Tragedia
Maldive, recuperati anche i corpi di Giorgia e di Muriel: ora l'inchiesta cerca risposte
Il recupero dei cinque sub morti nel corso di un'immersione nell'atollo di Vaavu, dopo un'operazione tecnica effettuata con tre esperti
A una settimana dalla scomparsa dei subacquei italiani, anche gli ultimi due corpi sono stati recuperati dalla grotta sommersa dell’atollo di Vaavu, dove cinque sub italiani erano rimasti intrappolati dopo un’immersione tecnica in uno dei siti più insidiosi dell’arcipelago. È la fine delle ricerche, ma non è ancora la fine della vicenda. Perché il recupero delle salme consegna alle famiglie un dolore definitivo e alle autorità una serie di interrogativi che, oggi più di prima, chiedono risposte.
Le vittime erano scomparse il 14 maggio 2026 durante un’immersione in un sistema di cavità sommerse nella zona di Alimathà, nell’atollo di Vaavu, a sud di Malé. In un primo momento era stato recuperato soltanto il corpo di Gianluca Benedetti, istruttore subacqueo e capobarca originario di Padova. Gli altri quattro sub erano stati localizzati soltanto nei giorni successivi, nel tratto più interno della grotta, a una profondità superiore ai 60 metri, grazie all’intervento di specialisti arrivati dall’estero. Nei giorni scorsi erano già stati riportati in superficie due corpi; ora, con il recupero anche degli ultimi due, l’operazione può dirsi conclusa sul piano materiale. Resta però intatto il peso umano della tragedia e resta aperta l’inchiesta sulle cause dell’incidente.
Tra le persone morte ci sono la docente universitaria Monica Montefalcone, sua figlia Giorgia Sommacal, la ricercatrice Muriel Oddenino, il biologo marino Federico Gualtieri e lo stesso Gianluca Benedetti. I nomi raccontano un gruppo composto da persone esperte, in larga parte legate al mondo della ricerca scientifica e della subacquea avanzata. Ed è proprio questo uno degli elementi che colpiscono di più: non un’escursione improvvisata, non dilettanti in vacanza, ma profili abituati al mare, alle immersioni, ai fondali tropicali. Un dettaglio che rende ancora più difficile archiviare la tragedia con una spiegazione semplice.
La grotta, la profondità, il margine di errore che si azzera
Secondo le informazioni raccolte nelle ultime ore, i quattro corpi erano stati individuati nel terzo segmento della cavità sommersa, in un ambiente descritto dagli operatori come estremamente complesso: passaggi stretti, cunicoli, sedimento capace di annullare la visibilità in pochi secondi, forti correnti e una quota di immersione che riduce drasticamente i margini di manovra. A quelle profondità, ogni minuto pesa doppio: per orientarsi, per consumi d’aria o di gas, per tempi di permanenza e soprattutto per la successiva decompressione. Le autorità maldiviane e DAN Europe hanno parlato apertamente di operazione “tecnicamente impegnativa”, “emotivamente intensa” e “operativamente complessa”. Non è una formula di rito: è il modo più sobrio per dire che chi è entrato in quella grotta sapeva di muoversi in un ambiente al limite.
Il primo elemento certo è proprio questo: la scena dell’incidente non era un fondale aperto, ma una cavità subacquea profonda, dove l’orientamento può saltare in un attimo e dove l’eventuale ritorno verso l’uscita dipende da lucidità, addestramento, visibilità e perfetto controllo dell’assetto. Diverse ricostruzioni giornalistiche, citando fonti locali e testimoni, hanno indicato nell’azione delle correnti e in un possibile effetto di risucchio all’interno della grotta una delle ipotesi più concrete da verificare. Altre ricostruzioni richiamano il rischio di disorientamento, la perdita della via d’uscita e il successivo esaurimento del gas respirabile. Si tratta, in questa fase, di elementi investigativi e di scenari tecnici plausibili, ma non ancora cristallizzati in una verità ufficiale definitiva.
Il recupero affidato ai tecnici finlandesi coordinati da DAN Europe
La svolta nelle ricerche è arrivata con l’arrivo alle Maldive di una squadra specializzata composta da tre subacquei finlandesi: Sami Paakkarinen, Jenni Westerlund e Patrik Grönqvist, mobilitati nell’ambito della missione coordinata da DAN Europe su richiesta delle autorità italiane. Il loro compito non era soltanto trovare i corpi, ma farlo senza aggiungere altre vittime a un bilancio già devastante. Per questo sono stati impiegati rebreather a circuito chiuso, DPV – gli scooter subacquei ad alte prestazioni – e sistemi ridondanti di supporto vitale, cioè attrezzature pensate per immersioni estreme e ambienti confinati. La prima immersione tecnica, durata circa tre ore, ha consentito di localizzare i dispersi e raccogliere i dati necessari per pianificare il recupero. Nei giorni successivi è scattata la fase più delicata, fino al recupero progressivo di tutti i corpi.
A operare insieme agli specialisti stranieri sono stati la Maldives National Defence Force, la polizia maldiviana e sub di due società private locali. In superficie era stata predisposta anche una barca-ambulanza con la presenza di un medico iperbarico, proprio per fronteggiare un’attività ad altissimo rischio. Un dettaglio che dice molto sulla difficoltà dell’operazione: il recupero non è stato un semplice intervento di soccorso, ma una sequenza di immersioni calcolate al centimetro, dove anche la minima anomalia avrebbe potuto compromettere la sicurezza della squadra.
Il prezzo altissimo pagato anche dai soccorritori
In questa storia, il confine tra salvataggio e tragedia si è spezzato due volte. Durante le operazioni di ricerca è infatti morto anche il sergente maldiviano Mohamed Mahudhy, sommozzatore della MNDF, rimasto vittima mentre partecipava alla missione per localizzare i sub italiani dispersi. Le autorità delle Maldive gli hanno tributato funerali militari e una promozione postuma al grado di Sergeant First Class. La sua morte ha cambiato anche il tono delle operazioni successive, imponendo una prudenza ulteriore e accelerando il coinvolgimento del team internazionale altamente specializzato. In altre parole: il teatro operativo si è rivelato tanto pericoloso da uccidere non solo chi vi era entrato per immersione, ma anche un soccorritore esperto intervenuto dopo la tragedia.
È un dato che non può essere relegato a nota di contorno. Perché aiuta a comprendere la portata reale dell’incidente: non si trattava di un recupero in acque ordinarie, ma di un ambiente in cui la profondità, la morfologia della grotta e la gestione della decompressione hanno imposto condizioni operative estreme. Per questo, quando le autorità parlano di missione “ad alto rischio”, non stanno cercando un alibi linguistico: stanno descrivendo la realtà dei fatti.
Chi erano le vittime
Dietro la cronaca c’è il profilo di cinque italiani uniti dal mare e da competenze non comuni. Monica Montefalcone, docente associata di Ecologia all’Università di Genova, era una studiosa nota per il suo lavoro sull’ambiente marino e sugli effetti dei cambiamenti climatici sugli ecosistemi tropicali. Secondo quanto emerso da fonti accademiche e giornalistiche, conosceva le Maldive da molti anni e vi svolgeva attività di ricerca dal 2013. Accanto a lei c’era la figlia Giorgia Sommacal, studentessa. Con loro Muriel Oddenino, assegnista di ricerca e biologa descritta dai colleghi come specialista delle spugne maldiviane, e Federico Gualtieri, neolaureato magistrale in Biologia ed Ecologia marina. Il quinto nome è quello di Gianluca Benedetti, guida e istruttore subacqueo, uomo di mare e riferimento operativo dell’imbarcazione.
L’Università di Genova ha chiarito un punto importante: la missione scientifica in corso alle Maldive riguardava il monitoraggio dell’ambiente marino, ma l’immersione costata la vita al gruppo non rientrava nelle attività ufficiali della spedizione accademica ed era stata svolta a titolo personale. È un passaggio rilevante, perché separa il piano della ricerca istituzionale da quello della scelta individuale di effettuare quell’immersione. Non scioglie però il nodo centrale: se e come quella discesa sia stata pianificata, con quali autorizzazioni, con quali limiti e con quali margini di sicurezza effettivi.
Le autorizzazioni, i limiti di profondità e i punti da chiarire
È proprio sul terreno delle regole che comincia ad addensarsi la parte più delicata dell’inchiesta. Secondo dichiarazioni riportate da ANSA e da altri media, le autorità maldiviane stanno verificando quali permessi fossero stati concessi al gruppo e se l’immersione effettuata corrispondesse a quella autorizzata. In una delle ricostruzioni emerse, il portavoce del governo maldiviano Mohamed Hussain Shareef ha riferito che nella documentazione autorizzativa comparirebbero soltanto tre nomi e che la quota consentita sarebbe stata fino a 50 metri, non oltre. Sono elementi che andranno riscontrati formalmente, ma che già ora suggeriscono una domanda cruciale: c’è stato uno scarto tra immersione programmata e immersione realmente eseguita?
Parallelamente, il ministero del Turismo delle Maldive ha disposto la sospensione della licenza della Duke of York, la safari boat da cui il gruppo si era immerso, per consentire accertamenti approfonditi. Anche questo è un segnale preciso: le autorità locali non stanno trattando l’incidente come una fatalità neutra, ma come un evento da esaminare in tutta la sua filiera organizzativa, dalle autorizzazioni alle procedure di bordo, dalla pianificazione all’assistenza tecnica disponibile. In Italia, inoltre, risulta aperto un fascicolo della Procura di Roma, coordinato dal procuratore capo Francesco Lo Voi, che attende gli sviluppi e le relazioni provenienti dal contesto diplomatico e investigativo internazionale.
Il ruolo della Farnesina e l’assistenza ai familiari
Fin dalle prime ore successive alla tragedia, la Farnesina e l’ambasciata d’Italia a Colombo, competente anche per le Maldive, hanno seguito il caso in stretto raccordo con le autorità locali. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha disposto l’invio di personale e il supporto necessario alle famiglie delle vittime e agli altri connazionali presenti a bordo. L’ambasciatore Damiano Francovigh e la console onoraria a Malé, Giorgia Marazzi, hanno seguito da vicino le operazioni di ricerca e recupero. Un intervento diplomatico che è stato anche operativo, soprattutto nella fase in cui si è deciso di rafforzare la missione con il contributo degli specialisti internazionali.
Gli altri 20 italiani che si trovavano sulla Duke of York sono stati indicati come al sicuro e assistiti dalla rete consolare. Intanto è già iniziato il rientro delle prime salme in Italia: una delle vittime recuperate nei giorni scorsi è stata trasferita a casa prima del completamento dell’intera operazione. Anche questo passaggio, silenzioso e quasi laterale rispetto alla cronaca del recupero, restituisce la misura del dramma: mentre in mare si continuava a scavare dentro la grotta, sulla terraferma erano già cominciati i ritorni, i riconoscimenti, l’organizzazione dell’ultimo viaggio.
La fine dell’incubo, non della storia
Dire che con il recupero degli ultimi due corpi si chiude l’incubo è corretto soltanto a metà. Si chiude, semmai, la parte più visibile e angosciante: l’attesa, il vuoto, la permanenza dei dispersi là sotto, nella parte più profonda della grotta. Ma la storia, adesso, entra nella sua fase più necessaria. Bisognerà accertare se l’immersione fosse compatibile con le autorizzazioni rilasciate, se il profilo di rischio fosse stato sottovalutato, se la conformazione del sito fosse conosciuta in modo adeguato, se le procedure di emergenza e il supporto in superficie fossero all’altezza di una discesa di questo tipo. Ed è possibile che una risposta unica non arrivi mai: nelle tragedie subacquee profonde, spesso, la causa finale è il risultato di una catena di fattori, non di un singolo errore isolato.
Resta un’immagine, più forte di tutte le altre: quella di una grotta che a 60 metri di profondità ha trattenuto per giorni i corpi di cinque italiani e ha imposto ai soccorritori una battaglia lunga, tecnica, quasi millimetrica, per restituirli ai loro cari. In quella distanza tra il paradiso turistico e la violenza muta di un ambiente estremo sta tutto il senso di questa vicenda. Le Maldive, in queste ore, non sono soltanto il luogo di una disgrazia. Sono il punto in cui finiscono le semplificazioni e comincia l’obbligo della verità.