbe collocata addirittura tra le 11 e le 11.30. Non è un dettaglio accessorio: in un’indagine per omicidio l’orario è il perno che regge o sgretola alibi, spostamenti, telefonate e presenze.
È qui che rientra lo scontrino del parcheggio di Vigevano, per anni considerato uno degli argomenti a favore di Andrea Sempio. La nuova indagine, sempre secondo ANSA, ritiene che quel documento non basti più a escludere la sua presenza a Garlasco nell’orario compatibile con il delitto; anzi, gli investigatori lo guardano con sospetto, arrivando a ipotizzare che possa essere un falso alibi o comunque un elemento non decisivo alla luce della diversa finestra temporale dell’omicidio. Se davvero il delitto è stato commesso più tardi di quanto ipotizzato in passato, il peso di quello scontrino cambia radicalmente.
La nuova ipotesi della Procura: ingresso, aggressione, fuga
La ricostruzione accusatoria tracciata negli atti notificati a Sempio disegna una sequenza precisa, per quanto ancora tutta da verificare in un eventuale dibattimento. Secondo la versione riportata da ANSA, l’uomo avrebbe approfittato della porta socchiusa o comunque non chiusa a chiave, dopo che Chiara Poggi aveva disinserito l’allarme per far uscire i gatti. Sarebbe entrato in casa, avrebbe aggredito la giovane e l’avrebbe colpita prima a mani nude e poi, “si suppone”, con un martello a coda di rondine, forse preso dalla cassetta degli attrezzi del padre della vittima, che ne aveva denunciato la scomparsa. La contestazione fa riferimento a un’aggressione maturata, secondo l’ipotesi investigativa, dopo un approccio respinto. È un passaggio estremamente sensibile e, proprio per questo, va maneggiato con prudenza: si tratta della tesi della Procura, non di un fatto accertato in via definitiva.
L’altro tassello è la Bpa, cioè la bloodstain pattern analysis, l’analisi delle tracce di sangue affidata al tenente colonnello Andrea Berti del Ris di Cagliari, integrata con il lavoro dell’anatomopatologa Cristina Cattaneo. La ricostruzione tridimensionale si inserisce proprio in questo sforzo di rendere coerenti spazio, ferite, spostamenti e posizionamento del corpo. In altre parole: non solo “chi potrebbe aver lasciato una traccia”, ma “in quale momento, con quale gesto, dentro quale dinamica”.
DNA, tappetino, bagno: le vecchie omissioni tornano al centro
Il fascicolo riaperto non si limita all’impronta. ANSA segnala che gli inquirenti hanno rimesso a fuoco anche il DNA sotto le unghie di Chiara Poggi, considerato in passato degradato e inutilizzabile. Secondo la perizia dello scorso anno citata dall’agenzia, il profilo sarebbe compatibile con la linea genetica maschile della famiglia Sempio, pur con margini di affidabilità non risolutivi. Anche in questo caso la cautela è obbligatoria: compatibilità non significa identificazione individuale certa, e infatti lo stesso materiale viene descritto come non del tutto affidabile. Ma il semplice fatto che sia tornato in campo mostra quanto l’impianto probatorio venga riletto oggi in modo più ampio rispetto al passato.
Poi c’è il tappetino della cucina, davanti al lavabo, che secondo la nuova inchiesta avrebbe potuto trovarsi in un punto cruciale della fuga dell’aggressore. Gli investigatori ritengono che lì l’assassino possa essersi lavato prima di allontanarsi; ma proprio quel tappetino, riferisce ANSA, sarebbe stato sollevato e arrotolato prima dell’uso del luminol sul pavimento, con la conseguenza di aver forse compromesso un accertamento importante. Le prime indagini, invece, si concentrarono soprattutto sul bagno al piano terra e sulle tracce lasciate da Stasi sul dispenser. È un altro modo per dire che una scena del crimine, se letta in un certo modo all’inizio, può indirizzare per anni tutto ciò che viene dopo.
Le difese, i Poggi e il conflitto fra verità giudiziaria e nuova accusa
Se la Procura di Pavia parla di nuovi elementi probatori, il fronte delle difese e della famiglia Poggi risponde in maniera netta. Nel servizio di RaiNews i legali della famiglia sostengono che non ci sia “nessuna novità dirompente” e che non vi sia spazio per concedere una revisione ad Alberto Stasi. Sky TG24 riporta inoltre le parole dell’avvocato Francesco Compagna, legale di Marco Poggi, secondo cui le registrazioni attribuite a Sempio non costituirebbero affatto una confessione e non modificherebbero la realtà dei fatti già fissata nelle sentenze. Lo stesso Marco Poggi, sentito come testimone, avrebbe ribadito la propria fiducia nei consulenti e nella ricostruzione che continua a ritenere valida la scena del crimine già accolta dai giudici.
Anche la difesa di Andrea Sempio, affidata agli avvocati Liborio Cataliotti e Angela Taccia, ha ridimensionato la portata della notifica, parlando — nelle dichiarazioni riportate da Sky TG24 — di un atto che non conterrebbe vere sorprese rispetto alle contestazioni già note. I legali hanno chiesto accesso completo al fascicolo per valutare gli elementi che sorreggono l’accusa. È un passaggio chiave, perché da qui in avanti il confronto si sposterà inevitabilmente sul terreno tecnico: qualità delle perizie, tenuta degli indizi, possibilità di trasformare una ricostruzione investigativa in prova processuale.
Cosa può succedere adesso
Sul piano procedurale, la chiusura delle indagini ex articolo 415-bis non equivale a una condanna né apre automaticamente un nuovo processo, ma rappresenta la formalizzazione della tesi accusatoria prima dell’eventuale richiesta di rinvio a giudizio. Nel caso Garlasco, tuttavia, questo passaggio ha un peso ulteriore perché si intreccia con la possibile iniziativa del Procuratore Generale di Milano sulla posizione di Alberto Stasi, condannato in via definitiva nel 2015 a 16 anni. Lo ha confermato la nota richiamata da Sky TG24 e rilanciata anche da Chi l’ha visto?, secondo cui gli atti saranno trasmessi per le valutazioni del caso.
Il punto, per i lettori e per l’opinione pubblica, è non confondere il piano delle suggestioni con quello degli standard probatori. La ricostruzione 3D colpisce perché rende visibile una storia diversa: un altro uomo nella casa, un’altra sequenza, un’altra mano sulla parete. Ma in un’aula di giustizia non basta che una storia sia plausibile; deve essere dimostrabile, coerente, resistente alle obiezioni della difesa e capace di superare il filtro severissimo imposto quando esiste già una verità giudiziaria definitiva.
Perché questa ricostruzione conta, anche oltre il processo
Per ora la casa di via Pascoli non consegna una verità finale. Consegna, però, una nuova grammatica del sospetto. Nella ricostruzione tridimensionale il delitto non è più soltanto un fatto da ricordare: torna a essere un’azione da osservare, quasi fotogramma per fotogramma. E in quell’azione, oggi, la Procura vede il profilo di Andrea Sempio. Saranno i prossimi passaggi giudiziari a dire se questa nuova geometria reggerà all’urto del processo, o se resterà l’ennesima, potentissima ipotesi dentro uno dei misteri italiani più laceranti e irrisolti.