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La visita dello zar

Il futuro passa da Pechino, dopo Trump arriva Putin: Xi punta alla "centralità" della Cina fra guerre ed energia

Dietro la coreografia diplomatica c’è un messaggio preciso del leader cinese: commercio, conflitti e risorse energetiche

20 Maggio 2026, 08:03

08:10

Pechino, la settimana dei due presidenti: come Xi Jinping usa Putin e Trump per riscrivere la geografia del potere

Nel giro di pochi giorni la capitale cinese ha accolto prima Donald Trump, poi Vladimir Putin: dietro la coreografia diplomatica c’è un messaggio preciso, che riguarda commercio, guerra, energia e il nuovo ruolo globale della Cina

Una settimana diplomatica affollata a Pechino. Nel giro di meno di sette giorni, al Grande Palazzo del Popolo, Xi Jinping ha ricevuto il presidente degli Stati Uniti e quello della Russia. Prima Donald Trump, in visita di Stato conclusa il 15 maggio 2026; poi Vladimir Putin, arrivato nella capitale cinese la sera del 19 maggio e accolto ufficialmente il 20 maggio. Nella politica internazionale, la sequenza conta quanto i contenuti. E questa sequenza dice una cosa semplice: la Cina vuole mostrarsi come il perno indispensabile di un sistema globale attraversato da guerre, attriti commerciali, crisi energetiche e rivalità strategiche.

Il vertice tra Xi e Putin aveva un obiettivo dichiarato: ribadire che il legame tra i due Paesi resta saldo, nonostante l’intensa attività diplomatica cinese con Washington e malgrado la pressione occidentale sulla guerra in Ucraina. Poco prima della visita, lo stesso Putin aveva definito i rapporti con Pechino a un livello “senza precedenti”, insistendo sul valore politico del partenariato ma soprattutto sulla sua profondità economica. Il ministero degli Esteri cinese aveva preparato il terreno sottolineando che si trattava della 25ª visita di Putin in Cina e che i due leader avrebbero discusso di relazioni bilaterali, cooperazione settoriale e principali dossier regionali e internazionali. Non è soltanto retorica: è la formalizzazione di una continuità strategica che entrambi vogliono esibire.

La visita, inoltre, cade nel 25° anniversario del Trattato di buon vicinato e cooperazione amichevole firmato nel 2001, una cornice politico-giuridica che ha accompagnato la trasformazione dei rapporti sino-russi da diffidenza post-sovietica a partenariato strategico. Secondo la ricostruzione dell’AP, il Cremlino ha indicato fin dall’inizio due assi di lavoro: la cooperazione economica e le “questioni internazionali e regionali chiave”. In pubblico, l’idea è quella di un’intesa ampia, stabile, non tattica. In filigrana, però, il summit serve anche a un’altra operazione: far capire a Mosca che il canale privilegiato con Pechino resta aperto, ma alle condizioni e ai tempi che interessano soprattutto alla leadership cinese.

Sul piano economico, i numeri aiutano a spiegare perché Putin insista tanto sul carattere “eccezionale” dei rapporti. Un funzionario del ministero del Commercio cinese ha riferito che l’interscambio tra i due Paesi ha superato i 200 miliardi di dollari per il terzo anno consecutivo, raggiungendo nel 2025 quota 227,9 miliardi di dollari. Ancora più significativo, nel primo trimestre del 2026 il commercio bilaterale è aumentato del 14,7% su base annua, fino a 61,2 miliardi di dollari. La Cina è il primo partner commerciale della Russia da 16 anni consecutivi. Dietro queste cifre ci sono energia, componentistica industriale, macchinari, tecnologia dual use e un’integrazione cresciuta mentre la Russia perdeva accesso a mercati, capitali e forniture occidentali.

Eppure la relazione, per quanto solida, non è affatto paritaria. È qui che la fotografia si fa più interessante. Più la Russia ha avuto bisogno della Cina dopo l’invasione dell’Ucraina, più si è accentuato lo sbilanciamento a favore di Pechino. Diverse analisi internazionali, riprese in questi giorni da testate come Le Monde e Washington Post, insistono proprio su questo punto: la cooperazione esiste ed è reale, ma si sviluppa dentro un rapporto nel quale la Cina negozia da una posizione di forza e la Russia dispone di margini più ristretti. Tradotto: Xi tratta Putin come un partner strategico, ma anche come un interlocutore ormai molto più dipendente dall’accesso al mercato cinese, dalla domanda energetica cinese e dalla sponda diplomatica cinese. È il tipo di asimmetria che non si vede nelle fotografie ufficiali, ma che pesa nelle decisioni concrete.

Uno dei dossier più sensibili è proprio l’energia. Secondo fonti citate da Reuters, Mosca punta a consolidare le esportazioni di petrolio e gas verso la Cina e a spingere in avanti i negoziati su nuovi progetti infrastrutturali, inclusi i collegamenti legati al gas. Il contesto internazionale rende il tema ancora più urgente: la crisi energetica prodotta dalle tensioni in Medio Oriente e i rischi sulle rotte marittime hanno rafforzato l’interesse russo a presentarsi come fornitore affidabile via terra. Ma qui si misura la differenza di potere tra i due partner: la Russia ha fretta, la Cina no. Pechino vuole sicurezza degli approvvigionamenti, ma evita di trasformare la dipendenza russa in una propria dipendenza speculare. Ecco perché la cooperazione energetica cresce, ma resta calibrata con prudenza cinese.

Il summit con Putin, però, non può essere letto da solo. Va collocato accanto alla visita di Trump, che ha prodotto toni distensivi ma risultati ancora limitati e in parte preliminari. La versione cinese del vertice con Washington parla di un nuovo quadro di “stabilità strategica costruttiva”; sul versante economico, Wang Yi ha annunciato un quadro di riduzione reciproca dei dazi, la creazione di un consiglio sul commercio e di un consiglio sugli investimenti, oltre all’impegno ad affrontare ostacoli all’accesso dei prodotti agricoli. Secondo Reuters, gli accordi restano per ora preliminari, ma indicano almeno un tentativo di disinnescare parte della guerra commerciale e di ricostruire canali di cooperazione pratica.

Non è un dettaglio secondario. Dopo anni in cui la competizione con gli Stati Uniti è stata la lente prevalente per leggere ogni mossa cinese, Xi sta cercando di accreditare un’immagine diversa: quella di una potenza in grado di mantenere contemporaneamente una relazione gestibile con Washington e un asse strategico robusto con Mosca. È precisamente questo il valore simbolico della “settimana dei due presidenti”. Un esperto citato dall’AP, Steve Tsang, ha osservato che il messaggio implicito è limpido: la Cina mantiene relazioni e partnership strategiche con chi ritiene opportuno, e gli Stati Uniti sono soltanto uno dei poli con cui dialoga. La diplomazia cinese, insomma, prova a trasformare la simultaneità dei contatti in una dichiarazione di centralità globale.

Per il Cremlino, questa visita ha anche una funzione interna ed esterna insieme. Interna, perché consente a Putin di mostrare all’opinione pubblica russa che il Paese non è isolato e che conserva un rapporto privilegiato con la seconda economia del mondo. Esterna, perché suggerisce agli interlocutori occidentali che ogni ipotesi di separare Mosca da Pechino resta, almeno per ora, irrealistica. Non a caso, secondo una ricostruzione di Reuters, analisti asiatici leggono il summit come un segnale rivolto direttamente a Washington: qualsiasi tentativo statunitense di inserire un cuneo tra Cina e Russia è destinato a scontrarsi con una convergenza che continua a rappresentare una pietra angolare della politica estera di entrambi.

Ciò non significa che tra i due Paesi vi sia una perfetta identità di vedute. Anzi. La Cina continua a difendere una certa flessibilità tattica, soprattutto nei rapporti con l’Europa, con il Sud globale e con gli stessi Stati Uniti. E mentre Pechino insiste sulla necessità di presentarsi come attore responsabile e prevedibile, emergono elementi che rischiano di complicarne la narrativa di neutralità, in particolare sul dossier ucraino. Proprio alla vigilia del vertice, Reuters ha riferito — citando fonti di intelligence europee e documenti visionati dall’agenzia — che militari russi sarebbero stati addestrati in Cina alla fine del 2025. La notizia richiede prudenza, perché tocca un terreno altamente sensibile e contestato, ma basta da sola a ricordare quanto sia difficile per Pechino separare il racconto della “stabilità” dalle implicazioni concrete della sua vicinanza a Mosca.

Sul piano dell’immagine, comunque, Xi incassa già un risultato. Ricevere nel giro di pochi giorni Trump e Putin consente alla leadership cinese di proiettare la capitale come una piattaforma di decisione globale. È una messa in scena accurata, ma non solo scenografica: mostra una Cina che non vuole più essere descritta come semplice parte del problema, bensì come crocevia obbligato di ogni equilibrio possibile, dalla sicurezza asiatica al commercio mondiale, dall’energia alle crisi regionali. Che questa ambizione corrisponda davvero a una capacità di mediazione universale è un’altra questione; ma nel linguaggio della diplomazia contemporanea contano moltissimo anche i gesti, i tempi e l’ordine con cui gli incontri avvengono. E in questo senso la settimana di Pechino è stata un manifesto di potere.

Resta la domanda più importante: che cosa cambia davvero dopo questo vertice? Nell’immediato, poco sul terreno dei grandi conflitti e molto sul terreno delle percezioni strategiche. Xi e Putin hanno ribadito che il loro asse resiste; Putin ha sottolineato ancora una volta la dimensione “senza precedenti” dei rapporti; Pechino ha messo in vetrina continuità diplomatica, affidabilità e capacità di stare al centro del tavolo. Ma sotto la superficie resta una realtà più complessa: la Russia ha bisogno della Cina più di quanto la Cina abbia bisogno della Russia; la distensione con Trump non cancella la rivalità con gli Stati Uniti; e la postura cinese di potenza “stabile” dovrà fare i conti con le contraddizioni di un rapporto sempre più stretto con Mosca. In altre parole, il vertice di Pechino non inaugura un ordine nuovo. Lo rende semplicemente più visibile.