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LA TRAGEDIA

Maldive, muore anche un sub impegnato nelle ricerche degli italiani dispersi nelle caverne di Vaavu. «Erano a una profondità eccessiva»

Otto sommozzatori, una grotta a circa cinquanta metri di profondità e un recupero definito ad alto rischio che ha già fatto un'altra vittima

16 Maggio 2026, 13:02

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Maldive, la lunga immersione nel buio: ripartono le ricerche dei quattro sub italiani dispersi tra le caverne di Vaavu

Il mare delle Maldive, quello che nelle brochure turistiche si lascia raccontare in sfumature di turchese e silenzio, in queste ore ha il colore opaco delle operazioni difficili. E adesso porta anche un altro lutto: un sub delle forze armate maldiviane è deceduto questa mattina dopo essersi immerso per cercare i corpi dei quattro italiani ancora dispersi nell'atollo di Vaavu. Lo annunciano le stesse forze armate delle Maldive su Telegram, aggiungendo una vittima alla tragedia che giovedì scorso ha inghiottito il gruppo di sub italiani a bordo della liveaboard MV Duke of York.

L'ultima vittima è il sergente maggiore Mohamed Mahudhee, probabilmente deceduto a causa della malattia da decompressione (Mdd), causata dalla formazione di bolle di gas (solitamente azoto) nel sangue e nei tessuti. Il militare è stato trasportato d’urgenza all’ospedale Adk dopo essere emerso dall’immersione ed essersi sentito male. L’Mdd si verifica in genere quando c'è un rapido calo della pressione circostante, più comunemente quando un subacqueo risale troppo velocemente dall’immersione.

La notizia trasforma il quadro dell'operazione: quella che era una missione di recupero diventa ora anche una vicenda di rischio estremo per i soccorritori stessi, confermando sul campo quanto la Maldives National Defence Force aveva già definito "un'operazione ad alto rischio". Non era retorica.

A largo dell'atollo di Vaavu, dove il turismo internazionale cerca barriera corallina e immersioni da cartolina, si lavora su coordinate precise, tempi stretti e margini d'errore minimi. La Guardia costiera delle Maldive aveva ripreso le immersioni per recuperare i corpi dei quattro sub italiani dispersi dopo l'incidente di giovedì, mentre un quinto corpo era già stato recuperato nelle prime ore successive alla tragedia. Secondo la Farnesina, sul posto si alternano otto sommozzatori maldiviani: i primi due si erano già immersi per individuare e segnalare con precisione il punto d'ingresso della serie di caverne — a circa 50 metri di profondità — in cui i sub italiani sono scomparsi; gli altri sei avrebbero dovuto seguire a turni per tentare il recupero. Ora l'operazione si ferma a fare i conti anche con questa perdita.

La ricostruzione ufficiale resta ancora prudente sul fronte delle cause, ma un punto è fermo: il gruppo italiano sarebbe scomparso durante l'esplorazione di un sistema di caverne sottomarine. In mare aperto, anche a profondità impegnative, orientamento e risalita mantengono riferimenti relativamente più chiari; in una caverna, invece, basta una variazione di visibilità, un deposito di sabbia sollevata dal moto ondoso o un errore di traiettoria per trasformare il rientro in una sequenza drammatica. Scenari che evidentemente non risparmiano neppure i sommozzatori militari.

Una tragedia maturata in pochi minuti

La sequenza dei fatti, per quanto ancora oggetto di verifica, ha già un perimetro abbastanza definito. I cinque italiani si trovavano nell’arcipelago a bordo della MV Duke of York, una liveaboard dedicata alle crociere subacquee, insieme ad altri 20 connazionali rimasti illesi. L’allarme è scattato quando il gruppo non è riemerso all’ora prevista dopo un’immersione nella zona di Alimathaa, nell’atollo di Vaavu. Le autorità maldiviane e italiane hanno parlato sin dall’inizio di una situazione estremamente complessa, sia per la profondità dell’immersione sia per la natura del sito, caratterizzato da cavità e passaggi sottomarini.

Il primo dato che ha orientato tutte le valutazioni successive è proprio questo: non si tratta di un normale recupero in mare aperto, ma di un’operazione dentro o in prossimità di un sistema di grotte. La stessa Maldives National Defence Force ha definito il recupero un’operazione ad alto rischio, formula che in questi casi non è retorica ma traduce una difficoltà concreta: lavorare a quota elevata, in uno spazio chiuso o semi-chiuso, con possibili correnti, visibilità compromessa e margini molto ridotti per la sicurezza dei soccorritori. Le cattive condizioni meteo, con mare grosso e vento forte, avevano già costretto venerdì a sospendere o rallentare le immersioni, rinviando il tentativo più incisivo alla giornata di oggi.

Nel frattempo, il Duke of York, con a bordo i restanti 25 turisti italiani della spedizione iniziale, ha raggiunto la capitale Malé. L’Ambasciata d’Italia a Colombo ha confermato assistenza agli altri 20 connazionali presenti sull’imbarcazione, precisando che non si registrano feriti fra loro. Nelle ore più difficili, la sede diplomatica ha preso contatto anche con la Mezzaluna Rossa per l’eventuale invio di volontari formati nel primo soccorso psicologico e con Dan – Divers Alert Network, realtà specializzata nella copertura e nell’assistenza tecnica per i subacquei, coinvolta per supportare sia le operazioni di recupero sia il successivo rimpatrio delle salme.

Le vittime: esperienze diverse, un legame profondo con il mare

Le autorità e diversi media internazionali hanno identificato le vittime come Monica Montefalcone, docente associata di ecologia all’Università di Genova; sua figlia Giorgia Sommacal; la ricercatrice Muriel Oddenino; il biologo marino Federico Gualtieri; e l’istruttore subacqueo Gianluca Benedetti, il cui corpo è stato recuperato per primo. La presenza, nel gruppo, di profili con esperienza scientifica e subacquea ha colpito particolarmente l’opinione pubblica italiana, anche perché riduce lo spazio delle letture superficiali: non siamo di fronte, almeno per quanto emerge finora, a un’escursione improvvisata. Proprio per questo le domande investigative si fanno ancora più stringenti.

Per Monica Montefalcone, in particolare, sono arrivati ricordi dal mondo accademico e ambientalista. Greenpeace Italia l’ha ricordata per il contributo ai progetti “Mare Caldo” e “AMPower”, dedicati rispettivamente agli effetti della crisi climatica sugli ecosistemi marini e all’estensione delle aree marine protette. Anche l’Università di Genova è stata travolta dal lutto: quattro delle cinque vittime avevano legami con l’ateneo ligure, a conferma di una rete umana e professionale che rende questa tragedia ancora più densa di conseguenze, ben oltre il dato di cronaca nuda.

Il nodo tecnico: profondità, caverne e regole del diving locale

Uno degli aspetti più delicati dell’intera vicenda riguarda la natura dell’immersione. La Farnesina ha riferito che i sub “sarebbero deceduti” tentando l’esplorazione di grotte a circa 50 metri di profondità. Alcune ricostruzioni parlano di un sistema che si estenderebbe fino a circa 60 metri, mentre fonti giornalistiche internazionali sottolineano che nelle Maldive le immersioni ricreative ordinarie sono generalmente consentite fino a 30 metri, e che quote superiori richiedono autorizzazioni e competenze specifiche. È un elemento importante, perché colloca fin d’ora la tragedia in una zona di frontiera tra immersione sportiva avanzata, immersione tecnica e rispetto delle regole locali.

Questo non significa, allo stato, attribuire responsabilità automatiche. Significa però riconoscere che l’ambiente chiuso di una grotta sommersa cambia radicalmente il livello di rischio. In mare aperto, anche a profondità impegnative, l’orientamento e la risalita mantengono riferimenti relativamente più chiari; in una caverna, invece, basta una variazione di visibilità, un deposito di sabbia sollevata dal moto ondoso o un errore di traiettoria per trasformare il rientro in una sequenza drammatica. Le stesse autorità locali stanno valutando più ipotesi: perdita dell’orientamento, possibile intrappolamento di uno dei sub, consumo critico delle scorte d’aria nel tentativo di soccorso reciproco. Sono scenari investigativi, non conclusioni accertate.

In questa fase, dunque, il punto centrale non è azzardare spiegazioni ma tenere distinti i livelli: recupero, identificazione delle cause, eventuali responsabilità amministrative o penali. Ed è significativo che, parallelamente alle ricerche in mare, la procura di Roma abbia aperto un fascicolo sulla vicenda. L’iniziativa non implica colpe già definite, ma serve a raccogliere elementi, acquisire documentazione, disporre eventuali verifiche e coordinare il profilo giudiziario italiano di un incidente avvenuto all’estero ma con vittime italiane.