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LA TRAGEDIA

Maldive, i quattro corpi nella grotta e il recupero ad altissimo rischio: la lunga notte dei sub italiani finiti nel punto più remoto del canyon sommerso

Individuati nel cuore della cavità vicino all’atollo di Vaavu dopo giorni di ricerche, stop forzati e un’altra vita spezzata durante i soccorsi: adesso comincia la fase più difficile, quella del recupero

18 Maggio 2026, 18:14

18:20

Maldive, i quattro corpi nella grotta e il recupero ad altissimo rischio: la lunga notte dei sub italiani finiti nel punto più remoto del canyon sommerso

Il mare, visto da sopra, continua a promettere quello che alle Maldive promette quasi sempre: luce piena, trasparenze tropicali, una calma che sembra incompatibile con la tragedia. Sotto, invece, c’è un altro mondo: strettoie, corridoi di roccia, buio totale, profondità che azzerano ogni margine di errore. È lì, nel tratto più interno di una grotta sottomarina vicino ad Alimathaa, nell’atollo di Vaavu, che sono stati individuati i corpi dei quattro sub italiani rimasti intrappolati dopo l’immersione fatale di giovedì scorso. Il quinto, Gianluca Benedetti, era stato recuperato nei giorni scorsi all’esterno della cavità.

La localizzazione dei quattro dispersi segna una svolta decisiva ma non la fine della vicenda. Anzi, apre la fase tecnicamente più delicata: il recupero. Le autorità maldiviane hanno indicato un piano in due tempi, con il tentativo di riportare in superficie due corpi domani e gli altri due mercoledì, se le condizioni del mare, della cavità e della sicurezza operativa lo consentiranno. A rendere l’operazione ancora più grave e dolorosa c’è un dato che pesa su tutta la missione: durante i tentativi di soccorso è morto anche un militare maldiviano, il sergente maggiore Mohamed Mahudhee, colpito da una sindrome da decompressione dopo un’immersione di recupero.

Dove sono stati trovati i corpi

Secondo quanto comunicato dalle autorità e confermato dal team tecnico arrivato sull’arcipelago, i quattro sub sono stati trovati all’interno del terzo segmento della grotta, la parte più ampia ma anche più remota del sistema sommerso. Il portavoce del governo maldiviano Ahmed Shaam ha spiegato che i corpi erano non soltanto all’interno della cavità, ma “ben dentro” la grotta, in un tratto che rende comprensibile la lentezza delle operazioni e la prudenza con cui ogni decisione viene presa. Sarebbero stati individuati molto vicini tra loro, dettaglio che potrebbe diventare importante anche per la ricostruzione finale dell’incidente.

La missione che ha portato all’individuazione è stata condotta da una squadra di specialisti finlandesi attivata da DAN Europe, organizzazione di riferimento internazionale per la sicurezza subacquea, in coordinamento con la Guardia costiera delle Maldive, la polizia maldiviana e le autorità italiane presenti a Malé. Lo stesso DAN Europe ha definito concluso con successo il “primo obiettivo operativo”: esplorare il sistema di grotte, valutare le condizioni ambientali, localizzare le vittime e raccogliere le informazioni indispensabili per pianificare la fase successiva.

Un recupero più complesso della stessa ricerca

È il punto che, più di ogni altro, spiega perché la notizia dell’individuazione non possa essere letta come un epilogo. In immersioni di questo tipo, localizzare non significa automaticamente recuperare. Per riportare in superficie dei corpi da una grotta sottomarina profonda, con passaggi ristretti e possibile corrente interna, servono attrezzature specifiche, tempi lunghi, una pianificazione quasi chirurgica e squadre addestrate a operare in ambienti “overhead”, cioè in spazi in cui non esiste un accesso verticale immediato alla superficie.

Gli specialisti finlandesi impiegano sistemi avanzati, compresi i rebreather a circuito chiuso, apparecchi che riciclano i gas respirati e consentono permanenze più lunghe in profondità. Ma la tecnologia, da sola, non basta. Ogni metro percorso in una grotta marina impone scelte lente: fissare linee guida, verificare la visibilità, controllare il tempo di fondo, prevenire incidenti di decompressione, evitare che un soccorritore si trasformi a sua volta in vittima. È ciò che purtroppo è già accaduto a Mohamed Mahudhee, e questa morte ha cambiato il tono dell’intera operazione. Da quel momento, ogni immersione è stata trattata come un passaggio ad altissimo rischio.

Le vittime italiane

I cinque italiani morti nell’incidente sono Monica Montefalcone, docente e ricercatrice dell’Università di Genova; sua figlia Giorgia Sommacal; Muriel Oddenino, ricercatrice piemontese; Federico Gualtieri, biologo marino neolaureato; e Gianluca Benedetti, istruttore subacqueo e uomo di riferimento operativo della spedizione. I loro nomi erano emersi già nelle prime ore successive alla tragedia e hanno dato immediatamente la misura del contesto in cui si è consumato l’incidente: non un’immersione improvvisata, ma un gruppo composto da persone esperte, alcune delle quali con una lunga familiarità con il mare, la ricerca scientifica e le attività subacquee.

Proprio questo elemento rende la vicenda ancora più difficile da decifrare. Le autorità maldiviane e quelle italiane continuano a mantenere una linea di prudenza. Non ci sono, allo stato, conclusioni definitive sulle cause della morte dei cinque sub. La ricostruzione ufficiale resta aperta. Si sa che il gruppo stava esplorando una cavità nell’area di Dhekunu Kandu, a una profondità indicata attorno ai 50 metri, in un tratto di mare che per la subacquea ricreativa supera il limite legale maldiviano di 30 metri. Ed è proprio su procedure, autorizzazioni e dinamica dell’immersione che si concentrano ora gli accertamenti.

L’incidente e le prime ore

L’allarme è scattato dopo che i cinque non sono riemersi da una immersione effettuata giovedì 14 maggio. Fin da subito era apparso chiaro che non si trattava di una normale emergenza in mare aperto, ma di un incidente avvenuto in un ambiente chiuso, estremamente ostile e poco perdonante. I primi team locali erano riusciti a individuare e marcare l’accesso al sistema di grotte, ma non a completare il recupero. Il corpo di Gianluca Benedetti era stato trovato all’esterno della cavità, mentre per gli altri quattro si è presto consolidata l’ipotesi che fossero rimasti molto più all’interno.

A complicare tutto sono intervenuti anche il maltempo e le condizioni del mare, che in più momenti hanno rallentato o fermato le immersioni. Le autorità italiane, attraverso la Farnesina, hanno parlato da subito di un’operazione complessa, seguita direttamente dall’Ambasciata d’Italia a Colombo — competente per le Maldive — e dalla console onoraria a Malé. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha mantenuto il coordinamento politico e consolare, mentre sul posto è stato predisposto un monitoraggio costante sia per i recuperi sia per l’assistenza ai connazionali presenti sulla barca d’appoggio.

La nave, gli altri italiani a bordo, l’assistenza consolare

La spedizione faceva capo all’imbarcazione Duke of York. A bordo, oltre alle vittime, c’erano altri 20 cittadini italiani, rimasti illesi. La Farnesina ha confermato fin dai primi giorni che nessuno di loro era ferito e che l’Ambasciata italiana aveva attivato assistenza consolare e anche supporto psicologico, coinvolgendo sul posto la Mezzaluna Rossa per il primo soccorso psicologico ai presenti. In tragedie come questa, il peso non si misura solo nei morti: si misura anche nello shock di chi resta, di chi ha visto il compagno d’immersione sparire sott’acqua, di chi ha atteso sul ponte senza più vedere nessuno risalire.

È un aspetto spesso marginale nel racconto pubblico, ma qui diventa centrale. Chi era a bordo della Duke of York si è trovato improvvisamente dentro una crisi fatta di attesa, notizie frammentarie, condizioni meteo in peggioramento, mezzi di soccorso che arrivano e ripartono, e un orizzonte temporale sempre più lungo. Il fatto che la missione di recupero abbia richiesto l’arrivo di specialisti internazionali dice molto sulla natura dell’ambiente in cui i cinque sono entrati.

Il ruolo di DAN Europe e dei tre finlandesi

L’intervento del team organizzato da DAN Europe è stato il passaggio chiave dopo la sospensione temporanea delle ricerche in seguito alla morte del militare maldiviano. I tre sub finlandesi, esperti in immersioni profonde e in ambienti ipogei, sono arrivati alle Maldive domenica 17 maggio per ridefinire la strategia. Non si sono limitati a “scendere”: hanno studiato il profilo della grotta, ripensato il piano operativo, verificato i rischi residui e impostato una missione calibrata sull’obiettivo minimo possibile: arrivare ai corpi senza aggiungere altre vittime alla lista.

Il comunicato di DAN Europe usa un linguaggio misurato ma eloquente: parla di un’operazione “tecnicamente impegnativa”, “emotivamente difficile” e “operativamente complessa”. Tre aggettivi che, al netto della formula istituzionale, restituiscono bene la scena. Perché qui la tecnica e il dolore stanno camminando insieme. Da una parte ci sono checklist, miscele respiratorie, profili decompressive, mappe della cavità; dall’altra ci sono cinque italiani morti, famiglie in attesa e un soccorritore maldiviano che non è tornato vivo.

Le autorità maldiviane: priorità assoluta e indagine aperta

Il presidente delle Maldive Mohamed Muizzu ha espresso pubblicamente le condoglianze all’Italia e ha definito la ricerca dei dispersi la “massima priorità” del governo. Si è recato personalmente nell’area delle operazioni per ricevere un briefing sulle attività di ricerca e recupero, accompagnato da rappresentanti dei ministeri competenti e dal portavoce governativo Mohamed Hussain Shareef. È un segnale politico rilevante: il caso è stato trattato dalle Maldive non come un incidente turistico qualunque, ma come una crisi nazionale con implicazioni internazionali.

Nel frattempo, il governo maldiviano ha confermato che sono in corso verifiche sulle procedure precedenti all’immersione. Alcune ricostruzioni giornalistiche riferiscono che solo parte dei componenti del gruppo avrebbe avuto il permesso regolamentare per determinate attività di ricerca marina, ma questo resta un elemento che dovrà essere chiarito formalmente dagli accertamenti. Al momento, il punto fermo è che l’indagine sulle cause non è chiusa e che ogni conclusione definitiva sarebbe prematura.

Il nodo della profondità e della grotta

Un dato ritorna in quasi tutte le fonti: la quota dell’immersione, attorno ai 50 metri. A quella profondità, anche per sub esperti, l’errore non è più recuperabile con i riflessi di una normale immersione ricreativa. Se poi alla profondità si aggiunge una grotta, quindi un ambiente chiuso, i problemi possono moltiplicarsi in pochi secondi: disorientamento, consumo di gas, perdita della linea, torbidità improvvisa, restrizioni, difficoltà nel condividere l’aria, tempi di uscita incompatibili con un’emergenza rapida.

Che cosa sia accaduto davvero ai cinque italiani è ancora da stabilire. Un guasto? Un problema di orientamento? Una difficoltà sopravvenuta a uno del gruppo, seguita da un tentativo collettivo di assistenza? Al momento non c’è alcun elemento ufficiale sufficiente per scegliere una di queste ipotesi. Ed è bene, in casi del genere, non riempire i vuoti con deduzioni avventate. L’unico fatto accertato è la combinazione micidiale di profondità, grotta e complessità del recupero, talmente elevata da costare la vita anche a un soccorritore esperto.

Le prossime ore

Il calendario indicato dalle autorità parla chiaro: martedì 19 maggio un primo tentativo di recupero di due corpi, mercoledì 20 maggio quello degli altri due. Ma il mare, in questa storia, ha già insegnato che ogni programma è condizionato dai fatti e non il contrario. Le finestre operative possono restringersi, le valutazioni cambiare dopo ogni immersione, i rischi imporre stop improvvisi.

Resta però un punto fondamentale: dopo quattro giorni di ricerche, sospensioni e ripartenze, tutti e cinque gli italiani sono stati localizzati. È un passaggio essenziale per le famiglie, per le autorità italiane, per i soccorritori e anche per la verità giudiziaria e tecnica che dovrà arrivare. Il recupero, se riuscirà nei tempi previsti, consentirà infatti non solo di chiudere la fase più dolorosa dell’attesa, ma anche di fornire ulteriori elementi investigativi su una tragedia che ha colpito due Paesi e lasciato un segno profondo anche nelle stesse Maldive.

Nel frattempo, l’immagine più fedele di questa vicenda non è quella da cartolina dell’arcipelago, ma quella invisibile di una grotta buia a decine di metri di profondità, dove per giorni si è combattuta una battaglia silenziosa contro tempo, acqua e roccia. Adesso quella battaglia entra nel suo tratto finale. E il finale, qui, non sarà misurato dal clamore della notizia, ma dalla capacità di riportare a casa i corpi senza chiedere altro al mare.