l'inchiesta
Napoli, il tariffario della privacy: così i dati riservati di calciatori di serie A e vip sarebbero finiti in vendita
Con una indagine a Napoli è stato smantellato un gruppo di poliziotti infedeli che entravano nello Sdi
Non servivano centinaia di euro, né canali criminali sofisticati. Secondo il quadro investigativo per ottenere informazioni riservate su cittadini comuni e personaggi noti sarebbe bastata una cifra minima, inserita in un tariffario che oscillava tra 6 e 25 euro. È questa la misura più inquietante dell’inchiesta che ruota attorno a una rete capace, secondo l’accusa, di reperire e cedere dati sensibili custoditi in archivi istituzionali: non solo un abuso, ma la riduzione della riservatezza individuale a merce da banco, con un prezzo fisso e accessibile.
Il caso è inserito in un filone di attenzione crescente sugli accessi abusivi alle banche dati pubbliche, tocca un nervo scoperto: tra le presunte vittime figurerebbero anche vip, calciatori di Serie A e cantanti famosi, oltre a migliaia di cittadini senza notorietà pubblica.
Che cosa rende questa storia diversa dalle altre
Non si parla di un furto tradizionale di documenti, né di un hackeraggio. Qui il punto è un altro: l’eventuale uso improprio di credenziali legittime o di accessi consentiti a operatori autorizzati, ma impiegati per finalità del tutto estranee al servizio. È il tratto che rende questi episodi particolarmente insidiosi. Il riferimento principale, in casi di questo tipo, è il Sistema di Indagine (SDI), la grande infrastruttura informativa delle forze di polizia: chi vi accede non entra in un archivio neutro, ma in un luogo dove dati, tracce e collegamenti possono incidere sulla reputazione, sulla libertà di movimento, sui rapporti professionali e persino sulla sicurezza di una persona.
Il mercato dei dati e il crollo della fiducia
Se il dettaglio del tariffario da 6 a 25 euro sarà confermato in sede giudiziaria, allora la vera notizia non starà soltanto nella possibile esistenza di una rete, ma nella sua apparente banalità economica. La privacy non sarebbe stata violata per operazioni eccezionali o per grandi interessi industriali, ma anche per somme modeste, quasi spicciole, il che allarga in modo impressionante la platea potenziale dei committenti. Chiunque, con pochi soldi, avrebbe potuto tentare di sapere qualcosa in più su un vicino, su un rivale, su un coniuge, su un socio, su una persona famosa. È questo il punto in cui la cronaca nera incrocia la vita quotidiana: il rischio che un’infrastruttura pubblica venga piegata a curiosità private, vendette personali, pressioni economiche o semplice voyeurismo sociale.
Non è un caso che il Garante per la protezione dei dati personali insista da anni sul fatto che una violazione di dati può produrre effetti concreti e duraturi: furto d’identità, frode, perdita di controllo sui propri dati, danni reputazionali, svantaggi economici e sociali. In altre parole, il dato non è un’astrazione amministrativa. È un pezzo di vita. Sapere se una persona ha pendenze, precedenti, denunce, intestazioni, collegamenti o risultanze d’archivio significa entrare in una sfera che può essere usata per ricattare, screditare, selezionare, escludere. E quando le vittime sono note, la ricaduta è amplificata; quando invece sono cittadini comuni, il danno resta spesso invisibile ma non per questo minore.
Vip, cantanti, calciatori: la celebrità come moltiplicatore del rischio
La presenza, tra le persone finite sotto osservazione illecita secondo quanto riportato, di vip, calciatori e cantanti dice molto sul meccanismo di mercato che può svilupparsi attorno ai dati riservati. Il personaggio famoso ha un valore aggiunto: genera curiosità, attenzione mediatica, possibilità di rivendita dell’informazione. Ma sarebbe un errore fermarsi qui. La notorietà, in casi del genere, non cambia la natura dell’illecito; semmai lo rende più visibile. Il cittadino qualunque, invece, non fa notizia: eppure la sua privacy, i suoi eventuali procedimenti, le sue vulnerabilità amministrative o giudiziarie possono diventare ugualmente oggetto di commercio, discriminazione o pressione.
C’è poi un ulteriore elemento. Nelle inchieste recenti sugli accessi abusivi a banche dati strategiche, emerse soprattutto a Milano, compaiono ancora una volta nomi celebri e figure pubbliche, a conferma del fatto che l’interesse per le informazioni coperte da riservatezza non è episodico ma strutturale. La presenza di soggetti “ad alto profilo” tra le vittime, come ricordato anche in altri procedimenti e in interventi del Garante, segnala un problema di controlli interni e di tempestività nell’individuare consultazioni anomale.