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SALUTE

Hantavirus, l’allarme non si spegne: il caso Veneto è negativo, mentre l’Europa continua a inseguire la scia della Hondius

Un test rassicura l’Italia, ma il focolaio nato in mare aperto continua a produrre contatti, quarantene e nuove diagnosi: cosa sappiamo davvero

12 Maggio 2026, 10:18

10:20

Hantavirus, l’allarme si restringe ma non si spegne: il caso Veneto è negativo, mentre l’Europa continua a inseguire la scia della Hondius

C’è un paradosso che racconta bene questa storia: mentre in Italia un tampone negativo abbassa la temperatura dell’allarme, nei Paesi Bassi un ospedale mette in quarantena 12 operatori sanitari per un’esposizione definita a rischio molto basso. È il segno più nitido di questa fase dell’emergenza legata al focolaio di hantavirus sulla nave da spedizione MV Hondius: niente panico, ma neppure leggerezza. Perché se il contagio interumano dell’Andes virus è raro, il prezzo di una sottovalutazione può essere alto.

La notizia che oggi interessa più da vicino i lettori italiani è quella arrivata dal Veneto. Il paziente monitorato nella regione, uno dei contatti individuati dopo il volo KLM su cui viaggiò una donna poi risultata infetta e deceduta in Sudafrica, è risultato negativo al test. A comunicarlo è stata Mara Campitiello, direttrice della prevenzione del Ministero della Salute, precisando però un punto fondamentale: un esito negativo in questa fase non equivale automaticamente a un “liberi tutti”. Il paziente è asintomatico, e questo è un elemento favorevole, ma la sorveglianza resta necessaria perché la positività potrebbe eventualmente emergere più avanti nel periodo di osservazione.

È qui che la cronaca si incontra con la sanità pubblica. L’hantavirus non si gestisce inseguendo soltanto i casi conclamati; si gestisce soprattutto seguendo i tempi biologici dell’infezione. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ricorda che i sintomi possono comparire tra 1 e 8 settimane dopo l’esposizione, e nel contesto del focolaio legato alla Hondius raccomanda un monitoraggio attivo dei contatti per 45 giorni. È una finestra lunga, che spiega perché un test negativo oggi sia una buona notizia, ma non ancora la fine della storia.

Il quadro italiano: un negativo in Veneto, sorveglianza in quattro regioni, due marittimi in quarantena

L’Italia, almeno per ora, non registra casi confermati, ma resta dentro la rete del tracciamento internazionale. I passeggeri del volo collegato a una delle vittime del focolaio sono stati rintracciati e segnalati alle regioni competenti: Calabria, Campania, Toscana e Veneto. Secondo quanto riferito dal Ministero della Salute, queste persone sono state monitorate in via precauzionale, con tracciamento dei contatti e sorveglianza sanitaria fino al termine del periodo previsto.

Accanto a questo filone, se n’è aperto un altro che riguarda due italiani impiegati nel settore marittimo. I due marittimi, uno in Campania e uno in Calabria, sono stati posti in quarantena obbligatoria pur in assenza di sintomi, nel quadro di un approccio definito di “massima cautela” dal ministro della Salute Orazio Schillaci. È una misura insolita nel panorama sanitario recente italiano e proprio per questo significativa: segnala che, pur in un contesto di rischio generale giudicato basso, le autorità hanno scelto una soglia di prudenza alta per i contatti ritenuti più sensibili.

Lo stesso Schillaci ha insistito su un messaggio di equilibrio: in Italia, ha detto, “non c’è alcun pericolo” per la popolazione generale, ma ciò non esclude misure rigorose nei confronti dei contatti stretti. È una distinzione importante, perché evita due errori speculari: minimizzare tutto o trattare l’episodio come l’inizio di una nuova pandemia. Né l’una né l’altra lettura, allo stato dei fatti, è sostenuta dalle evidenze disponibili.

La nave da cui tutto è partito

Per capire perché un caso sospetto in Italia abbia acceso così rapidamente la macchina della prevenzione bisogna tornare alla MV Hondius, nave da spedizione battente bandiera olandese partita da Ushuaia il 1° aprile 2026. Secondo l’OMS, il cluster è stato segnalato il 2 maggio dopo l’emersione di casi di malattia respiratoria severa tra passeggeri e membri dell’equipaggio. A bordo si trovavano 147 persone, fra 88 passeggeri e 59 membri dell’equipaggio, di 23 nazionalità diverse.

Nella prima fotografia ufficiale diffusa dall’OMS, aggiornata al 4 maggio, i casi identificati erano 7: 2 confermati in laboratorio e 5 sospetti, inclusi 3 decessi, un paziente in terapia intensiva e tre persone con sintomi più lievi. Successivamente, la situazione si è evoluta con ulteriori conferme tra i passeggeri sbarcati. L’articolo di ANSA da cui prendono le mosse gli ultimi aggiornamenti riferisce infatti di 3 nuovi contagi confermati: una cittadina francese, un cittadino americano e uno spagnolo, tutti riconducibili alla nave-focolaio.

Sul piano epidemiologico, è un dettaglio decisivo: il focolaio non si è fermato al momento dello sbarco. Ha continuato a generare controlli, isolamento dei contatti, test seriali e nuove diagnosi in più Paesi. È la ragione per cui le autorità sanitarie europee parlano di risposta coordinata multinazionale, con scambio continuo di informazioni su passeggeri, itinerari, esposizioni e risultati di laboratorio.

Perché preoccupa proprio l’Andes virus

Non tutti gli hantavirus sono uguali. La maggior parte si trasmette all’uomo attraverso il contatto con roditori infetti o con ambienti contaminati da urine, saliva o feci. Ma l’elemento che rende il focolaio della Hondius particolarmente sorvegliato è il sospetto coinvolgimento dell’Andes virus, l’unico hantavirus per il quale sia documentata, seppure in modo non comune, la trasmissione da persona a persona. La Commissione europea lo afferma in modo netto, sottolineando che si tratta di una trasmissione che richiede in genere contatti stretti e prolungati.

L’OMS conferma che il contagio interumano dell’Andes virus resta non comune e si osserva soprattutto in contesti di vicinanza intensa, per esempio tra conviventi o partner, e più probabilmente nelle fasi iniziali della malattia. Anche in ambiente sanitario il rischio viene considerato molto basso se vengono applicate correttamente le misure di prevenzione, in particolare igiene delle mani, gestione sicura di sangue e fluidi biologici, isolamento dei casi e precauzioni aggiuntive nelle procedure che generano aerosol.

Non è un dettaglio teorico. In Argentina, uno studio pubblicato sul New England Journal of Medicine e richiamato anche dagli esperti italiani ha documentato un focolaio con trasmissione interumana e un numero mediano di casi secondari superiore a 2 prima dell’introduzione delle misure di controllo, poi sceso sotto 1 dopo l’isolamento dei malati e la quarantena dei contatti. La lezione è semplice: il virus non va né drammatizzato né banalizzato; va contenuto con rapidità.

I 12 operatori sanitari in quarantena nei Paesi Bassi

In questo quadro si inserisce il caso dell’ospedale Radboudumc di Nijmegen, nei Paesi Bassi, dove 12 membri del personale sanitario sono stati posti in quarantena preventiva per 6 settimane dopo la gestione di sangue e urine di un paziente ricoverato senza l’applicazione dei protocolli più severi successivamente adottati. L’ospedale ha spiegato che il rischio di infezione è molto basso e che l’assistenza prosegue regolarmente, ma l’episodio conferma quanto il principio di precauzione stia guidando le scelte operative anche in sistemi sanitari altamente strutturati.

Il ricovero in questione riguarda uno dei passeggeri della Hondius trasferiti nei Paesi Bassi. Sempre secondo Reuters, nella notte del 12 maggio 2026 due voli hanno riportato nel Paese 28 passeggeri evacuati dalla nave. Tutti i passeggeri, a quel punto, erano stati sbarcati; a bordo restavano 25 membri dell’equipaggio insieme a un medico e un infermiere, mentre la nave faceva rotta verso i Paesi Bassi.

Quanto è grave la malattia e quali sintomi osservare

L’hantavirus può manifestarsi inizialmente con sintomi molto poco specifici: febbre, cefalea, dolori muscolari, nausea, vomito, dolori addominali, talvolta diarrea. È proprio questa aspecificità a complicare la diagnosi precoce. Nelle forme che interessano le Americhe, come quelle associate all’Andes virus, il quadro può evolvere rapidamente verso una sindrome cardiopolmonare con tosse, dispnea, accumulo di liquidi nei polmoni e shock. Non esiste una terapia antivirale specifica approvata: la gestione è soprattutto di supporto, con monitoraggio stretto e, nei casi gravi, accesso tempestivo alla terapia intensiva.

La gravità non è uniforme nel mondo. Secondo l’OMS, la letalità può restare inferiore all’1% in alcune forme europee, arrivare al 15% in Asia ed Europa per altre varianti e toccare fino al 50% nelle forme americane più severe. Nel 2025, sempre secondo l’agenzia Onu, nella Regione delle Americhe sono stati riportati 229 casi e 59 decessi, con un tasso di letalità del 25,7%. Numeri che spiegano perché, anche quando il rischio per la popolazione generale è definito basso, la vigilanza clinica resti alta.

Rischio basso non significa rischio nullo

Uno dei punti più fraintesi in queste ore è proprio questo. OMS, ECDC e Commissione europea convergono nel definire basso il rischio per la popolazione generale mondiale e molto basso quello per l’Europa. Ma “basso” non vuol dire inesistente. Significa, più precisamente, che le caratteristiche del virus e del focolaio non suggeriscono una diffusione facile e incontrollata nella comunità, soprattutto in assenza di contatti stretti e prolungati.

Al tempo stesso, la stessa Commissione europea riferisce che i risultati del sequenziamento indicano con forza un unico spillover zoonotico recente, cioè un singolo salto iniziale dagli animali all’uomo, da cui si sarebbe poi sviluppata la catena dei casi osservati. Inoltre, al momento non ci sono indicazioni di una trasmissibilità aumentata o di una maggiore severità rispetto ad altri virus Andes conosciuti, anche se le indagini proseguono. È un’informazione rilevante perché aiuta a mettere in prospettiva l’evento: l’eccezionalità, finora, è più nel contesto — una nave da spedizione con molte interazioni ravvicinate — che in una presunta “mutazione mostruosa” del virus.