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la guerra

Quanto è forte davvero l’arsenale iraniano dopo i raid: cosa dicono i dati

Tra proclami di vittoria e bunker riaperti, il vero stato dei missili di Teheran emerge incrociando dossier riservati

13 Maggio 2026, 07:52

08:00

Missile

All’inizio di maggio, secondo valutazioni dell’intelligence americana riferite dal New York Times, l’Iran aveva già recuperato l’accesso operativo a 30 dei 33 siti missilistici lungo lo Stretto di Hormuz. È il segnale di una macchina militare colpita, sì, ma non piegata. E se si allarga lo sguardo oltre gli slogan di Donald Trump, il quadro che emerge è ancora più netto: Teheran conserva una quota rilevante dei suoi missili, una parte consistente dei lanciatori mobili e, soprattutto, la capacità di far sopravvivere il proprio potenziale sotto terra, dentro una rete di tunnel, depositi e basi scavate nella montagna.

Il contrasto politico è evidente. Trump ha ripetuto per settimane che l’Iran era stato “annientato” sul piano militare. Dieci giorni dopo l’avvio della campagna congiunta Usa-Israele del 28 febbraio 2026, disse a Cbs News che i missili iraniani erano ormai “ridotti a un mucchio sparso” e che il Paese non aveva “più nulla in senso militare”. Lo scorso mese, il segretario alla Difesa Pete Hegseth sostenne che l’operazione Epic Fury aveva reso l’apparato iraniano “combat-ineffective for years”. Ma le valutazioni riservate arrivate ai decisori americani nelle settimane successive dicono altro: l’arsenale è stato degradato, non cancellato.

Il punto, allora, non è stabilire se i raid abbiano fatto danni: li hanno fatti, e pesanti. Il punto è capire quale parte della forza missilistica iraniana sia sopravvissuta, dove si trovi e quanto rapidamente possa tornare a minacciare navi, basi militari e infrastrutture energetiche del Golfo. Per farlo bisogna mettere insieme almeno tre livelli di analisi: intelligence, immagini satellitari e valutazioni tecniche sulla struttura del programma missilistico iraniano. È lì che i dati cominciano a parlare con chiarezza.

La fotografia più aggiornata: quanto è rimasto davvero

La stima più pesante, sul piano politico, è quella emersa dai dossier: l’Iran conserva circa il 70% dei suoi lanciatori mobili e circa il 70% delle scorte missilistiche prebelliche. Nello stesso pacchetto di valutazioni, le agenzie militari americane giudicano di nuovo accessibili circa il 90% delle strutture sotterranee nazionali di stoccaggio e lancio, considerate ormai “parzialmente o pienamente operative”. Se questi numeri sono corretti, significano una cosa molto semplice: il danno inflitto è serio, ma la capacità residua di Teheran resta ampia, soprattutto per una guerra di logoramento o per minacciare il traffico nello Stretto di Hormuz.

C’è poi un’altra stima che aiuta a leggere meglio l’incertezza del quadro. Gli Stati Uniti, secondo cinque fonti informate sui rapporti dell’intelligence, potevano confermare con sicurezza la distruzione di appena un terzo del vasto arsenale missilistico iraniano. Un altro terzo risultava probabilmente danneggiato, distrutto o sepolto sotto le macerie dei siti colpiti, ma con un livello di certezza molto più basso. In altre parole: una parte del potenziale iraniano potrebbe essere inutilizzabile oggi, ma non necessariamente perduta in modo permanente. Ed è esattamente questa zona grigia — il missile sotto roccia, il lanciatore recuperabile, il tunnel ostruito ma non demolito — che rende l’arsenale iraniano ancora militarmente credibile.

L’elemento decisivo, infatti, è la sopravvivenza dell’infrastruttura sotterranea. In molti siti gli iraniani possono usare lanciatori mobili interni per spostare missili verso altre postazioni; in alcuni casi possono perfino lanciare direttamente dalle rampe presenti nei complessi. È una differenza cruciale: non tutto ciò che è stato colpito è stato neutralizzato. Per questo i 30 siti su 33 riattivati lungo Hormuz indicano che la rete logistica e operativa non è collassata.

Il cuore del problema: l’arsenale iraniano era enorme già prima dei raid

Per capire perché l’Iran resti pericoloso anche dopo mesi di attacchi bisogna partire da ciò che possedeva prima. Il CSIS Missile Threat definisce quello iraniano “il più grande e diversificato arsenale missilistico del Medio Oriente”, con migliaia di missili balistici e da crociera. 

Va aggiunto un punto spesso deformato dal dibattito politico americano. Secondo il CSIS, e secondo una valutazione della Defence Intelligence Agency richiamata da Euronews il 25 febbraio 2026, l’Iran non dispone oggi di missili balistici intercontinentali in grado di colpire gli Stati Uniti. La minaccia è regionale, vasta e concreta, ma non coincide con l’immagine di un’immediata capacità di strike sul territorio americano evocata da Trump. Questo non riduce il problema: lo colloca semplicemente dove si trova davvero, cioè tra Levant, Golfo, Mar Rosso e corridoi energetici globali.

Hormuz: perché 30 siti riattivati cambiano tutto

Il punto più sensibile, non a caso, è lo Stretto di Hormuz. Lì passa una quota decisiva del traffico energetico mondiale, e lì l’Iran ha costruito negli anni una postura militare pensata non per vincere una guerra convenzionale contro gli Stati Uniti, ma per aumentare il costo di qualunque confronto. Se davvero 30 dei 33 siti lungo il corridoio marittimo sono di nuovo accessibili, la minaccia non riguarda solo un eventuale nuovo duello con Israele, ma la possibilità di tenere sotto pressione navi militari, petroliere, terminali e rotte commerciali.

Qui entrano in gioco non solo i missili balistici, ma anche quelli anti-nave, i cruise, i droni e la mobilità dei lanciatori. Le valutazioni americane sottolineano proprio questo: anche i siti non completamente integri possono restare utili se consentono di spostare vettori e lanciatori verso postazioni alternative. In una geografia come quella di Hormuz, stretta e densamente osservata ma non per questo facile da sterilizzare, la capacità di “riaprire” un sito conta più della sua piena restaurazione architettonica. Un tunnel sgomberato, una rampa improvvisamente riutilizzabile, un TEL rimesso in strada possono bastare a ricreare deterrenza.