Protesta
Electro...shock: lavoratori i sciopero dopo l'annuncio di Electrolux di 1.700 esuberi e la chiusura di Cerreto d'Esi
Anche pressioni politiche per salvare i posti di lavoro
«Electro...shock». In un cartellodavanti allo stabilimento Electrolux di Cerreto d’Esi, inprovincia di Ancona, c'è lo scoramento e la rabbia deilavoratori, in sciopero in tutte le sedi del gruppo, dopo l'annuncio del piano di ristrutturazione. Millesettecento esuberi, quasi il 40% dei dipendenti, e la chiusura dello stabilimento marchigiano che produce cappe da cucina: un piano definito «inaccettabile» dal ministro delle Imprese e del madein Italy, Adolfo Urso, che ha convocato l'azienda a Roma il 25 maggio.
Lo stesso termine, "inaccettabile", ritorna nei commenti, dalle fabbriche ai palazzi, fino alla Camera e all’Europarlamento dove deputati di maggioranza e opposizione hanno presentato interrogazioni urgenti al governo.
«Non è un piano industriale, ma una carneficina sulle spalle di chi lavora», scandiscono al megafono i lavoratori di Porcia, in provincia di Pordenone, lo stabilimento salvato dalla chiusura durante l’ultima grande crisi, nel 2014, con incentivi e agevolazioni. «Non siamo esuberi, siamo persone. Ci stanno scippando il futuro», protesta una dipendente di Forlì, dove sono previsti fino a 400 tagli.
«Come mantengo mia figlia? Come faccio con le spese e l’affitto?», si dispera una donna che lavora da 33 anni a Cerreto, la fabbrica più a rischio. "Da questo stabilimento è uscita la prima cappa da cucina al mondo", rivendica un collega.
Erano gli anni 50 e l’Italia stava diventando la fabbrica di elettrodomestici dell’Europa. Quanto Electrolux arrivò nel Paese, nel 1984 con il salvataggio di Zanussi e dei suoi 20 mila dipendenti, nacque - secondo quanto ricostruisce l’azienda sul suo sito - il «leader indiscusso nel mercato europeo degli elettrodomestici».
Oltre 40 anni dopo l'azienda lamenta «una fase di marcata difficoltà in Europa», tra una domanda persistentemente debole, una sempre maggiore pressione competitiva, costi strutturalmente elevati, dall’energia all’acciaio, e crescente complessità operativa. Sono difficoltà diffuse nel settore, e una ristrutturazione era attesa dai sindacati, ma non di questa misura.
Il tavolo di confronto dell’azienda con il governo, le organizzazioni sindacali e i rappresentanti di Emilia-Romagna, Friuli-Venezia Giulia, Lombardia, Marche e Veneto esaminerà possibili le azioni a tutela dei lavoratori e della continuità produttiva. I presidenti delle Regioni coinvolte sono pronti ad andare battaglia, tra le ipotesi avanzate c'è anche l’uso dei poteri di golden power per un settore considerato strategico.
"Ci opporremo con tutta la nostra forza al piano", ha detto Francesco Acquaroli (Marche). Michele De Pascale (Emilia-Romagna) ha invitato a fare fronte comune. Luca Zaia (Lega) teme un effetto «domino sul territorio». Per Massimiliano Fedriga (Friuli) «il settore è in crisi, ma non possono pagare solo i lavoratori». Ai dipendenti in mobilitazione arriva anche la solidarietà dei vescovi del Nord-Est.
Urso si prepara ad «affrontare anche
questa crisi, ben consapevole che l'azienda ha
già chiuso stabilimenti in Ungheria e negli Stati Uniti» in una situazione, secondo lui, «frutto anche delle scelte perverse e ideologiche del Green deal, che espongono alla concorrenza selvaggia e sleale della Cina». Tuttavia, si dice fiducioso sulla possibilità di trovare una soluzione: «sono certo che riusciremo a salvaguardare, per quanto possibile, il sistema produttivo e i lavoratori», ha detto a Bologna rivendicando che il governo avrebbe risolto "oltre 40 tavoli di crisi" tra cui quello di Whirlpool-Beko.
Un quadro contestato dall’opposizione. Il presidente del M5S Giuseppe Conte parla di "massacro sociale". L’ex ministro Pd Andrea Orlando vede nel piano «vergognoso» di Electrolux i nodi che vengono al pettine "dopo quattro anni di vuoto pneumatico sulle politiche industriali". E secondo Nicola Fratoianni di Avs è «l'ennesima bastonata per lavoratori e l’ennesimo fallimento del governo».