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IRAN

La lettera di Pezeshkian al Papa e le navi italiane verso Hormuz: religione, diplomazia e il rischio di una nuova fiammata nel Golfo

Tra richiami a Corano e Bibbia, accuse durissime a Usa e Israele e il movimento prudente dei cacciamine italiani, la crisi iraniana entra in una nuova fase

16 Maggio 2026, 15:00

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La lettera di Pezeshkian al Papa e le navi italiane verso Hormuz: religione, diplomazia e il rischio di una nuova fiammata nel Golfo

C’è un’immagine che racconta meglio di molte analisi la fase che si è aperta in queste ore: da una parte una lettera indirizzata al capo della Chiesa cattolica, costruita con un lessico morale e religioso; dall’altra due unità della Marina Militare italiana che lasciano il Mediterraneo per avvicinarsi, con estrema cautela, al punto più sensibile del pianeta sul piano energetico. La prima viaggia sulle citazioni del Corano e della Bibbia. Le seconde solcano il mare verso Gibuti, tappa intermedia di una possibile proiezione nello Stretto di Hormuz. In mezzo, c’è il Medio Oriente sospeso tra tregua fragile, negoziati bloccati e minaccia di nuove ostilità.

Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha scritto a Papa Leone XIV per chiedere che la comunità internazionale si opponga a quelle che definisce le richieste “illegali” degli Stati Uniti. Nella lettera, riportata da media iraniani e ripresa da più fonti internazionali, il capo dello Stato di Teheran torna sull’attacco del 28 febbraio 2026, attribuito a Usa e Israele, e lo descrive come un’aggressione che avrebbe causato migliaia di vittime e colpito obiettivi civili, configurando, nella lettura iraniana, veri e propri crimini di guerra.

Non è soltanto il contenuto a rendere significativa la mossa iraniana, ma anche il destinatario. Rivolgersi al Papa, e farlo con un impianto che richiama esplicitamente le due Scritture, significa tentare di spostare il confronto dal terreno puramente militare a quello della legittimità morale e della percezione internazionale. Pezeshkian elogia infatti le posizioni del Pontefice contro l’escalation bellica e contrappone la denuncia dell’“arroganza” al linguaggio della forza. È un messaggio pensato per il mondo cattolico, ma anche per l’Europa e per quel fronte internazionale che, pur distante da Teheran, continua a vedere nella destabilizzazione del Golfo un rischio globale.

La mossa di Teheran: una lettera che cerca sponde morali e politiche

Secondo quanto riferito dalle fonti che hanno dato conto del testo, il presidente iraniano sostiene che l’offensiva partita il 28 febbraio abbia provocato l’uccisione dell’ayatollah Ali Khamenei, di alte figure politiche e militari e di 3.468 cittadini, oltre a danni pesanti a scuole, università, ospedali, luoghi di culto e infrastrutture. Sono numeri e accuse che vengono dal lato iraniano del conflitto e che, proprio per questo, vanno letti come parte di una precisa costruzione politico-diplomatica: non un semplice resoconto, ma un atto di accusa rivolto alla coscienza internazionale.

La lettera insiste su un altro punto strategico: l’Iran, scrive Pezeshkian, non avrebbe mai minacciato i Paesi vicini e custodirebbe da secoli una convivenza pacifica tra comunità religiose diverse. È un passaggio centrale, perché prova a ribaltare una delle narrazioni più diffuse in Occidente: quella di un Iran descritto soprattutto come fattore di destabilizzazione regionale. Rivendicare continuità storica, pluralismo religioso e vocazione difensiva serve a presentare Teheran come soggetto aggredito, non aggressore.

Eppure proprio su questo versante conviene distinguere tra la rappresentazione offerta dal potere iraniano e il quadro documentato da organismi internazionali. L’ordinamento iraniano riconosce formalmente alcune minoranze religiose, tra cui cristiani, ebrei e zoroastriani; la stessa composizione religiosa del Paese mostra l’esistenza di queste comunità, seppur molto minoritarie rispetto alla maggioranza musulmana sciita. Tuttavia, rapporti recenti della USCIRF segnalano che le condizioni della libertà religiosa in Iran restano problematiche e che diverse minoranze continuano a subire pressioni, discriminazioni e limitazioni. In altre parole: la convivenza esiste come dato storico e costituzionale, ma questo non equivale automaticamente a una piena libertà religiosa secondo gli standard internazionali.

Perché il riferimento a Papa Leone XIV non è casuale

Il canale scelto da Pezeshkian è tanto più significativo se si considera la linea mantenuta in questi mesi da Papa Leone XIV. Fin dai primi giorni dell’offensiva del 28 febbraio 2026, il Pontefice ha insistito pubblicamente sul fatto che la pace non si costruisce con minacce reciproche né con armi che seminano distruzione, dolore e morte. Nei mesi successivi ha moltiplicato appelli per il cessate il fuoco, la protezione dei civili e il ritorno del dialogo, fino a definire “inaccettabile” la minaccia contro l’intero popolo iraniano.

Per Teheran, dunque, il Papa non è soltanto un leader religioso. È una voce globale con forte credibilità morale, capace di influenzare l’opinione pubblica europea e di parlare a quella parte dell’Occidente che non si riconosce nella logica della pura deterrenza. La lettera è, in questo senso, un tentativo di allargare il campo diplomatico in un momento in cui i negoziati per consolidare la tregua risultano in stallo e le indiscrezioni israeliane e statunitensi lasciano intravedere il rischio di una ripresa dei combattimenti.

C’è poi un ulteriore elemento, meno evidente ma rilevante: nel lessico usato da Pezeshkian, la religione non compare come marchio identitario contrapposto all’altro, bensì come linguaggio comune attraverso cui denunciare l’“arroganza” e l’illusione del potere assoluto. È una scelta raffinata. Parla al Papa, ma indirettamente anche alle cancellerie europee, che da tempo cercano parole diverse da quelle della propaganda bellica. Non è detto che funzioni; ma è una mossa pensata per incrinare l’isolamento politico di Teheran almeno sul terreno simbolico.

La tregua fragile e lo spettro di nuovi attacchi

La lettera arriva mentre la tregua in Iran resta appesa a un equilibrio debolissimo. Secondo quanto riportato da fonti rilanciate dai media israeliani, a Washington sarebbe in corso una valutazione sulla possibile ripresa delle operazioni militari, mentre da parte israeliana si ammette apertamente la preparazione a “giorni o settimane” di nuovi combattimenti se i colloqui non produrranno una svolta. Anche in questo caso occorre prudenza: si tratta di indicazioni che fotografano un clima, più che decisioni formalmente assunte. Ma bastano a spiegare perché ogni segnale, anche diplomatico, venga letto oggi dentro una cornice di possibile riaccensione del conflitto.

Non a caso, la crisi non si consuma solo sui tavoli negoziali. Si misura anche nella sicurezza delle rotte marittime e nella capacità delle grandi economie di reggere a un eventuale shock prolungato. È qui che entra in gioco l’Italia.

Le navi italiane e la prudenza di Roma

Mentre Pezeshkian scrive al Papa, l’Italia muove due cacciamine, Crotone e Rimini, in direzione di Gibuti. Non siamo ancora, formalmente, dentro una missione operativa a Hormuz. Il governo ha chiarito che un eventuale intervento nello stretto richiederebbe una cornice giuridica definita, una tregua effettiva e un passaggio parlamentare. Ma il posizionamento delle unità ha una logica molto concreta: se dovesse aprirsi uno scenario di pace o di messa in sicurezza della rotta, attendere la partenza dall’Italia significherebbe perdere settimane preziose.

Il ministro della Difesa Guido Crosetto lo ha spiegato in modo lineare: una cosa è avvicinare i mezzi, altra cosa è impiegarli direttamente nel Golfo. Il governo, insomma, prepara ma non precipita. Ed è una distinzione politicamente fondamentale, perché consente a Roma di mostrarsi pronta a contribuire alla libertà di navigazione senza dare l’impressione di entrare automaticamente in una dinamica di guerra.

La scelta di Gibuti come prima destinazione non è casuale. Lì l’Italia dispone della Base Militare Italiana di Supporto, un’infrastruttura che il Ministero della Difesa definisce strategica proprio perché collocata lungo le linee di comunicazione marittime che collegano il Mediterraneo, il Canale di Suez, il Golfo Persico e l’Asia. In altri termini, è il punto ideale per ridurre i tempi di reazione e sostenere logisticamente navi impegnate tra Mar Rosso e Oceano Indiano.

Quanto ai mezzi scelti, non si tratta di navi qualsiasi. I cacciamine Crotone e Rimini appartengono alla componente specializzata della Marina Militare nelle contromisure mine. Le schede ufficiali ricordano che queste unità sono progettate per individuare, classificare e neutralizzare ordigni subacquei, cioè esattamente il tipo di capacità richiesta in un contesto dove la minaccia non è tanto lo scontro navale classico, quanto il blocco di una rotta commerciale attraverso mine e ostacoli invisibili.

Perché Hormuz conta così tanto

Per capire la cautela italiana bisogna guardare a ciò che rappresenta lo Stretto di Hormuz. Secondo la U.S. Energy Information Administration e la International Energy Agency, si tratta del più importante choke point energetico del mondo: nel 2025 vi sono transitati in media circa 20 milioni di barili al giorno tra greggio e prodotti petroliferi, una quota pari a oltre un quarto del commercio marittimo globale di petrolio e a circa un quinto del consumo mondiale di petrolio e derivati.

Quando Hormuz si inceppa, l’effetto non resta confinato al Golfo. Si trasmette ai prezzi dell’energia, ai costi di trasporto, ai fertilizzanti, alle catene di approvvigionamento industriali e, infine, ai bilanci delle famiglie. Non è un caso che Crosetto abbia collegato esplicitamente la riapertura della navigazione alla necessità di contenere il prezzo di benzina, petrolio, prodotti agricoli e fertilizzanti. Dietro il linguaggio tecnico della sicurezza marittima, in realtà, c’è una questione molto concreta di inflazione e tenuta economica europea.

I dati più recenti mostrano peraltro quanto la crisi abbia già inciso: la EIA ha rilevato che i flussi di petrolio attraverso lo stretto sono scesi quasi del 30 per cento nel primo trimestre del 2026 rispetto al trimestre precedente. È un calo che aiuta a capire perché le diplomazie europee si muovano con crescente insistenza: non siamo davanti a un rischio teorico, ma a una perturbazione reale di uno snodo essenziale per l’economia mondiale.

La linea italiana: deterrenza, Parlamento e separazione dal conflitto

Sul piano politico, l’Italia prova a tenere insieme tre esigenze. La prima è non farsi trovare impreparata. La seconda è evitare che un’eventuale presenza navale sia percepita come allineamento automatico alla guerra voluta da altri. La terza è preservare la legittimazione democratica dell’operazione, da qui l’insistenza del governo sul coinvolgimento del Parlamento prima di qualsiasi missione vera e propria.

È una postura coerente con quanto emerso anche nelle sedi istituzionali: l’iniziativa su Hormuz, nelle intenzioni di Roma, dovrebbe restare distinta dal conflitto in corso e avere una finalità circoscritta, cioè la sicurezza della navigazione e l’eventuale bonifica delle acque. Una differenza che può sembrare formale, ma che nel diritto internazionale e nella politica interna italiana fa tutta la differenza del mondo.

Un doppio messaggio all’Europa

Messi uno accanto all’altro, i due movimenti di queste ore — la lettera di Pezeshkian e il trasferimento dei cacciamine italiani — parlano in realtà alla stessa platea: l’Europa. Teheran cerca un ascolto politico-morale che spezzi la sua rappresentazione esclusivamente securitaria. L’Italia, e con essa altri partner europei, prova invece a preparare una presenza che metta in sicurezza il commercio globale senza scivolare dentro la guerra.

In questo passaggio l’Europa si scopre, ancora una volta, terra di mezzo: abbastanza vicina alla crisi da pagarne subito il prezzo economico, abbastanza lontana da non poterne determinare da sola gli esiti militari. Proprio per questo ogni gesto assume un valore più ampio di quello apparente. La lettera al Papa non è solo un esercizio retorico. I cacciamine verso Gibuti non sono solo un movimento tecnico. Sono segnali di una partita che si gioca contemporaneamente su tre livelli: morale, strategico ed energetico.

E forse è questo il punto più importante per i lettori italiani. La crisi iraniana non è più qualcosa che si osserva da lontano, tra bollettini diplomatici e mappe televisive. Entra nel lessico del Vaticano, nella pianificazione della Difesa italiana, nelle quotazioni dell’energia, nei tempi della logistica globale. Entra perfino nel linguaggio della fede, perché in questa fase anche i testi sacri vengono mobilitati per cercare legittimità, influenza, sponde internazionali.

Il paradosso è tutto qui: mentre la tregua resta incerta e la guerra può ripartire da un momento all’altro, il confronto si fa sempre più affollato di parole che evocano pace, convivenza, civiltà, diritto. Segno che la forza, da sola, non basta a vincere il racconto del conflitto. E che, nella battaglia per orientare l’opinione pubblica mondiale, una lettera può contare quasi quanto una nave.