il conflitto
Il grande strappo di Hormuz: perché l'Europa sceglie la "diplomazia parallela" e si smarca da Washington
Mentre gli USA blindano lo Stretto, Francia e Italia aprono canali riservati con Teheran. Il dramma delle navi ferme spezza il fronte occidentale
Nel cuore dello Stretto di Hormuz, epicentro dell’attuale crisi energetica e logistica globale, si consuma una frattura silenziosa ma profonda all’interno del fronte occidentale. Mentre gli Stati Uniti mantengono una posizione inflessibile sia dal punto di vista militare che politico nel braccio di ferro con Teheran, l’Europa percorre una strada alternativa, fatta di diplomazie parallele e contatti riservati. Davanti a un “parcheggio d’acqua” capace di strangolare l’economia del Vecchio Continente, le cancellerie europee si stanno allontanando dall’intransigenza di Washington, scivolando in una zona grigia pur di far ripartire le proprie navi.
La strategia di Teheran è trasparente: trasformare la geografia in leva politica, assumendo il ruolo di arbitro del traffico marittimo. L’Iran ha stabilito che il transito sarà consentito soltanto alle unità considerate “non ostili” e che si coordinino preventivamente con le sue autorità. È qui che la compattezza occidentale si incrina. Secondo indiscrezioni del Financial Times e di Reuters, governi europei come Francia e Italia avrebbero avviato contatti con Teheran per ottenere garanzie di sicurezza per le rispettive flotte. Sebbene a marzo il ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, abbia smentito l’esistenza di veri negoziati segreti, la stessa smentita conferma la delicatezza del terreno: il confine politico tra tentativi di de-escalation e intese operative per consentire il passaggio delle navi è diventato sottilissimo. Quando la tenuta delle catene commerciali ed energetiche entra in rotta di collisione con i princìpi, la diplomazia europea si muove nei corridoi, anche là dove in pubblico preferirebbe negare di passare.
A segnare la distanza dalla posizione muscolare americana è, in primo luogo, l’Italia. Di fronte al rischio di attacchi missilistici, droni e sequestri — minacce classificate come critiche dalla U.S. Maritime Administration — il governo italiano ha scelto una linea di estrema cautela. Roma valuta sì la partecipazione a una missione internazionale per la sicurezza marittima, ma a condizione di non lasciarsi trascinare in una militarizzazione senza sbocco, ponendo paletti politici chiari e un passaggio parlamentare preventivo. Per i governi europei, le conseguenze di uno scontro frontale sarebbero disastrose: il Vecchio Continente paga già il conto di un Brent schizzato fino a 138 dollari al barile ad aprile, con bollette energetiche sempre più fragili e margini industriali compressi. Il blocco, che colpisce anche fertilizzanti e traffico container, impone all’Europa una “Realpolitik” di sopravvivenza che la costringe al dialogo con chi tiene in ostaggio lo snodo strategico.
Questo distacco tattico dagli Stati Uniti, sebbene motivato dall’urgenza di sbloccare il commercio, comporta un rischio politico enorme. Accettare, anche solo di fatto, le “autorizzazioni selettive” imposte da Teheran significa urtare contro il diritto internazionale e il principio della libertà di navigazione. Il vero dilemma europeo è qui: ottenere un lasciapassare temporaneo per arginare l’inflazione, evitando al contempo che un cardine dell’ordine marittimo venga sostituito da un regime di controllo fondato sulla forza. Se la logica della trattativa bilaterale dovesse prevalere sulla risolutezza, il prezzo non si conterà solo in barili, ma in un precedente geopolitico destinato a indebolire in profondità l’architettura di sicurezza occidentale.