ESTERI
Trump porta i big della tecnologia a Pechino, ma l’assenza di Jensen Huang cambia già il peso del viaggio
Non è solo diplomazia commerciale: nella missione in Cina si gioca una partita più ampia, tra AI, catene del valore, export control e il vero equilibrio di potere dell’industria tech globale
C’è un dettaglio che vale quasi quanto la foto di gruppo. Sul volo che porterà Donald Trump in Cina, tra i nomi più pesanti dell’industria americana compaiono Tim Cook ed Elon Musk. Manca però Jensen Huang, il capo di Nvidia, cioè l’azienda che più di ogni altra incarna oggi il potere strategico dei semiconduttori nell’era dell’intelligenza artificiale. In diplomazia economica, le assenze contano spesso più delle presenze. E in questo caso raccontano con precisione dove finiscono le ambizioni politiche e dove iniziano i limiti industriali del negoziato tra Washington e Pechino.
La visita di Stato di Trump in Cina si terrà dal 13 al 15 maggio 2026, su invito di Xi Jinping. Attorno al presidente statunitense si muoverà una delegazione che, secondo fonti concordanti, include oltre una dozzina di amministratori delegati e top manager di primo piano. Tra questi figurano Apple, Tesla/SpaceX, Meta, Micron, Cisco, Qualcomm, oltre a gruppi finanziari e industriali come BlackRock, Blackstone, Boeing, Citi, GE Aerospace e Cargill. Il segnale politico è chiaro: la Casa Bianca vuole presentarsi a Pechino non solo con il linguaggio della sicurezza e dei dazi, ma anche con quello degli affari, della manifattura avanzata e della tecnologia.
Un viaggio che parla di tecnologia molto più di quanto sembri
A una prima lettura, la missione sembra costruita come una vetrina del capitalismo americano: i leader di alcune delle aziende più esposte sul mercato cinese accompagnano il presidente nel momento in cui Stati Uniti e Cina provano a mantenere una relazione almeno gestibile su commercio, Taiwan, Iran e tecnologie emergenti. Ma l’elenco degli invitati suggerisce qualcosa di più preciso. La presenza di Cook e Musk indica che al centro del viaggio ci sono due nodi cruciali: da un lato le filiere produttive e i consumi digitali, dall’altro il futuro dell’auto elettrica, dei dati e dell’AI applicata all’industria.
Apple resta infatti una delle multinazionali americane più intrecciate con la Cina, sia sul lato della domanda sia su quello della produzione. Nel bilancio 2025, il gruppo ha registrato in Greater China ricavi per 64,377 miliardi di dollari, in calo rispetto ai 66,952 miliardi del 2024 e ai 72,559 miliardi del 2023. È un dato che racconta due cose insieme: la Cina non è più il motore scontato di crescita di una volta per Apple, ma resta un mercato e una base industriale troppo importanti per essere trattati come marginali.
Anche per Elon Musk il dossier cinese è strutturale, non accessorio. Nel 2025 Tesla ha realizzato in Cina ricavi per 20,962 miliardi di dollari, praticamente stabili sui 20,944 miliardi del 2024. In un momento in cui il mercato EV cinese è sempre più affollato, più competitivo e più aggressivo sui prezzi, la presenza di Musk a Pechino assume un significato che va oltre la politica: è il riconoscimento implicito che senza la Cina nessuna strategia industriale globale dell’auto elettrica può dirsi davvero completa.
Perché l’assenza di Nvidia pesa più di tutte le altre
Eppure il punto davvero rivelatore del viaggio è un altro: Nvidia non c’è. Ed è una mancanza che ridimensiona le aspettative su qualunque “grande accordo” relativo ai semiconduttori. L’azienda di Jensen Huang non è un fornitore qualunque: è oggi il cardine dell’infrastruttura globale dell’AI, il produttore dei chip più richiesti per addestrare e far funzionare i modelli avanzati. Senza Nvidia, parlare di una svolta davvero sostanziale sul fronte dei semiconduttori significa, nella migliore delle ipotesi, parlare di un’intesa parziale.
Il motivo non è soltanto simbolico. Nvidia è al centro del braccio di ferro più sensibile tra Washington e Pechino: quello sulle restrizioni all’export di chip ad alte prestazioni e sulle tecnologie connesse. Le regole statunitensi sui semiconduttori avanzati per la Cina si sono irrigidite progressivamente dal 2022 e sono state ulteriormente rafforzate nel tempo dal Bureau of Industry and Security del Dipartimento del Commercio. A gennaio 2025, BIS ha annunciato nuove misure per stringere l’accesso cinese ai semiconduttori avanzati e agli strumenti di produzione; successivamente ha anche chiarito che l’“AI Diffusion Rule” dell’era precedente non sarebbe stata applicata nella sua forma originaria, in attesa di una nuova impostazione regolatoria. In altre parole: il quadro resta mobile, ma la direzione di fondo non cambia, ed è quella del controllo strategico.
In questo contesto, Huang ha assunto una posizione pubblica sempre più netta. Da un lato ha difeso la necessità di mantenere spazio commerciale in Cina; dall’altro, nei fatti, Nvidia continua a muoversi dentro margini definiti da Washington. Nei risultati di fine esercizio fiscale 2026, la società ha dichiarato esplicitamente di non includere alcun ricavo da “Data Center compute” proveniente dalla Cina nelle proprie previsioni. È un passaggio tecnico, ma il messaggio è inequivocabile: oggi il mercato cinese, per il core business dell’AI compute di Nvidia, è soggetto a un grado di incertezza politica tale da non poter essere considerato ordinario.
Il paradosso della missione: tanti CEO, ma non il più decisivo
Qui emerge il vero paradosso della visita. Trump arriva in Cina accompagnato da una pattuglia di grandi nomi del business americano proprio mentre il dossier tecnologico più esplosivo — quello dei chip per l’AI — resta il meno negoziabile. È un viaggio che vuole mostrare forza economica, ma che si svolge nel momento in cui il settore chiave della competizione tecnologica è ancora pesantemente intrappolato dentro logiche di sicurezza nazionale.
Questo non significa che non possano emergere annunci o intese. Il Guardian osserva che, in assenza di Nvidia, appare meno probabile un grande accordo sui semiconduttori, mentre potrebbero esserci sviluppi più limitati o settoriali, ad esempio su altri attori come Micron. È una lettura plausibile: la delegazione include infatti aziende importanti per memoria, reti, smartphone, cloud e automotive, cioè segmenti nei quali può esistere spazio per formule di cooperazione, accesso al mercato o rassicurazione politica più circoscritte. Ma sarebbe un errore scambiare questi margini per una normalizzazione complessiva del rapporto tecnologico fra le due superpotenze.
Tim Cook ed Elon Musk: due interessi diversi, una stessa necessità
Se Huang rappresenta il fronte della tecnologia che divide, Cook e Musk incarnano la tecnologia che, pur sotto pressione, resta ancora costretta a negoziare. Per Apple, la Cina continua a essere contemporaneamente mercato, hub produttivo e rischio geopolitico. I numeri del bilancio mostrano un rallentamento nel Paese, ma mostrano anche quanto il legame resti profondo. Inoltre, la stessa documentazione societaria sottolinea che una parte sostanziale dell’hardware Apple continua a essere realizzata da partner produttivi localizzati soprattutto in Cina continentale, insieme ad altri paesi asiatici. È la fotografia di una dipendenza che può essere ridotta, ma non smontata in tempi rapidi.
Per Tesla, invece, la posta in gioco è duplice. Da un lato c’è la tenuta commerciale in uno dei mercati EV più importanti e competitivi del pianeta; dall’altro c’è il rapporto con un ecosistema cinese che non è più soltanto una base produttiva a basso costo, ma un concorrente ad altissima velocità su batterie, software, catena di fornitura e scala industriale. La presenza di Musk in delegazione segnala che la Casa Bianca continua a riconoscere il peso della sua azienda nella conversazione strategica con Pechino, anche se la traiettoria del mercato cinese oggi è assai meno favorevole rispetto agli anni in cui Tesla appariva come il riferimento quasi naturale dell’elettrico premium.