IL GIALLO
Garlasco, il giorno del profilo: perché Andrea Sempio è a Roma e cosa può raccontare davvero una consulenza personologica
Non è un interrogatorio, non è una perizia psichiatrica e non decide la colpevolezza. Eppure, nel nuovo snodo dell’inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi, la scelta della difesa apre una finestra cruciale: quella sulla personalità, sul linguaggio emotivo e sulla strategia di chi si prepara a non parlare davanti ai pm.
Mentre Andrea Sempio sceglie il silenzio davanti ai magistrati, la difesa prova a far parlare altro. Non le parole pronunciate in un verbale, ma i tratti della personalità; non una deposizione, ma una lettura tecnica del modo di stare al mondo, reagire, contenere lo stress, affrontare la pressione. È in questo spazio, a metà tra psicologia forense e strategia processuale, che si colloca la consulenza personologica alla quale l'indagato per il delitto di Garlasco si è sottoposto a Roma, mentre attorno al suo nome tornano ad addensarsi attenzioni mediatiche, ipotesi investigative e contrapposizioni giudiziarie che il caso Chiara Poggi si porta dietro da quasi diciannove anni.
La cornice è nota, ma resta impressionante per il suo peso specifico. Chiara Poggi, 26 anni, fu uccisa il 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia a Garlasco, in provincia di Pavia. Per quell’omicidio Alberto Stasi, allora fidanzato della giovane, è stato condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione. Negli anni, però, il caso ha continuato a produrre perizie, ricostruzioni alternative, richieste di riapertura e nuovi filoni investigativi. In questo contesto si inserisce la nuova indagine della Procura di Pavia su Andrea Sempio, amico del fratello della vittima, già finito al centro di verifiche tra il 2016 e il 2017 e oggi nuovamente indagato. La sua posizione, va ricordato con nettezza, è contestata dalla difesa e resta tutta da vagliare nelle sedi giudiziarie.
Il viaggio a Roma e la scelta della difesa: “scena muta” davanti ai pm
Nel passaggio più delicato, la linea difensiva è stata annunciata senza ambiguità: Sempio si sarebbe avvalso della facoltà di non rispondere davanti ai pubblici ministeri. Una decisione motivata dai suoi legali, Angela Taccia e Liborio Cataliotti, con la necessità di avere piena contezza degli atti e del materiale raccolto dall’accusa prima di entrare nel merito. È una facoltà prevista dall’ordinamento e, per quanto spesso venga letta fuori dalle aule come un gesto di chiusura o di allarme, sul piano processuale non equivale a una ammissione né a un indizio di colpevolezza: è uno strumento di difesa, soprattutto quando l’impianto accusatorio è in evoluzione o viene ritenuto dalla controparte incompleto da esaminare.
Accanto al silenzio processuale, la difesa ha però deciso di muoversi su un altro terreno: quello della consulenza personologica. Secondo quanto riferito da più fonti, Sempio si è recato a Roma per sottoporsi a questo approfondimento, chiesto dai suoi avvocati come elemento utile a ricostruire, con strumenti tecnici, il suo profilo personale e psicologico. La scelta arriva in una fase in cui il dibattito pubblico sul caso si è riacceso con intensità, anche per la diffusione di materiali, intercettazioni e contenuti che hanno alimentato una forte esposizione mediatica dell’indagato. La difesa ha lasciato intendere di voler reagire anche a questo clima, cercando una lettura professionale fondata su test, colloqui e osservazione specialistica, invece che su frammenti sparsi o su interpretazioni mediatiche.
Che cos’è davvero una consulenza personologica
Il termine può sembrare vago o persino suggestivo, ma il suo significato è più preciso di quanto appaia. In senso ampio, la personologia rimanda allo studio della persona e dei suoi tratti, mentre in ambito psicologico e forense la consulenza personologica serve a esaminare in modo strutturato le caratteristiche psicologiche, emotive, cognitive e comportamentali di un soggetto. Non si tratta di una “macchina della verità”, né di un esame capace di stabilire automaticamente se una persona abbia commesso o meno un reato. Piuttosto, è uno strumento tecnico che può contribuire a descrivere il funzionamento della personalità, la gestione degli impulsi, le modalità relazionali, la tolleranza allo stress, la coerenza del pensiero e altri aspetti utili a un inquadramento complessivo.
Su questo punto, un chiarimento importante arriva anche dall’ambito specialistico. Eugenio Aguglia, copresidente della Società italiana di Psichiatria e psicopatologia forense, ha spiegato che una richiesta del genere da parte della difesa è in qualche misura “irrituale”, perché nei processi si parla più frequentemente di consulenza psichiatrica, della quale l’esame personologico o psicologico rappresenta spesso una fase preliminare o una componente. Proprio questa osservazione aiuta a capire il valore dell’iniziativa: non siamo davanti a un passaggio standard, ma a una mossa selettiva, che punta a concentrare l’attenzione non sulla patologia mentale, bensì sulla struttura della personalità e sul suo funzionamento. In altre parole, non si vuole certificare una malattia, ma offrire un ritratto tecnico di come quella persona pensa, reagisce, elabora e si relaziona.
Come si svolge: colloqui, test e indicatori, ma senza automatismi
In concreto, una consulenza di questo tipo si costruisce di norma attraverso colloqui clinici, raccolta anamnestica, eventuale analisi della documentazione disponibile e somministrazione di test psicodiagnostici o di personalità usualmente impiegati in ambito forense. L’obiettivo non è produrre un’etichetta semplice, ma mettere insieme indicatori: capacità di controllo, organizzazione del pensiero, assetto emotivo, eventuali rigidità, fragilità, tratti ossessivi, aggressività, dipendenza relazionale, funzionamento cognitivo. Sono elementi che, se letti da un professionista qualificato, possono essere utilizzati per formulare ipotesi descrittive, non verdetti. Il punto decisivo, per i lettori come per gli osservatori giudiziari, è questo: la consulenza non sostituisce la prova, non cancella gli accertamenti tecnici e non risolve da sola le contraddizioni del caso. Può però diventare, per la difesa, un tassello con cui contestare narrazioni semplificate o descrizioni giudicate distorte della figura dell’indagato.
È qui che il profilo personologico assume un significato più ampio del solo dato tecnico. Nel caso Sempio, la scelta sembra inserirsi in una strategia che punta a opporre alla rappresentazione investigativa e mediatica una contro-lettura più articolata. Non un alibi psicologico, ma una risposta tecnica a quella che la difesa considera una “mostrizzazione” del proprio assistito. L’intenzione, in sostanza, è spostare il baricentro: dalle impressioni ai parametri, dai frammenti alle valutazioni professionali, dalla pressione del clamore all’analisi metodica di chi è chiamato a esprimersi con prudenza. È una distinzione essenziale, soprattutto in un caso che negli anni ha dimostrato quanto sia facile, per il racconto pubblico, correre più veloce delle verifiche.
Il nuovo fascicolo e gli altri fronti aperti dalla difesa
La consulenza personologica non è un episodio isolato. Dalle informazioni emerse, il collegio difensivo starebbe lavorando anche su altri approfondimenti tecnici: una consulenza medico-legale per esaminare cause e orario della morte, una verifica antropometrica sull’impronta attribuita all’assassino, un lavoro sugli audio delle intercettazioni ritenuti poco chiari e ulteriori approfondimenti dattiloscopici. Questo significa che il fronte difensivo non si sta limitando a respingere l’accusa in via astratta, ma sta costruendo un mosaico di controanalisi su più piani: scientifico, ricostruttivo, percettivo e, appunto, personologico. Da qui deriva anche il senso del viaggio a Roma, che non appare come una parentesi laterale, ma come una tappa dentro una più ampia preparazione difensiva.
Nel frattempo, sul versante dell’accusa, il nuovo fascicolo ha riaperto interrogativi pesanti. Fonti giornalistiche riferiscono che la Procura di Pavia ha contestato a Sempio l’omicidio volontario aggravato e ha sviluppato una nuova ricostruzione del delitto, anche sulla base di consulenze tecniche, rilievi e interpretazioni investigative più recenti. Alcuni report parlano di una ricostruzione tridimensionale della villetta e di elementi che gli inquirenti ritengono compatibili con la presenza dell’indagato sulla scena del crimine. Sono passaggi delicatissimi, che meritano una doppia cautela: perché riguardano un procedimento ancora in corso e perché ogni elemento, in questa vicenda, ha storicamente prodotto letture divergenti tra accusa, difesa e osservatori esterni.