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Mistero

Ricina a Pietracatella, il cerchio si stringe sulla pista familiare e l'epilogo sembra vicino

Due profili oggi più attenzionati degli altri, tre posizioni che avrebbero perso consistenza, nuovi accertamenti su dati digitali e ulteriori interrogatori in corso.

12 Maggio 2026, 18:09

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Pietracatella, il veleno in famiglia e il cerchio che si stringe: nel giallo della ricina restano due figure al centro delle indagini

Madre e figlia morte dopo giorni di agonia, una cena diventata il punto di non ritorno, oltre cento audizioni e una pista che oggi appare più netta delle altre: cosa sappiamo davvero, finora, sul duplice omicidio che ha sconvolto il Molise.

La casa è rimasta chiusa per mesi, con le serrande abbassate e i sigilli. Ma il silenzio, in casi come questo, non è mai davvero vuoto: trattiene tracce, oggetti, memorie digitali, parole dette male e parole non dette affatto. A Pietracatella, piccolo centro del Molise, il tempo dell’impressione ha ormai lasciato il posto a quello, molto più duro, della ricostruzione. E la ricostruzione racconta che Antonella Di Ielsi, 50 anni, e la figlia Sara Di Vita, 15 anni, non sono morte per una generica intossicazione, come si era pensato nelle prime ore. Le analisi tossicologiche hanno invece indicato la presenza di ricina, una tossina potentissima, aprendo un fascicolo per duplice omicidio premeditato.

Oggi, a distanza di mesi dai decessi avvenuti tra il 27 e il 28 dicembre 2025 all’ospedale Cardarelli di Campobasso, l’inchiesta coordinata dalla Procura di Larino guidata dalla procuratrice Elvira Antonelli si muove lungo una direttrice considerata al momento la più solida: la pista familiare. Secondo fonti investigative rilanciate nelle ultime ore, i sospettati che inizialmente sarebbero stati individuati in quattro o cinque persone si sarebbero ridotti a due profili ritenuti oggi particolarmente attenzionati, mentre altre posizioni sarebbero state progressivamente ridimensionate o scartate. Il fascicolo per omicidio, tuttavia, resta ancora formalmente contro ignoti.

Dalla sospetta tossinfezione al sospetto avvelenamento

All’inizio sembrava la cronaca tragica di una famiglia colpita da un malore improvviso durante le feste. Poi la vicenda ha cambiato completamente volto. La svolta è arrivata con gli accertamenti tossicologici eseguiti dal Centro antiveleni dell’IRCCS Maugeri di Pavia, che hanno certificato una grave intossicazione da ricina nei campioni ematici di madre e figlia. La presenza del veleno, emersa dagli esami italiani e confermata anche da laboratori esteri secondo quanto riferito da RaiNews, ha spostato l’inchiesta dal terreno dell’errore diagnostico a quello dell’azione dolosa.

È un passaggio decisivo, perché la ricina non è una sostanza che compare per caso. È una tossina che richiede reperimento, preparazione, manipolazione. Ed è proprio su questo punto che gli investigatori starebbero insistendo: secondo alcune ricostruzioni giornalistiche, l’ipotesi è che il veleno possa essere stato ottenuto in modo artigianale a partire dai semi della pianta del ricino, una presenza non rara anche in alcune aree del Molise. Si tratta, va precisato, di un’ipotesi investigativa riportata da più fonti e non ancora cristallizzata in una contestazione formale.

Il punto fermo degli inquirenti: l’avvelenamento sarebbe partito dalla cena del 23 dicembre

Nel mosaico ancora incompleto dell’inchiesta esiste un elemento che torna con insistenza: la cena del 23 dicembre. Per chi indaga, è lì che si colloca il momento chiave dell’avvelenamento. I dispositivi elettronici sequestrati nella casa delle vittime vengono analizzati proprio per capire cosa sia accaduto attorno a quella data, quali contatti ci siano stati, chi fosse presente, quali ricerche online siano state effettuate e se dai dati tecnici possano emergere elementi in grado di confermare o smentire le versioni raccolte in questi mesi.

Da quel momento, la ricostruzione clinica diventa drammatica. Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita accusano sintomi severi, vengono visitate più volte, e la tragedia si consuma in ospedale a poche ore di distanza l’una dall’altra. In parallelo resta aperto anche il filone relativo a possibili profili di omicidio colposo a carico di cinque medici, legato alla prima gestione sanitaria del caso. È il secondo binario dell’indagine: distinto dal presunto avvelenamento, ma tutt’altro che marginale.

Due inchieste, una sola domanda: chi ha portato la ricina in quella casa?

Il quadro giudiziario, oggi, va letto su due livelli. Da una parte c’è il fascicolo per duplice omicidio premeditato, ancora senza indagati ufficiali. Dall’altra c’è il procedimento per omicidio colposo nei confronti dei sanitari che, nella prima fase, non avrebbero colto l’origine tossica del quadro clinico. È una distinzione importante, perché spiega perché attorno al caso orbitino contemporaneamente consulenze medico-legali, accertamenti tossicologici, interrogatori di familiari, sequestri informatici e nuovi sopralluoghi nell’abitazione di via Risorgimento.

La domanda centrale, però, resta una sola: chi ha introdotto la sostanza letale nel contesto domestico e come? Proprio per tentare una risposta, il 4 maggio 2026 la Polizia Scientifica è tornata nella casa della famiglia, con personale specializzato arrivato da Roma, per acquisire cellulari, computer, tablet e chiavette USB appartenuti alle vittime. Le operazioni si sono svolte in un immobile rimasto sotto sequestro per oltre quattro mesi, con la partecipazione dei rappresentanti delle parti coinvolte e con cautele particolari per evitare contaminazioni della scena.

Il nodo dei dispositivi elettronici e la pista dei dati digitali

In un’inchiesta priva, almeno per ora, di un testimone decisivo o di una prova diretta già emersa pubblicamente, il materiale informatico può diventare cruciale. Gli investigatori stanno lavorando sui telefoni e sugli altri dispositivi di Sara e Antonella, ma anche sul cellulare di Alice Di Vita, la figlia maggiore che quella sera non era a cena in casa perché si trovava fuori con amici. Sul suo telefono la Procura ha chiesto di esaminare chat, cronologia web, appunti e localizzazioni relativi agli ultimi mesi, alla ricerca di elementi utili sia per la pista dell’omicidio sia per verificare passaggi relativi ai soccorsi e ai rapporti interni alla famiglia.

Secondo quanto riportato da diverse testate, tra i dati acquisiti ci sarebbero anche annotazioni sui cibi consumati in famiglia tra il 22 e il 25 dicembre, oltre ai log e alle connessioni di rete che potrebbero aiutare a ricostruire la presenza di dispositivi nell’abitazione nei giorni cruciali. Anche in questo caso, si tratta di verifiche in corso: elementi investigativi che potrebbero diventare importanti, ma che al momento non autorizzano conclusioni anticipate.

Oltre cento audizioni e diverse versioni da incrociare

Un altro dato rilevante è il numero delle persone già sentite. Le audizioni sarebbero ormai oltre cento, tra parenti, amici, conoscenti, medici e persone che ebbero contatti con la famiglia nei giorni precedenti al malore. È un dato che dice molto sulla complessità dell’indagine: non solo sul piano tecnico, ma anche su quello relazionale. Gli inquirenti stanno incrociando dichiarazioni che, in alcuni casi, avrebbero mostrato contraddizioni. Ed è proprio in questa zona grigia — i dettagli che non coincidono, i tempi che non tornano, le tensioni taciute o minimizzate — che la Squadra Mobile di Campobasso starebbe cercando la chiave del caso.

Nei giorni scorsi sono stati ascoltati nuovamente diversi familiari: Salvatore Di Ielsi e Luigi Di Ielsi, rispettivamente padre e fratello di Antonella, ma anche altre persone vicine al nucleo familiare, tra cui Laura Di Vita, cugina di Gianni Di Vita, già richiamata più volte dagli investigatori, e lo stesso Gianni insieme alla figlia Alice. Essere ascoltati o riconvocati non equivale, naturalmente, a essere destinatari di un’accusa: significa, in questa fase, che gli inquirenti considerano quelle testimonianze utili o bisognose di approfondimento.

Le tensioni familiari, il movente e la prudenza necessaria

Sul possibile movente, il quadro pubblico resta ancora incompleto. ANSA ha riferito che gli investigatori stanno approfondendo anche alcune tensioni familiari tra una delle vittime e una parente, oltre a profili legati alle vite private delle persone coinvolte e a eventuali relazioni del passato. È un passaggio delicatissimo, che impone cautela: allo stato non sono stati resi noti elementi tali da consentire di parlare di un movente definito, né tantomeno di attribuirlo con certezza a persone specifiche.

Anche per questo il ridimensionamento del numero dei sospettati — da quattro-cinque a due figure considerate oggi centrali — va letto con equilibrio. È un’indicazione investigativa, non una verità processuale. Significa che il lavoro della Procura e della Squadra Mobile si starebbe concentrando su un perimetro più ristretto, mentre altre tre posizioni, inizialmente considerate meritevoli di approfondimento, non avrebbero per ora trovato riscontri sufficienti. Ma il confine tra sospetto e prova, in una vicenda simile, resta larghissimo.

Il giallo della ricina e il caso del padre negativo agli esami

Uno degli aspetti che più hanno fatto discutere riguarda la posizione di Gianni Di Vita, marito e padre delle vittime, anche lui colto da malore nei giorni della tragedia. Le analisi sul suo sangue sono risultate negative alla ricina. Un dato che sembrava, almeno in apparenza, allontanarlo dall’esposizione alla sostanza. Ma la stessa procuratrice Elvira Antonelli ha chiarito, sulla base delle valutazioni tossicologiche, che quella negatività potrebbe essere compatibile sia con l’assenza della proteina nel sangue al momento del prelievo, sia con una possibile degradazione nel tempo della sostanza prima dell’analisi. In altre parole: la negatività non chiude da sola il ragionamento investigativo.

È uno snodo importante, perché dimostra quanto sia insidioso anche il dato scientifico quando viene letto fuori contesto. La ricina non è un veleno “facile” da inseguire in laboratorio se il campionamento e il tempo trascorso incidono sulla sua rilevabilità. Di qui la prudenza degli inquirenti, che non sembrano intenzionati a basare la ricostruzione su un solo elemento isolato, ma su un incastro di esami, tempi di assunzione, sintomi, dichiarazioni e relazioni.

Il capitolo delle flebo domiciliari

Nelle ultime ore è riemerso anche un altro dettaglio destinato a pesare: la richiesta, avanzata dai difensori di uno dei medici del pronto soccorso, di sentire l’uomo che avrebbe somministrato delle flebo a domicilio a Antonella e Sara la sera del 26 dicembre, quando i sintomi erano già evidenti. Secondo RaiNews Tgr Molise, si tratta di una figura vicina alla famiglia, già ascoltata informalmente in Questura ma non ancora in un’audizione difensiva come richiesto dai legali. L’interesse, in questo caso, riguarda le circostanze della somministrazione, ma anche il contenuto e la provenienza delle infusioni, poiché dall’ospedale Cardarelli non risulterebbe una prescrizione di quel tipo.

Non è un dettaglio secondario. In una storia in cui il tempo tra i primi sintomi e la morte è stato decisivo, ogni gesto compiuto nelle ore precedenti può assumere un peso diverso: terapeutico, irrilevante o, all’opposto, potenzialmente significativo. Anche qui, però, conviene attenersi ai fatti accertati e alla prudenza: al momento si tratta di un ulteriore fronte di chiarimento, non di una prova già qualificata in senso accusatorio.

Un paese sospeso, un’indagine entrata nella fase più delicata

Per Pietracatella, meno di 1.500 abitanti, questa vicenda è molto più di un fatto di cronaca. È una ferita aperta che ha trasformato il paese in un luogo di domande. I funerali del 10 gennaio 2026, accompagnati dal lutto cittadino, avevano salutato Antonella e Sara come vittime di una tragedia ancora senza nome. Oggi quel nome — duplice omicidio premeditato con avvelenamento da ricina — esiste. Manca invece ancora quello, decisivo, di chi avrebbe colpito.

L’indagine è entrata nella fase più delicata: quella in cui il cerchio si stringe, ma proprio per questo aumenta il rischio di errori, fughe in avanti, semplificazioni. Le fonti investigative indicano una traiettoria precisa: pista familiare, due profili oggi più attenzionati degli altri, tre posizioni che avrebbero perso consistenza, nuovi accertamenti su dati digitali e ulteriori interrogatori in corso. Ma finché questi elementi non si tradurranno in contestazioni formali, misure cautelari o rinvii a giudizio, la parola d’ordine resta una sola: cautela.

Quello che sappiamo, però, basta già a restituire la gravità della vicenda. Una madre e una figlia morte durante le feste. Una tossina rara e letale. Una casa tornata sotto la lente degli specialisti dopo mesi di sigilli. Una rete di rapporti familiari e personali scandagliata audizione dopo audizione. E un’inchiesta che, dopo aver attraversato il buio delle ipotesi, sembra ora avvicinarsi a un punto di svolta. Non ancora alla verità giudiziaria. Ma, forse, al suo perimetro.