Il punto
Hantavirus, pochi test non certificati e caos sul contagio anche senza sintomi
Serve sorveglianza molecolare per intercettare asintomatici; la sequenza al 99% col ceppo argentino suggerisce stabilità
Per la diagnosi degli hantavirus esistono kit certificati per l'uso diagnostico, ma per il virus Andes la situazione è più complessa: i test disponibili sono pochi, provengono per lo più dalla Cina e hanno tutti lo status di Ruo (Research Use Only), ovvero sono approvati esclusivamente per la ricerca e non per l'uso diagnostico clinico. Un quadro che rende tutt'altro che semplice orientarsi per i laboratori pubblici regionali, ora alle prese con l'organizzazione della risposta sulla base delle indicazioni della circolare del ministero della Salute.
«Siamo in fase di screening attivo, vale a dire che stiamo intercettando le persone che sono state in contatto con i casi confermati e per questo è cruciale avere un test sensibile clinicamente», dice all'ANSA il microbiologo clinico Francesco Broccolo, dell'Università del Salento, responsabile UOSD Microbiologia e Virologia universitaria del P.O V. Fazzi.
«Non ha senso fare il tracciamento solo nei sintomatici perché anche chi non ha sintomi potrebbe essere infettivo».
Lo dimostra, per esempio, il fatto che in uno degli 11 casi finora accertati secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità i sintomi sono comparsi dopo che era stato eseguito il test. La trasmissione da asintomatici è considerata possibile anche dalla Società internazionale di ricerca sugli hantavirus (Ish) ed è documentata nell'articolo pubblicato nell'ottobre 2023 dal Robert Koch Institute di Berlino sulla rivista Emerging Infectious Diseases. Questa ricerca, in particolare, ha fornito il primo modello animale per studiare la trasmissione interumana del virus Andes, dimostrando come l'eliminazione virale inizi già dal primo giorno successivo all'infezione attraverso mucosa orale e urine.
«Concentrarsi solo sui casi manifesti significa ignorare la parte sommersa della trasmissione: i pazienti asintomatici, quelli presintomatici e chi resta contagioso anche dopo la guarigione clinica», osserva Broccolo. «Nella fase prodromica, in particolare nel periodo compreso fra 3 e 10 giorni dall'infezione il paziente ha già il virus e il test molecolare è ideale per la sorveglianza attiva perché è il più sensibile - aggiunge - e si basa sul plasma perché il virus si trova soprattutto lì». Adesso, prosegue l'esperto, «è importante intercettare i casi positivi per evitare i focolai, e questo, appunto, è il compito della sorveglianza attiva».
Il problema è che i test disponibili per il virus Andes sono «molto pochi, non certificati e quasi tutti sono stati prodotti per gli hantavirus cosiddetti 'del vecchio mondo', come vengono definiti gli hantavirus che si trasmettono solo dagli animali all'uomo e che hanno il loro serbatoio naturale nei topi. Ancora meno sono i test per rilevare più varianti dei virus del 'nuovo mondo', fra i quali Andes.
Una notizia parzialmente rassicurante arriva però dalla sequenza genetica del virus isolato dal paziente ricoverato a Zurigo, ora liberamente accessibile: risulta simile per il 99% alla sequenza rilevata in Argentina nel 2018. A un primo esame, questo indica che il virus non ha accumulato molte mutazioni, conservando sostanzialmente la sua fisionomia originaria. «Si tratta di un dato rilevante su due fronti: da un lato - rileva l'esperto - conferma che il virus è relativamente stabile; dall'altro suggerisce che i kit Ruo attualmente disponibili, sviluppati su ceppi argentini, abbiano ottime probabilità di funzionare anche sul virus attualmente in circolazione — un margine di affidabilità diagnostica non trascurabile in attesa di strumenti certificati ad hoc».