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Guerra

L'azzardo iraniano che incastra Trump: isolamento internazionale e primarie rivelatrici

Il presidente americano sempre più isolato a livello internazionale e alle prese con scandali interni, calo dei consensi e primarie decisive che mettono a rischio il controllo del partito e i seggi al Senato

19 Maggio 2026, 19:52

20:00

L'azzardo iraniano che incastra Trump: isolamento internazionale e primarie rivelatrici

La guerra in Iran doveva essere una «breve incursione». Invece sono passati più di 80 giorni e una soluzione ancora appare lontana, lasciando Donald Trump prigioniero del suo stesso azzardo e con le spalle al muro alla ricerca di una via di uscita dal Medio Oriente che gli consenta di cantare vittoria.

La strada che ha davanti è sempre più stretta. L’accordo con Teheran evocato tante volte e dato quasi per scontato non si è mai concretizzato, con il commander-in-chief che appare sempre più solo. Con la Nato e gli alleati europei la tensione è alle stelle, i Paesi del Golfo lo hanno fermato chiedendogli di non attaccare l’Iran, e il presidente cinese Xi Jinping ha accolto Vladimir Putin solo pochi giorni dopo la sua visita di Stato.

Le difficoltà esterne si aggiungono alla crisi interna. Il fondo 'anti-strumentalizzazionè' da 1,78 miliardi di dollari creato per risarcire gli alleati finiti - secondo il tycoon- ingiustamente nel mirino del Dipartimento di Giustizia di Joe Biden, inclusi gli assalitori del 6 gennaio, ha sollevato una pioggia di polemiche, anche fra i repubblicani. Il leader dei conservatori in Senato, John Thune, non ha nascosto le sue perplessità sullo strumento: «Non sono un fan», ha detto laconicamente. Il timore è che il fondo alieni sempre di più gli elettori repubblicani in vista delle elezioni di metà mandato, complicando una strada già tutta in salita. Una sconfitta alla Camera è data quasi per scontata dai repubblicani e a preoccupare è la possibilità che i democratici a novembre conquistino anche il Senato, rendendo di fatto Trump un’anatra zoppa per il resto del mandato.

L’appeal del presidente sugli elettori sembra scemare a causa della guerra in Iran. Il suo tasso di approvazione è già ai minimi del secondo mandato (al 37% secondo le ultime rilevazioni di New York Times-Siena) e la frustrazione degli americani nei confronti del carovita e della benzina alle stelle è in aumento. In questo contesto, Trump è consapevole che il tempo non gioca dalla sua parte nelle trattative con l’Iran. Il presidente ha bisogno di chiudere la partita rapidamente con un accordo o militarmente e augurarsi che per novembre i prezzi della benzina siano calati e gli americani abbiano dimenticato il conflitto voluto da un commander-in-chief che aveva promesso di dire basta alle guerre Oltreoceano.

Un primo segnale della tenuta di Trump sugli elettori e sul partito potrà comunque arrivare dalle primarie in sei Stati Usa. I riflettori sono puntati sul Kentucky, dove il presidente e la sua amministrazione sono impegnati in prima linea per assicurarsi la sconfitta del deputato repubblicano Thomas Massie, nemico giurato del tycoon per aver spinto sulla pubblicazione dei file di Jeffrey Epstein. «E' il peggiore della storia», ha tuonato Trump, chiedendo al Kentucky di girargli le spalle e appoggiare il suo candidato Ed Gallrein. Una sconfitta di Massie mostrerebbe come la presa di Trump sui repubblicani è ancora forte e rafforzerebbe il presidente, infliggendo un duro colpo alla fronda dei conservatori moderati. Un altro importante test è quello del Texas roccaforte repubblicana. Dopo mesi di silenzio, il presidente ha sciolto le riserve e appoggiato il controverso procuratore Ken Paxton per le primarie al Senato, scegliendo un candidato che non piace neanche al suo stesso partito. «E' sempre stato leale ed è un guerriero Maga», ha scritto Trump sul suo social Truth. La scelta di Paxton è stata una doccia fredda per i repubblicani. Anche se vincesse le primarie, rischia infatti di perdere a novembre, mettendo a rischio un cruciale seggio in Senato