il punto
Il vertice della diffidenza: Usa e Cina uniti solo dalla paura della guerra (ma Taiwan è un nodo irrisolto)
Nessun vero disgelo tra le superpotenze. La tregua siglata a Pechino serve unicamente a impedire che la guerra commerciale e quella tecnologica si fondano in una catastrofe irreversibile
Nella solenne cornice della Grande Sala del Popolo a Pechino, Xi Jinping e Donald Trump hanno provato a definire i contorni di una “tregua strategica” tra due superpotenze avviate allo scontro.
Il faccia a faccia, oltre due ore a porte chiuse, non è scaturito da un autentico slancio pacificatore, bensì dall’urgenza condivisa di arrestare il rapido deterioramento dei rapporti bilaterali.
Il risultato del summit lascia emergere un dato incontestabile: il baricentro delle relazioni sino-americane ruota attorno a un solo, esplosivo dossier, Taiwan.
In un colloquio dominato da una rigida gerarchia lessicale, Xi Jinping è stato perentorio, definendo Taiwan “il dossier più importante” tra Pechino e Washington e relegando commercio, dazi e tensioni in Medio Oriente a questioni di secondo livello. Il presidente cinese ha indicato il 2026 come un anno “storico e di svolta”, sollecitando gli Stati Uniti ad abbandonare la logica del contenimento per divenire “partner, non rivali”. La linea rossa è stata tracciata con chiarezza pubblica: una gestione “sbagliata” della questione taiwanese spingerebbe le due potenze in una zona “molto pericolosa”.
Per l’amministrazione Trump, tuttavia, il margine di manovra appare ristretto. Agli occhi di Washington, Taiwan non è soltanto un alleato democratico, ma anche un nodo industriale cruciale per i semiconduttori avanzati e il banco di prova della credibilità militare statunitense nell’Indo-Pacifico. Qualsiasi ambiguità su Taipei rischierebbe di allarmare partner fondamentali come Giappone, Corea del Sud e Australia.
Accanto alla dimensione geopolitica, il vertice ha affrontato la fitta interdipendenza economica tra i due colossi. Con un interscambio che nel 2025 ha toccato i 414,7 miliardi di dollari, un “disaccoppiamento” totale è tecnicamente e politicamente impraticabile. Da un lato, Trump ha richiesto un accesso più ampio al mercato cinese, per inviare un segnale incisivo tanto al proprio elettorato quanto alla Big Tech americana. Dall’altro, Xi ha assicurato che la porta del business si aprirà “sempre di più”, a condizione che le esigenze economiche non superino mai il rispetto della sovranità e della sicurezza di Pechino.
A complicare il quadro è intervenuta la fine dei compartimenti stagni nella diplomazia globale. Il dossier Iran ha fatto capolino nel confronto, a testimonianza di come Pacifico, Golfo e sicurezza delle rotte commerciali siano ormai interconnessi. La Cina sfrutta l’instabilità mediorientale come leva negoziale, consapevole delle difficoltà per Washington di gestire simultaneamente due teatri.
Tra il rituale imperiale messo in scena da Xi e l’approccio personalistico del “deal” rivendicato da Trump, è affiorata una convergenza tattica necessaria. Entrambi i leader hanno urgenza di evitare un’escalation nel breve termine: Xi per tutelare un’economia in cerca di stabilità, Trump per dimostrare al mondo di poter dominare dal tavolo negoziale la rivalità più pericolosa del pianeta.