l'inchiesta
Garlasco, la nuova perizia: «Chiara non fu spinta, ma gettata di sotto»
I consulenti della famiglia Poggi contestano la ricostruzione storica: la caduta sulle scale fu un atto di violenza deliberata, non una semplice perdita di equilibrio
A quasi vent’anni di distanza, il delitto di Garlasco è al centro dell’attenzione grazie a una nuova consulenza tecnica di parte predisposta per la famiglia Poggi.
Il nodo della contestazione riguarda la fase conclusiva dell’aggressione: Chiara Poggi non sarebbe stata semplicemente “spinta” lungo le scale del seminterrato, ma vi sarebbe stata “gettata”.
Quella che potrebbe sembrare una sfumatura terminologica cela in realtà un cambio di prospettiva sull’interpretazione del luogo del delitto.
Parlare di vittima “gettata” implica un’azione deliberata, più energica e controllata da parte dell’aggressore, capace di imprimere al corpo una traiettoria e una forza precise, allontanando l’ipotesi di una banale perdita di equilibrio al culmine di una colluttazione.
La tenuta di questa ricostruzione si scontra però con una questione metodologica centrale: l’affidabilità delle prove visive.
I consulenti di parte contestano che la tesi del corpo “spinto” si regga su una sola fotografia dell’area del seminterrato.
Lo scenario, definito preoccupante, è che quello scatto decisivo non sia stato eseguito nell’immediatezza del delitto, bensì il giorno seguente, quando i luoghi erano già stati attraversati da soccorritori e inquirenti.
In un’indagine fondata sulla bloodstain pattern analysis (analisi delle macchie di sangue), se l’immagine ritrae un “dopo” e non lo stato originario, il suo valore probatorio si riduce drasticamente, esponendola al rischio di interferenze.
Questo nuovo capitolo si intreccia con perplessità già emerse in passato.
Dario Redaelli, consulente della famiglia Poggi, aveva ipotizzato che l’aggressione non fosse iniziata sul pianerottolo d’ingresso, ma in cucina.
La presenza dei resti della colazione indicherebbe infatti che l’aggressore si trovasse già all’interno dell’abitazione e che la vittima, nel proprio ambiente domestico, non avesse colto subito la natura minacciosa dell’incontro.
In base a tale ricostruzione, l’omicidio si sarebbe consumato in più fasi e il corpo di Chiara sarebbe stato trascinato o condotto verso le scale solo in un secondo momento.
Il delitto della villetta di via Pascoli resta uno dei casi giudiziari più complessi e stratificati del Paese.
Il quadro è ancora estremamente “mosso”: da un lato c’è la condanna definitiva a 16 anni per Alberto Stasi, confermata in Cassazione nel 2015, il cui ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo è stato definitivamente respinto il 7 febbraio 2025; dall’altro, la Procura di Pavia ha recentemente chiuso le indagini nei confronti di Andrea Sempio, prospettando una ricostruzione alternativa che ha innescato un aspro confronto tra le parti.
In questo contesto, i tentativi di riconsiderare movimenti e tracce — anche tramite ricostruzioni 3D e rilievi laser — mirano faticosamente a ridurre i margini di arbitrarietà lasciati in eredità da una scena del crimine vulnerabile fin dai primi istanti.