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Groenlandia, perché l'America insiste: interessi strategici, basi militari e fratture con la Danimarca
Sotto il ghiaccio non c’è solo una terra remota: c’è un pezzo di deterrenza nucleare americana
La Groenlandia, vista da Washington, non è un paesaggio di ghiaccio ma un punto d’appoggio. Da lassù passa una parte della geometria della sicurezza americana: radar, allerta missilistica, controllo dello spazio, proiezione nell’Artico. È per questo che Donald Trump continua a parlarne con un’insistenza che a Copenaghen e a Nuuk suona insieme come pressione politica e messa in discussione della sovranità. Non è solo una vecchia ossessione immobiliare. È, più precisamente, la convinzione che l’isola sia un asset strategico nel confronto con Russia e Cina, e che gli Stati Uniti debbano avere più margine di manovra di quanto consentano oggi i rapporti con il Regno di Danimarca.
La Groenlandia si trova tra Atlantico e Artico, a ridosso delle traiettorie più brevi tra Europa e Nord America. In piena guerra fredda era una cerniera del sistema di difesa continentale; nel nuovo scenario strategico è tornata a esserlo per almeno tre ragioni: la militarizzazione dell’Artico, la competizione tecnologica e la crescente rilevanza delle vie marittime e delle infrastrutture polari. Non a caso, nel suo discorso al Congresso, Trump arrivò a dire che gli Stati Uniti avrebbero ottenuto la Groenlandia “in un modo o nell’altro”, rivendicandone la necessità per la sicurezza nazionale e perfino per la “sicurezza internazionale”.
Il cuore della questione: Pituffik, il radar e il cielo sopra il Polo
Il perno materiale di questo interesse ha un nome preciso: Pituffik Space Base, l’ex Thule Air Base, che è stata ribattezzata. È la base militare più settentrionale del Dipartimento della Difesa americano, circa 750 miglia a nord del Circolo Polare Artico e 947 miglia a sud del Polo Nord. Lì operano il 12th Space Warning Squadron e altre unità della U.S. Space Force con compiti che non hanno nulla di simbolico: missile warning, missile defense, space surveillance, comando e controllo satellitare. In altre parole: vedere prima, reagire prima, capire prima.
Il 12th Space Warning Squadron gestisce l’Upgraded Early Warning Radar, un sistema phased-array che lavora 24 ore su 24, 365 giorni l’anno, inserito nella rete di allerta che segnala lanci di missili balistici alle autorità americane e al NORAD. La posizione geografica lo rende cruciale: le traiettorie polari restano una delle direttrici più sensibili per eventuali minacce missilistiche provenienti dall’Eurasia. Da qui si capisce perché, per Washington, la Groenlandia non sia un accessorio dell’alleanza atlantica ma un pezzo del proprio scudo strategico.
C’è poi un secondo livello: lo spazio. A Pituffik si intrecciano la sorveglianza degli oggetti in orbita, il supporto al controllo dei satelliti e la logistica artica. La base ospita anche infrastrutture utili al Satellite Control Network, oltre a una pista di 10.000 piedi e al porto in acque profonde più settentrionale del mondo. Per l'America è una piattaforma avanzata per la superiorità spaziale e per la continuità operativa nell’Artico.
Perché l’Artico è tornato centrale
L’insistenza di Trump va letta anche dentro una tendenza più ampia. Il Regno di Danimarca ha assunto la presidenza del Consiglio Artico per il biennio 2025-2027, proprio mentre la regione diventava ancora più sensibile per ragioni climatiche, commerciali e militari. Lo scioglimento dei ghiacci non trasforma automaticamente l’Artico in una nuova autostrada del commercio mondiale, ma rende più accessibili aree e rotte prima marginali, e soprattutto intensifica la competizione per presenza, infrastrutture, ricerca, risorse e capacità dual use.
In questo quadro, Trump ha insistito più volte sul fatto che gli Stati Uniti “non possono lasciare a Danimarca o ad altri” la gestione della sicurezza artica, evocando la presenza di navi russe e cinesi nelle acque del Nord. Il punto, al netto dell’enfasi retorica, è che Washington considera ormai l’Artico parte integrante del confronto strategico con le grandi potenze. La Groenlandia, per posizione e per infrastrutture, è la soglia avanzata di quel confronto.
La vecchia cornice giuridica che oggi non basta più a Trump
Dal punto di vista formale, gli Stati Uniti non sono affatto “fuori” dalla Groenlandia. La loro presenza si basa sull’Agreement Concerning the Defense of Greenland del 27 aprile 1951, firmato da Washington e dal Regno di Danimarca nel quadro della NATO. Quell’accordo riconosce la sovranità danese ma consente agli Stati Uniti di operare aree di difesa e strutture militari nell’isola. È la cornice che ha reso possibile la lunga presenza americana, prima massiccia e poi ridotta, fino all’attuale Pituffik Space Base.
Il problema, dal punto di vista trumpiano, è che questa cornice implica negoziazione, limiti politici e rispetto di una sovranità alleata. E qui nasce la frizione. Perché se l’obiettivo reale è ampliare presenza, infrastrutture e capacità di controllo nell’Artico, Trump considera la dipendenza da Copenaghen e Nuuk un vincolo, non un equilibrio. Il Congressional Research Service osserva che l’amministrazione avrebbe comunque diverse strade alternative all’acquisizione: espandere la presenza militare proprio attraverso l’accordo del 1951, lavorare con la NATO, aggiornare gli accordi esistenti con Danimarca e Groenlandia. Ma non è chiaro se questa sia davvero la via preferita dalla Casa Bianca.
La risposta groenlandese: niente vendita, niente automatismi, niente scorciatoie
Qui si inserisce il fatto politico più importante degli ultimi mesi: la Groenlandia non ha mostrato alcuna disponibilità a farsi trascinare in una logica di annessione o tutela americana. Jens-Frederik Nielsen, diventato primo ministro dopo le elezioni del 2025, ha risposto in più occasioni in modo netto. Dopo che Trump non aveva escluso l’uso della forza, scrisse che gli Stati Uniti “non avranno” la Groenlandia e che il territorio decide da sé il proprio futuro. Il mese scorso, accanto alla premier danese Mette Frederiksen, aggiunse che i toni americani “non sono stati rispettosi” e che la Groenlandia non sarà mai “un pezzo di proprietà” da comprare.
A rendere ancora più solida questa linea c’è anche l’opinione pubblica. Un sondaggio Verian condotto tra il 22 e il 26 gennaio 2025 su 497 adulti groenlandesi mostrava che l’85% non voleva lasciare il Regno di Danimarca per diventare parte degli Stati Uniti; solo il 6% si dichiarava favorevole, con il 9% indeciso. È un dato che ridimensiona drasticamente la narrativa secondo cui i groenlandesi attenderebbero solo un’offerta americana.