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BATTAGLIA LEGALE

Famiglia nel bosco, la controperizia che scuote il caso: «Bambini mai ascoltati, valutazioni viziate da pregiudizi»

Oltre 300 pagine depositate al Tribunale per i Minorenni dell’Aquila contestano alla radice la consulenza tecnica che ha inciso sul destino di tre figli e dei loro genitori. Ma dentro questa vicenda, ormai diventata nazionale, c’è molto più di uno scontro tra esperti.

20 Maggio 2026, 13:03

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Famiglia nel bosco, la controperizia scuote il caso: “Bambini mai ascoltati, valutazioni viziate da pregiudizi”

La scena più difficile da archiviare, in questa storia, non è un atto giudiziario. È quella di tre bambini che, da mesi, vivono dentro una separazione diventata sistema: prima sottratti alla loro casa, poi tenuti lontani dal padre, poi ancora separati dalla madre. Intorno, una montagna di carte. Le ultime sono le più pesanti: oltre 300 pagine depositate al Tribunale per i Minorenni dell’Aquila dai consulenti di parte Tonino Cantelmi e Martina Aiello, convinti che la consulenza tecnica d’ufficio firmata dalla dottoressa Simona Ceccoli non possa essere considerata una base affidabile per decidere il futuro dei minori.

Il nuovo documento, presentato ieri 19 maggio, individua 15 criticità e formula un’accusa pesantissima sul piano tecnico: la relazione contestata sarebbe, secondo i due specialisti, “gravemente carente” sotto il profilo metodologico, scientifico e della neutralità valutativa. Non è una sfumatura lessicale. Nel linguaggio delle perizie, significa contestare non solo alcune conclusioni, ma l’impianto stesso con cui quelle conclusioni sono state raggiunte.

La vicenda è quella della cosiddetta “famiglia nel bosco” di Palmoli, nel Chietino: i genitori, Catherine Birmingham e Nathan Trevallion, una coppia anglo-australiana che aveva scelto una vita neorurale, immersa nella natura, lontana dai modelli abitativi tradizionali. I loro tre figli — due gemelli di 6 anni e una sorella di 8 — furono allontanati il 20 novembre 2025 con un provvedimento del tribunale che sospese la responsabilità genitoriale della coppia. Da allora il caso ha attraversato tribunali, relazioni, ricorsi, polemiche politiche, appelli pubblici e persino un confronto istituzionale tra magistratura e Ministero della Giustizia.

La controperizia: dove si concentra l’attacco

Il cuore del nuovo affondo di Cantelmi e Aiello sta in un punto cruciale: a loro giudizio, la Ctu di Ceccoli avrebbe espresso valutazioni drastiche sulle capacità genitoriali senza poggiare su una base osservativa sufficiente e senza rispettare standard tecnici minimi richiesti in procedimenti tanto delicati. Nell’articolo pubblicato da il Giornale, i consulenti evidenziano che i bambini non sarebbero stati “ascoltati”“osservati” in modo diretto, e che non vi sarebbe stata una reale osservazione delle interazioni familiari. L’Ansa, nel riferire il contenuto della controperizia, sintetizza le 15 criticità segnalate: dalla mancata integrazione delle valutazioni di Neuropsichiatria infantile alla sottovalutazione del trauma da separazione, fino all’assenza di osservazione diretta della relazione tra genitori e figli e all’uso ritenuto improprio dei test.

È una contestazione che, se confermata in sede giudiziaria, avrebbe un peso enorme. Perché nelle cause che riguardano i minori, la consulenza tecnica non è un parere qualunque: spesso è l’architrave su cui il giudice costruisce misure capaci di cambiare radicalmente la vita di una famiglia. È anche per questo che Cantelmi e Aiello arrivano a sostenere che le conclusioni della consulenza d’ufficio debbano essere “integralmente disattese”.

Tra i profili più controversi c’è poi il tema del presunto bias socioculturale. Secondo i consulenti di parte, alcune scelte di vita della famiglia — come l’homeschooling o uno stile di vita ecosostenibile e fortemente immerso nella natura — sarebbero state trasformate nella Ctu in indizi di inadeguatezza genitoriale, pur trattandosi, in sé, di opzioni lecite. Qui la questione si fa ancora più delicata, perché chiama in causa il confine tra valutazione del rischio per il minore e giudizio implicito su modelli di vita non convenzionali. Un confine che, in sede tecnico-giudiziaria, dovrebbe restare nitido.

Il nodo dei bambini “mai ascoltati”

Non è soltanto un argomento difensivo: il tema dell’ascolto del minore è uno dei pilastri del diritto minorile. La normativa italiana prevede che il minore che abbia compiuto 12 anni, e anche quello di età inferiore se capace di discernimento, sia ascoltato nei procedimenti che lo riguardano; se il giudice decide di non procedere, deve motivarlo. Lo ricorda il Ministero della Giustizia, richiamando l’articolo 336-bis del codice civile. Sul piano dei principi internazionali, il diritto all’ascolto è inoltre sancito dall’articolo 12 della Convenzione ONU sui diritti dell’infanzia.

Su questo punto, il caso di Palmoli si innesta in un dibattito più ampio. L’Autorità garante per l’infanzia e l’adolescenza, Marina Terragni, ha ribadito di recente che “i bambini vanno sempre ascoltati”, sottolineando che nei casi di separazione conflittuale e, a maggior ragione, in quelli con sospetti di maltrattamento o forte tensione familiare, il diritto del minore a essere ascoltato non può essere bypassato. Terragni ha richiamato anche il rischio che il minore venga ritenuto poco credibile o interpretato solo attraverso il filtro del conflitto degli adulti. È un richiamo che, letto accanto alle obiezioni formulate dai consulenti della famiglia, aggiunge spessore a una contestazione che non riguarda soltanto la forma, ma la sostanza della tutela.

Va detto con chiarezza: al momento non esiste una decisione definitiva che accolga le censure di Cantelmi e Aiello. Esiste però un fatto processuale preciso: quelle contestazioni sono state formalmente depositate e ora entrano nel fascicolo di una vicenda in cui il tribunale dovrà pronunciarsi. E il punto, per chi osserva, è tutto qui: se il perno tecnico su cui poggiano i provvedimenti viene attaccato così duramente, il livello di attenzione deve necessariamente alzarsi.

Una storia già segnata da separazioni e marce indietro

Per capire il peso della controperizia bisogna tornare alle tappe principali. I tre bambini sono stati collocati in una casa famiglia di Vasto dal 20 novembre 2025. La madre ha vissuto inizialmente con loro nella struttura, fino all’ordinanza del 6 marzo 2026, quando il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha disposto il suo allontanamento. Lo stesso provvedimento prevedeva anche il trasferimento dei minori in un’altra struttura, ma quella parte della decisione è stata poi sospesa il 1° aprile 2026, lasciando i bambini nella casa famiglia originaria.

In mezzo, ci sono stati ricorsi e stop. Il reclamo presentato il 18 marzo 2026 dai legali Marco Femminella e Danila Solinas è stato ritenuto improcedibile dalla Corte d’Appello, con il risultato che i minori sono rimasti nella struttura e la sospensione della responsabilità genitoriale è proseguita. Il 12 maggio 2026, inoltre, il tribunale ha respinto il ricorso contro l’allontanamento della madre dalla casa famiglia, confermando su quel punto la linea già adottata a marzo.

Questo quadro spiega perché il deposito della nuova relazione difensiva non arrivi in una fase neutra, ma in un momento avanzato e teso del procedimento. Secondo l’Ansa, proprio la consulenza tecnica d’ufficio contestata è il documento sulla cui base il tribunale dovrebbe pronunciarsi entro circa un mese sulla sospensione della responsabilità genitoriale. È anche questo uno dei motivi per cui la battaglia sulla qualità scientifica della Ctu è diventata così centrale.

I periti di parte: “Il trauma da separazione è stato sottovalutato”

La controperizia depositata il 19 maggio non nasce nel vuoto. Già l’8 aprile 2026, gli stessi consulenti di parte avevano depositato una precedente relazione, più breve, nella quale descrivevano i tre minori come segnati da una “sofferenza psicologica significativa” dopo l’allontanamento della madre e parlavano della necessità di riunire “urgentemente e senza più rinvii” la famiglia. In quel testo, Cantelmi e Aiello contestavano anche le modalità di gestione degli incontri protetti e delle videochiamate, ritenendo carente la preparazione psicologica delle parti coinvolte e l’accompagnamento tecnico necessario.

Questo elemento non è secondario, perché mette in evidenza una frattura tra due modi opposti di leggere la stessa vicenda. Da una parte c’è la linea che ha portato il tribunale a ritenere necessario mantenere la separazione; dall’altra c’è la valutazione dei consulenti di parte, secondo cui proprio quella separazione starebbe producendo o aggravando un danno psicologico nei bambini. Quando, in procedimenti così sensibili, l’oggetto della contesa diventa perfino il significato del pianto, del rifiuto, dell’angoscia o del bisogno di contatto, il rischio di interpretazioni divergenti cresce enormemente.

La posizione del tribunale e il dovere di tenere insieme le due versioni

Una ricostruzione seria non può ignorare l’altro lato del fascicolo. La Ctu della dottoressa Ceccoli, secondo quanto emerso dalla stampa il 28 aprile 2026, avrebbe concluso che Catherine Birmingham e Nathan Trevallion non sarebbero, allo stato, in grado di esercitare adeguatamente il loro ruolo genitoriale. È la base da cui il procedimento ha continuato a muoversi nelle ultime settimane. Inoltre, nell’ordinanza del 6 marzo, il tribunale aveva descritto la madre come “ostile e squalificante”, sostenendo che la sua sfiducia verso operatori e istituzioni influenzasse anche i bambini.

Non siamo dunque davanti a un caso semplice in cui una parte denuncia e l’altra tace. Siamo davanti a un conflitto duro tra valutazioni professionali contrapposte, nel quale però il baricentro non dovrebbe mai spostarsi dal punto decisivo: l’interesse superiore dei minori. Ed è proprio qui che la robustezza del metodo conta più di ogni altra cosa. Perché più la misura è invasiva — sospensione della responsabilità genitoriale, collocamento in struttura, separazione da madre e padre — più deve essere sorretta da basi tecniche inattaccabili.

Una vicenda giudiziaria diventata caso politico e mediatico

C’è poi un’altra dimensione che non può essere ignorata: questa storia, da mesi, non vive soltanto nelle aule giudiziarie. È diventata un caso politico nazionale. Già a novembre 2025 il Ministero della Giustizia aveva avviato accertamenti, mentre il dibattito pubblico si infiammava tra sostegno alla famiglia e difesa dell’operato dei magistrati. Il 6 marzo 2026, dopo il nuovo allontanamento della madre, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni criticò apertamente la decisione dei giudici. Nei giorni successivi e nelle settimane successive il caso ha continuato a produrre tensioni istituzionali.

L’ultimo capitolo è del 18 maggio, l'altro ieri: il Tribunale per i Minorenni dell’Aquila ha scritto con urgenza al Csm, sollevando dubbi sull’ampiezza delle richieste avanzate dagli ispettori ministeriali, mentre l’Anm ha parlato del rischio di possibili “interferenze” sull’autonomia della giurisdizione. Dal canto suo, il Ministero ha replicato sostenendo che gli accertamenti si sono svolti nel rispetto della normativa. È il segno di quanto questa vicenda, nata attorno al destino di tre bambini, abbia ormai investito piani sempre più ampi: tecnico, giudiziario, politico, mediatico.

Anche l’informazione, del resto, è stata richiamata a una maggiore prudenza. Il 30 aprile 2026 il Consiglio nazionale dell’Ordine dei giornalisti e l’Ordine dell’Abruzzo hanno invitato i cronisti a rispettare con rigore Codice deontologico e Carta di Treviso, ricordando che il minore non può essere trattato come una fonte di notizia e che dettagli, immagini e contenuti capaci di arrecargli danno devono restare fuori dal circuito mediatico. È un richiamo che vale per tutti, perché nei casi di cronaca bianca più esposti il confine tra diritto di cronaca e protezione dell’infanzia può diventare sottilissimo.

La domanda vera che resta sul tavolo

Ora il punto non è scegliere una tifoseria. Il punto è capire se le decisioni più invasive adottate fin qui siano state costruite su un quadro tecnico davvero solido, completo e imparziale. La controperizia di Cantelmi e Aiello dice di no, e lo dice con parole che pesano come pietre: 15 criticità, assenza di osservazione diretta, sottovalutazione del trauma, test contestati, pregiudizi socioculturali, conclusioni da non utilizzare. La Ctu d’ufficio e i provvedimenti finora emessi dal tribunale vanno nella direzione opposta.

In mezzo ci sono tre bambini. E forse è questa la misura più esatta della responsabilità che grava su ogni passaggio successivo: se in un procedimento che riguarda dei minori anche solo uno dei pilastri tecnici risulta fragile, allora non è un dettaglio da specialisti, ma una questione di sostanza democratica. Perché l’autorità dello Stato si giustifica solo se sa essere, insieme, forte, prudente e giusta. Soprattutto quando entra nella stanza più delicata di tutte: quella in cui decide chi può crescere con chi, e a quale prezzo.