Il dramma sott'acqua
La tragedia alle Maldive, i tanti interrogativi sull'immersione e le ricerche a singhiozzo a causa del maltempo
L'immersione in grotta ad Alimathà ha lasciato cinque italiani morti. Un corpo recuperato, quattro ancora intrappolati. Le vittime legate all'Università di Genova
Ci sono ancora quattro corpi da recuperare alle Maldive: sono cinque i morti. Tutti italiani. Nell’area di Alimathà il peggioramento delle condizioni meteo e l’allerta gialla hanno imposto un nuovo stop alle operazioni di ricerca. Le autorità maldiviane, attraverso la Maldives National Defense Force, avevano già definito il recupero un’operazione “ad alto rischio”: forti venti, mare complicato e difficoltà di accesso alla cavità sottomarina rendono ogni immersione dei soccorritori un passaggio delicatissimo. Nel frattempo è stato recuperato un solo corpo, identificato in quello del capobarca e istruttore subacqueo Gianluca Benedetti. Gli altri quattro italiani risultano ancora all’interno della stessa grotta o in prossimità del sistema sommerso in cui il gruppo si era immerso.
Chi sono le vittime della tragedia
Le persone coinvolte non erano turisti improvvisati in cerca di adrenalina. Tra le vittime ci sono profili con esperienza, studio e un legame forte con il mondo scientifico e subacqueo. Hanno perso la vita la professoressa Monica Montefalcone, docente associata di Ecologia dell’Università di Genova; sua figlia Giorgia Sommacal, studentessa di Ingegneria biomedica; la ricercatrice Muriel Oddenino, assegnista di ricerca del DISTAV; il neolaureato Federico Gualtieri, che aveva discusso a fine marzo 2026 una tesi dedicata proprio agli atolli centrali delle Maldive; e il capobarca e istruttore Gianluca Benedetti, originario di Padova.
Il dato forse più impressionante è proprio questo: almeno quattro delle cinque vittime avevano un legame diretto con l’Università di Genova, che in un messaggio ufficiale di cordoglio ha ricostruito i loro percorsi accademici e professionali. Monica Montefalcone insegnava Scienza subacquea, Ecologia marina tropicale e altre discipline legate agli ecosistemi marini; Muriel Oddenino lavorava nella ricerca; Federico Gualtieri aveva appena concluso un lavoro di tesi sulla biodiversità di organismi degli atolli maldiviani; Giorgia Sommacal era una studentessa dell’ateneo ligure. Non un gruppo occasionale, dunque, ma una comitiva in cui competenze scientifiche e pratica sul campo si intrecciavano in modo stretto.
La dinamica: immersione, mancata riemersione, allarme
Secondo le ricostruzioni disponibili, i cinque si erano immersi dalla safari boat “Duke of York”, imbarcazione sulla quale si trovavano anche altri 20 italiani, in gran parte studenti, colleghi o compagni di spedizione. Un testimone ha riferito che il gruppo si sarebbe tuffato intorno alle 11 e che l’immersione avrebbe dovuto durare meno di un’ora. Quando verso le 12 i sub non sono riemersi, dalla barca sono scattate le ricerche e l’allarme alle autorità.
Il punto dell’immersione si trova nell’atollo di Vaavu, vicino ad Alimathà, una zona nota ai subacquei per la ricchezza dell’ambiente marino ma anche per la complessità di alcuni percorsi sommersi. Le prime informazioni indicano che i cinque siano entrati in una grotta subacquea che scende fino a circa 60 metri; una stima riportata da fonti di stampa parla di uno sviluppo interno di circa 260 metri. In quella profondità, spiegano gli esperti, il margine d’errore si riduce quasi a zero: ogni problema, anche apparentemente contenuto in superficie, può diventare rapidamente ingestibile.
Qui si colloca uno dei punti più delicati della vicenda. Alcuni media maldiviani e italiani hanno ricordato che nelle Maldive le immersioni ricreative sono consentite fino a un limite di 30 metri. Ma la prudenza è obbligatoria: non è ancora chiaro, allo stato degli atti pubblicamente disponibili, con quale formula esatta fosse organizzata l’uscita, se strettamente turistica, scientifica o mista, e se il tipo di immersione rientrasse in protocolli diversi da quelli ricreativi ordinari. È una distinzione tutt’altro che secondaria, perché da qui passerà anche la valutazione sulle autorizzazioni, sulle procedure adottate e sul quadro delle eventuali responsabilità.
Il maltempo e il nodo dell’allerta gialla
Uno degli elementi che ha accompagnato fin dall’inizio la tragedia è quello del meteo. Le autorità maldiviane hanno confermato che nell’area di Vaavu Atoll era stata emessa un’allerta gialla per imbarcazioni passeggeri e pescatori e che le condizioni erano considerate avverse. È stato proprio il peggioramento del tempo, nelle ore successive all’incidente e poi ancora nella giornata del 16 maggio, a bloccare o rallentare i tentativi di recupero.
Ma anche su questo fronte il quadro richiede precisione. Un testimone a bordo ha raccontato all’ANSA che, al momento dell’immersione, “il tempo era bello”, il mare non risultava perturbato e la visibilità era ottima. Non è necessariamente una contraddizione: in mare aperto, soprattutto in un contesto tropicale, le condizioni percepite in superficie in un dato momento possono mutare rapidamente, e comunque non esauriscono i rischi presenti in profondità o quelli che pesano sulle operazioni di soccorso successive. Resta però un punto che gli investigatori dovranno chiarire: quale fosse il quadro meteo effettivo al momento del tuffo, quali bollettini fossero disponibili e come siano stati valutati.
L’unico corpo recuperato è quello di Gianluca Benedetti
Nelle prime ore successive all’incidente si era diffusa in modo incerto l’identità del primo corpo recuperato. Gli aggiornamenti più recenti indicano che si tratta di Gianluca Benedetti, descritto come capobarca e istruttore subacqueo, figura di riferimento a bordo e professionista con una lunga esperienza maturata dopo una precedente carriera in ambito finanziario. Il suo recupero non ha però aperto, almeno per ora, la strada a un’immediata restituzione degli altri corpi: i soccorritori ritengono che gli altri quattro possano trovarsi ancora nella stessa cavità.
La delicatezza dell’operazione è confermata anche dalla presenza sul posto di mezzi della guardia costiera maldiviana, sommozzatori specializzati, supporto aereo e personale diplomatico italiano. L’Ambasciatore d’Italia in Sri Lanka, Damiano Francovigh, competente anche per le Maldive, è arrivato a Malé per seguire da vicino gli sviluppi, mentre la Farnesina ha disposto l’invio di ulteriore personale per assistere le famiglie e affiancare il lavoro già in corso.
Le ipotesi sulle cause: ossigeno, correnti, orientamento. Ma la verità non c’è ancora
Sul piano tecnico, al momento esistono soltanto ipotesi. La più citata riguarda un possibile problema con la miscela respiratoria delle bombole, definita impropriamente in alcune ricostruzioni come “miscela d’ossigeno”, ma da intendere più in generale come questione legata ai gas utilizzati e alla loro gestione in profondità. Accanto a questa ipotesi vengono indicate altre possibili concause: correnti ascensionali improvvise, perdita di orientamento dentro l’anfratto, un episodio di panico o una difficoltà tecnica individuale capace poi di trascinare il resto del gruppo in una situazione irreversibile. Nessuna di queste piste, però, è stata finora confermata dalle indagini.
L’apneista Umberto Pelizzari, intervenendo a commento della vicenda, ha ricordato quanto una grotta possa trasformarsi in trappola nel giro di pochi secondi: basta che il fondale si sollevi, che si crei una nube di sedimento, che le torce non riescano più a restituire punti di riferimento, e il disorientamento diventa totale. In un ambiente chiuso, a profondità elevate, la gestione dell’ansia e del tempo residuo di respirazione cambia radicalmente rispetto a una normale immersione in parete o in acqua libera. È un contributo utile a capire il contesto, ma anche qui serve cautela: si tratta di una spiegazione tecnica generale, non della ricostruzione definitiva di quanto accaduto ad Alimathà.
A rafforzare la necessità di prudenza ci sono anche le parole di Carlo Sommacal, marito di Monica Montefalcone e padre di Giorgia, che ha escluso l’idea di una scelta superficiale o imprudente. E c’è la testimonianza di chi era sulla barca, secondo cui l’immersione sembrava svolgersi in condizioni apparentemente buone. Due elementi che, senza smentire i rischi oggettivi dell’ambiente, allontanano letture troppo semplici o moralistiche. L’esperienza, in mare, riduce il rischio ma non lo annulla. A volte lo rende solo più consapevole.
Le indagini: Malta? No, Roma e Maldive
Le indagini sono in corso su due piani. Da un lato lavorano le autorità maldiviane, che stanno raccogliendo testimonianze delle persone a bordo della Duke of York, verificando i dati sull’attrezzatura e ricostruendo il profilo dell’immersione. Dall’altro, anche la Procura di Roma ha aperto un fascicolo sulla morte dei cinque italiani: una prassi che, in casi del genere, consente alla magistratura italiana di acquisire gli atti trasmessi dalla sede diplomatica e valutare eventuali iniziative investigative o deleghe di indagine.
Non meno importante è il versante consolare. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha assicurato l’impegno del governo per il recupero delle salme e il supporto ai familiari. La Farnesina ha reso noto che, appena appresa la scomparsa dei cinque connazionali, le autorità maldiviane hanno attivato il protocollo di ricerca, con sorvoli in superficie e l’invio di mezzi della guardia costiera. È un passaggio che non attenua il dramma, ma aiuta a chiarire che la macchina dei soccorsi si è mossa subito, dentro limiti imposti più dalla natura del sito e dal meteo che da ritardi organizzativi.
Una tragedia che colpisce anche la comunità scientifica
C’è poi un aspetto che rende questa vicenda diversa da molte altre tragedie in mare: qui non si piangono soltanto cinque vite spezzate, ma anche una porzione di competenze, studio e lavoro scientifico legato all’ambiente marino. Monica Montefalcone era considerata una studiosa di livello internazionale; Federico Gualtieri aveva appena discusso una tesi sugli atolli centrali delle Maldive; Muriel Oddenino collaborava alla ricerca universitaria. Il colpo, dunque, attraversa non solo le famiglie e i territori d’origine — da Genova al Piemonte, da Padova alla Liguria — ma anche un pezzo di università italiana che nelle Maldive studiava ecosistemi fragili e preziosi.
Nel quadro generale pesa anche il rapporto consolidato tra il turismo italiano e l’arcipelago maldiviano. Secondo dati richiamati dall’ANSA, l’Italia è il terzo Paese per arrivi turistici alle Maldive, con oltre 54 mila visitatori dalla penisola nel solo mese di marzo 2026. Un dato che spiega perché la vicenda abbia avuto un impatto così forte nell’opinione pubblica italiana e perché l’incidente venga osservato con particolare attenzione anche dal settore del turismo subacqueo.