IL GIALLO
Garlasco, le lettere della madre di Sempio a Stasi: rabbia privata, verità pubbliche e un caso che continua a dividere
Due messaggi spediti tra dicembre 2018 e gennaio 2019 riaprono una ferita mai chiusa: dentro ci sono dolore, accuse, risentimento e il riflesso di una vicenda giudiziaria che, a quasi vent’anni dall’omicidio di Chiara Poggi, resta uno dei nodi più inquieti della cronaca italiana.
C’è ancora una novità nel doloroso e sempre più intricato giallo di Garlasco dettaglio che colpisce più di altri, in questa storia che da anni vive di sentenze, perizie, riaperture e ricostruzioni contrapposte: non arriva da un’aula di tribunale, ma da due fogli spediti in carcere. È lì, nella scrittura privata e nella rabbia messa nero su bianco, che riemerge uno dei tratti più profondi del caso di Chiara Poggi: non soltanto il conflitto giudiziario, ma la devastazione umana lasciata da un delitto che dal 13 agosto 2007 continua a trascinare con sé famiglie, reputazioni, memorie e sospetti.
Le due lettere, rese note in televisione durante “Ore 14 Sera” su Rai 2, sono state scritte da Daniela Ferrari, madre di Andrea Sempio, e indirizzate ad Alberto Stasi quando quest’ultimo era già detenuto per l’omicidio di Chiara Poggi. La prima porta la data del 16 dicembre 2018, la seconda quella del 31 gennaio 2019. Nei testi si alternano amarezza, durezza e una convinzione ribadita senza esitazioni: per la donna, il figlio sarebbe innocente e la sua famiglia avrebbe pagato un prezzo altissimo per un’accusa ritenuta ingiusta. Nella seconda lettera, il tono si fa ancora più aspro: Ferrari scrive che la giustizia italiana, nel caso di Stasi, “non ha sbagliato” e gli augura di ricevere ciò che merita.
Due lettere, due registri: difesa del figlio e attacco a Stasi
Il contenuto dei messaggi consente di leggere, in filigrana, due movimenti emotivi diversi ma complementari. Nel primo, prevale la dimensione familiare: Daniela Ferrari descrive il peso economico e morale delle vicende giudiziarie affrontate dalla sua famiglia, sostiene che il figlio Andrea sia estraneo ai fatti e denuncia anni segnati, a suo dire, da debiti e sofferenze. Nel secondo, l’asse si sposta su Alberto Stasi e persino sulla madre di lui, chiamata in causa in modo esplicito da Ferrari, che arriva a ironizzare sulla capacità della donna di vedere il figlio come un innocente. È uno scarto che trasforma la lettera da sfogo personale a vera e propria invettiva.
Il tono non è solo duro: è rivelatore. Mostra quanto la vicenda Garlasco sia rimasta, anche negli anni successivi alla condanna definitiva di Stasi, una guerra di convinzioni inconciliabili. Da una parte la certezza della colpevolezza del condannato; dall’altra la percezione, dentro la famiglia Sempio, di essere stata travolta da un sospetto devastante. In mezzo, il tempo lungo della giustizia italiana, che in questa vicenda non ha mai coinciso con il silenzio.

Il delitto che non smette di produrre conseguenze
Per comprendere il peso di queste lettere bisogna tornare all’origine. Chiara Poggi, 26 anni, fu uccisa la mattina del 13 agosto 2007 nella villetta di famiglia in via Pascoli, a Garlasco, in provincia di Pavia. Il suo corpo venne trovato nella casa in cui era sola. L’omicidio divenne rapidamente uno dei casi più seguiti del Paese, non soltanto per la brutalità del delitto, ma per il profilo della vittima, il contesto apparentemente ordinario e il lungo percorso giudiziario che ne seguì.
Alberto Stasi, allora fidanzato di Chiara, è stato condannato in via definitiva a 16 anni di reclusione. La sentenza definitiva è del 2015, mentre nel 2017 la Cassazione ha confermato la condanna, chiudendo quel capitolo processuale. Negli anni successivi, Stasi ha continuato a proclamarsi innocente, ma sul piano giudiziario la sua responsabilità è stata accertata in modo definitivo. Più di recente, nel 2025, gli è stata concessa la semilibertà dal Tribunale di Sorveglianza di Milano, beneficio poi rimasto in vigore dopo il rigetto del ricorso da parte della Cassazione nel luglio 2025.
Andrea Sempio: dall’archiviazione alla nuova inchiesta
Il nome di Andrea Sempio, amico del fratello di Chiara Poggi, non è nuovo nella storia del caso. Una prima inchiesta a suo carico si era chiusa con l’archiviazione nel marzo 2017: il gip di Pavia Fabio Lambertucci accolse allora la richiesta della procura, che aveva escluso responsabilità in capo a lui. Quell’archiviazione sembrava aver messo un punto, almeno su quel fronte. Ma nel tempo il fascicolo è tornato ad aprirsi, e con esso il peso pubblico del suo nome.
Negli ultimi due anni, infatti, la Procura di Pavia ha riaperto il dossier con nuovi approfondimenti e, secondo gli sviluppi più recenti, ha chiuso le indagini preliminari nei confronti di Sempio sostenendo di ritenerlo responsabile dell’omicidio di Chiara Poggi. L’avviso di conclusione delle indagini è stato notificato il 7 maggio 2026. La ricostruzione degli inquirenti parla di un delitto maturato in un contesto di ostilità e rifiuto, ma si tratta, è bene ricordarlo, della tesi accusatoria della procura: non di una verità giudiziaria definitiva. Sempio, attraverso i suoi legali, ha contestato con decisione l’impianto accusatorio.
È in questa cornice che le lettere assumono un significato ulteriore. Non sono un reperto processuale decisivo, né rovesciano da sole gli equilibri del caso. Però raccontano, con chiarezza brutale, che anni dopo la condanna di Stasi il nome di Andrea Sempio continuava a vivere dentro una pressione familiare fortissima. E raccontano anche un altro elemento: nella famiglia Sempio non c’era alcun dubbio su chi dovesse restare il colpevole agli occhi della giustizia.
Il peso umano dietro le carte
Chi legge quelle lettere oggi rischia di farlo con gli occhi del presente, cioè con la conoscenza delle nuove indagini e del rinnovato interesse mediatico. Ma quando Daniela Ferrari scriveva, tra dicembre 2018 e gennaio 2019, la posizione del figlio risultava archiviata da quasi due anni e Alberto Stasi stava scontando la sua pena. In quel momento, almeno formalmente, il processo aveva già distribuito ruoli e responsabilità. Le lettere, allora, non nascono dentro una battaglia giudiziaria aperta in quel preciso istante: nascono dentro la persistenza del rancore, della paura di essere ricordati come “gli altri” del caso, quelli sfiorati o travolti da un’accusa comunque capace di lasciare segni.
C’è un passaggio, soprattutto, che merita attenzione: il riferimento ai soldi spesi per gli avvocati e alla famiglia “rovinata”. Al di là della polemica, è la conferma di un aspetto spesso secondario nella narrazione pubblica della cronaca nera: i casi lunghi non consumano solo verità processuali, ma anche patrimoni, relazioni, identità sociali. Chi resta nel cono d’ombra di un grande delitto, anche senza una condanna, continua spesso a pagare un prezzo fatto di sospetto, esposizione e logoramento.
Perché emergono adesso
La pubblicazione televisiva dei testi non è casuale. Arriva in un momento in cui il caso Garlasco è tornato al centro dell’attenzione nazionale, con l’ultima iniziativa della Procura di Pavia e con la prospettiva, ancora tutta da verificare nelle sedi competenti, di possibili sviluppi che potrebbero incidere perfino sulla posizione processuale di Stasi. Lo stesso procuratore capo Fabio Napoleone ha comunicato che gli atti raccolti nella nuova inchiesta verranno trasmessi alla Procura generale di Milano per le valutazioni di competenza su un’eventuale istanza di revisione della condanna. È un passaggio delicatissimo, che non equivale affatto a una revisione già avviata né, tantomeno, a un ribaltamento automatico della sentenza definitiva.
In questo quadro, le lettere funzionano come una lente emotiva: dicono molto di più sul clima attorno al caso che non sulla sua soluzione. E forse per questo colpiscono tanto. Perché nella cronaca nera italiana ci sono documenti che spiegano i fatti e altri che svelano il residuo umano dei fatti. Questi messaggi appartengono alla seconda categoria.