Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
12 maggio 2026 - Aggiornato alle 04:15
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

ambiente

Genova rompe l'asfalto, come funziona la depavimentazione urbana e quali effetti ha sulle città

Togliere asfalto non significa “tornare indietro”: significa ridare spazio all’acqua, abbassare il calore e cambiare il modo in cui si vive un quartiere

11 Maggio 2026, 22:37

22:44

genova

La decisione di Genova di inserire la depavimentazione nel Piano urbanistico comunale non è un dettaglio tecnico, ma un passaggio politico e amministrativo destinato a fare scuola. La città ligure è indicata come la prima città italiana ad aver scelto di far entrare in modo esplicito il depaving dentro le regole del proprio strumento urbanistico, con l’obiettivo di sostituire dove possibile superfici impermeabili con suolo permeabile, alberi, verde e infrastrutture capaci di raffreddare e drenare.

La mossa porta la firma della giunta guidata dalla sindaca Silvia Salis e nasce da una proposta dell’assessora all’Urbanistica, al Verde urbano e alla Smart City Francesca Coppola. Il provvedimento, approvato dalla Giunta comunale il 26 marzo 2026, introduce nelle norme generali del Puc il riconoscimento del suolo e del verde come infrastrutture ecosistemiche, cioè elementi strutturali della qualità urbana, della salute collettiva e della sicurezza territoriale. In quella stessa cornice, la depavimentazione viene indicata come azione da promuovere tanto negli interventi pubblici quanto in quelli privati, collegandola anche a possibili incentivi urbanistici ed economici.

C’è un momento, nelle città molto costruite, in cui il suolo smette di essere terra e diventa solo superficie. Succede d’estate, quando il marciapiede trattiene il calore fino a sera, e succede durante un nubifragio, quando l’acqua non trova più dove entrare e corre tutta insieme verso tombini, carreggiate, sottopassi. La depavimentazione urbana parte da qui: da un gesto apparentemente semplice — togliere asfalto e cemento — che in realtà mette in discussione un secolo di urbanistica fondata sulla sigillatura del terreno. E oggi non è più una pratica da laboratorio o da quartiere sperimentale: sta entrando nelle politiche urbane vere, nei regolamenti, nei piani. A Genova, questo passaggio ha assunto un valore simbolico e concreto insieme.

Il caso genovese conta perché segna un precedente. Il 26 marzo 2026 la giunta guidata dalla sindaca Silvia Salis ha approvato, su proposta dell’assessora all’Urbanistica Francesca Coppola, una delibera che introduce nel PUC – Piano urbanistico comunale nuove definizioni di suolo e verde come infrastrutture ecosistemiche. Nello stesso provvedimento il consumo di suolo zero viene assunto come principio di riferimento delle politiche urbanistiche ed edilizie, e la depavimentazione viene esplicitamente promossa come rimozione di superfici impermeabili da sostituire con aree verdi, alberi e terreni permeabili. Secondo quanto riportato dalla stampa locale e nazionale, Genova è la prima città italiana a inserire in modo esplicito la depavimentazione nel proprio strumento urbanistico generale.

Non è un dettaglio tecnico. Significa che la depavimentazione non resta confinata a un progetto pilota o a un’aiuola rifatta meglio, ma diventa un criterio di governo del territorio. A Genova il provvedimento si inserisce nel percorso della “città dei 15 minuti”, le cui linee di indirizzo erano state approvate dalla giunta nel febbraio 2026 sempre su proposta di Francesca Coppola. L’idea, in sostanza, è che una città più vicina e accessibile abbia bisogno anche di spazi pubblici meno minerali, meno ostili al caldo, più capaci di assorbire acqua e offrire ombra. Non a caso l’assessora ha legato più volte il depaving alla lotta contro le isole di calore, soprattutto nei centri storici e nelle aree più dense.

Che cosa significa, in pratica, depavimentare

La parola può sembrare ideologica, ma il lavoro è molto concreto. Depavimentare non vuol dire lasciare fango al posto dell’asfalto: vuol dire rimuovere o ridurre le superfici impermeabili e sostituirle con soluzioni che permettano all’acqua di infiltrarsi o di essere rallentata dove cade. Gli strumenti possono essere diversi: aiuole drenanti, filari alberati, suolo rinaturalizzato, pavimentazioni permeabili, rain garden, trincee drenanti, sistemi di raccolta e infiltrazione, o ancora strade e piazze ridisegnate in modo da far entrare l’acqua in strati di ghiaia e terreno sottostanti invece di spingerla subito nelle fognature. 

Dal punto di vista operativo, un intervento serio segue quasi sempre una sequenza precisa. Prima si individua dove il suolo è stato sigillato inutilmente: vecchi parcheggi sovradimensionati, piazze troppo asfaltate, slarghi, spartitraffico, cortili scolastici, marciapiedi eccessivamente cementati, aree residuali intorno agli edifici pubblici. Poi si verificano sottoservizi, pendenze, accessibilità, flussi pedonali e traffico. Solo dopo arriva la rimozione degli strati impermeabili e la scelta del sistema sostitutivo: in alcuni casi il terreno torna completamente verde; in altri si adottano superfici drenanti moderne, capaci di garantire uso pubblico e manutenzione. È il punto su cui ha insistito la stessa Coppola: non si tratta di “tornare alla terra battuta”, ma di usare tecnologie contemporanee che migliorino il drenaggio e la salubrità urbana.

Perché abbassa il caldo

Il primo effetto, quello che i cittadini percepiscono più in fretta, è sul microclima. Le superfici scure e compatte — strade, piazzali, coperture, marciapiedi — assorbono e riemettono più calore rispetto a suolo naturale, alberi e acqua. In altre parole: meno suolo sigillato e più vegetazione significano meno accumulo di calore nelle ore diurne e meno restituzione di calore durante la sera e la notte. È precisamente il meccanismo con cui si prova a contrastare l’isola di calore urbana, uno dei fenomeni che rendono le ondate estreme più dure da sopportare nei quartieri densi.

Qui il punto non è solo ambientale, ma sanitario. L’Organizzazione mondiale della sanità collega gli spazi verdi urbani a benefici fisici e mentali e ricorda che possono ridurre l’esposizione a calore eccessivo, inquinanti atmosferici e rumore, oltre a favorire coesione sociale e attività fisica. In un contesto di ondate di calore più frequenti, togliere superfici che surriscaldano e restituire spazio a suolo e vegetazione diventa quindi una misura di salute pubblica, non una semplice scelta estetica. A Genova, dove l’amministrazione ha più volte richiamato l’aumento delle ondate di calore negli ultimi anni, la depavimentazione viene letta proprio come risposta urbana a questa pressione climatica.

Perché migliora il drenaggio

Il secondo effetto riguarda l’acqua. Quando il suolo è sigillato, la pioggia non penetra: scorre in superficie, accelera, si concentra, trascina inquinanti, mette in crisi reti di drenaggio spesso progettate per un’altra epoca climatica. La Commissione europea considera la soil sealing, la sigillatura del suolo, uno dei principali fattori di degrado del terreno; la European Environment Agency ricorda che il suolo fornisce servizi essenziali come l’infiltrazione e la depurazione dell’acqua e la protezione dalle alluvioni. Le superfici permeabili, spiega anche la piattaforma europea sulle Natural Water Retention Measures, consentono invece alla pioggia di infiltrarsi, essere temporaneamente immagazzinata e poi rilasciata più lentamente. Non eliminano da sole il rischio idraulico, ma riducono il volume e la velocità del deflusso superficiale, che è già moltissimo nelle aree urbane dense.

È questo il motivo per cui la depavimentazione interessa urbanistica e protezione civile insieme. Ogni metro quadrato restituito a una funzione permeabile non è solo un metro quadrato “più verde”: è un pezzo di città che torna a fare il suo lavoro idrologico. La EPA sottolinea che le pavimentazioni permeabili possono ridurre il deflusso della pioggia e contribuire a filtrare gli inquinanti; allo stesso tempo avverte che servono progettazione e manutenzione adeguate, perché sedimenti e intasamenti possono ridurne l’efficacia. La lezione è chiara: depavimentare non è rompere una colata di cemento, è costruire un sistema che continui a funzionare nel tempo.

Non basta piantare alberi: serve cambiare il suolo

Il terzo effetto è forse il meno visibile ma il più strutturale: la vivibilità. Una città meno impermeabile è una città che può ospitare più alberi in salute, marciapiedi meno roventi, spazi di sosta ombreggiati, cortili scolastici più frequentabili, piazze che non diventano lastre incandescenti nei mesi estivi. E qui c’è un passaggio spesso trascurato: piantare alberi senza restituire terreno utile alle radici serve fino a un certo punto. Se tutto intorno rimane compresso e cementificato, l’albero vive peggio, cresce meno, raffresca meno, richiede più acqua e più cure. Per questo la depavimentazione è diversa dalla semplice arredo-urbanistica: tocca il rapporto tra superficie urbana, acqua, suolo e vegetazione.

Nel caso di Genova, l’amministrazione ha provato a tradurre questa impostazione in norma urbanistica e in leva economica. La depavimentazione entra tra gli interventi di miglioramento ambientale collegati a incentivi urbanistici ed economici, inclusi sconti sul contributo di costruzione per chi realizza certe opere. È un passaggio rilevante, perché uno dei limiti delle politiche verdi urbane è spesso la loro natura opzionale: tutti le elogiano, pochi le finanziano. Inserirle nel PUC e agganciarle a incentivi significa invece provarne la diffusione sia nel pubblico sia nel privato.

Certo, non esiste una scorciatoia. Non tutta la città può essere depavimentata allo stesso modo. In alcune strade pesano traffico, accessibilità, carichi, reti sottoterra, costi di manutenzione; in altre, le superfici permeabili funzionano bene solo se vengono pulite e gestite correttamente. La stessa EPA segnala che l’intasamento è una delle criticità più frequenti delle pavimentazioni permeabili e che diversi fattori ne possono limitare l’uso. Ma proprio per questo il tema è urbanistico prima ancora che ambientale: bisogna scegliere dove intervenire, con quali materiali, con quali usi e con quale continuità. La buona depavimentazione è selettiva, non ideologica.