Gli interrogativi
I limiti ricreativi superati, il "brevetto grotta", la tuta corta: tutto quello che non torna nella tragedia dei sub morti alle Maldive
I corpi sono stati tutti recuperati nell'atollo di Vaavu; ora l'inchiesta si snoda su tanti aspetti ancora da chiarire
C’è un’immagine che più di ogni altra racconta la misura di questa tragedia: per riportare in superficie gli ultimi due corpi è stato necessario entrare di nuovo in una cavità sommersa dove la luce finisce, lo spazio si stringe e ogni minuto trascorso sott’acqua pesa come un azzardo calcolato. Non è stata una normale operazione di recupero, ma una missione estrema in ambiente overhead, cioè in un contesto dove non è possibile risalire direttamente verso la superficie. Mercoledì 20 maggio 2026 gli speleosub finlandesi coordinati da DAN Europe, insieme alla Guardia costiera maldiviana e alla polizia, hanno recuperato anche i corpi di Muriel Oddenino e Giorgia Sommacal, completando così il recupero delle cinque vittime italiane morte durante l’immersione nell’atollo di Vaavu, alle Maldive.
Il bilancio finale è devastante. Il primo a essere trovato, il giorno stesso dell’incidente, era stato Gianluca Benedetti, istruttore sub e figura di riferimento del gruppo, individuato vicino all’imboccatura della grotta. Martedì 19 maggio erano stati invece riportati in superficie i corpi di Monica Montefalcone, docente associata di Ecologia all’Università di Genova, e di Federico Gualtieri. Solo nelle ore successive l’operazione si è chiusa con il recupero delle ultime due salme. Tutti, secondo quanto riferito dalle autorità e dalle squadre intervenute, si trovavano nella parte più remota del sistema di cavità o comunque in aree interne della grotta, un dettaglio che restituisce da solo la difficoltà dell’ambiente in cui il gruppo si era inoltrato.
Chi erano le vittime
Le cinque persone morte erano tutte italiane, ma con ruoli e percorsi diversi. Monica Montefalcone era una studiosa molto conosciuta nel campo dell’ecologia marina; Giorgia Sommacal era sua figlia e studentessa universitaria; Muriel Oddenino era una ricercatrice; Federico Gualtieri aveva una formazione in biologia marina ed ecologia; Gianluca Benedetti era l’istruttore subacqueo che accompagnava il gruppo. Quattro di loro avevano legami con l’Università di Genova, che nei giorni successivi alla tragedia ha espresso cordoglio per la perdita della docente, della ricercatrice, di una studentessa e di un giovane laureato dell’ateneo.
Su un punto, però, è opportuno fare chiarezza fin da subito: la presenza alle Maldive di Montefalcone e Oddenino era collegata a un’attività scientifica di monitoraggio ambientale e di studio degli effetti del cambiamento climatico sulla biodiversità tropicale, ma l’immersione finita in tragedia non coinciderebbe, secondo quanto emerso, con il programma scientifico ufficiale. È una distinzione importante, perché sposta il baricentro delle domande: non si sta discutendo della qualità del lavoro accademico delle vittime, bensì delle condizioni, delle autorizzazioni e delle scelte operative che hanno preceduto quella singola immersione.
La grotta, la profondità, il contesto reale del rischio
L’incidente è avvenuto il 14 maggio 2026 nei pressi di Alimathaa, nell’atollo di Vaavu. Le fonti ufficiali italiane hanno parlato fin dall’inizio di una esplorazione in grotta a circa 50 metri di profondità, mentre le autorità maldiviane e media locali hanno più volte richiamato quote ancora maggiori, indicando l’ingresso della cavità intorno ai 58-60 metri. In ogni caso, si tratta di profondità ben oltre i limiti della normale immersione ricreativa consentita alle Maldive.
Ed è proprio questo uno dei nodi più delicati. La normativa maldiviana sulla recreational diving fissa in 30 metri la profondità massima per le immersioni ricreative e vieta inoltre le immersioni con obblighi di decompressione. La regola, riportata sia da documenti di sintesi della normativa locale sia da comunicazioni delle autorità e del Ministero del Turismo maldiviano, vale per turisti, istruttori e personale dei centri diving. Se dunque il gruppo si è effettivamente spinto a 50-60 metri ed è entrato in una grotta, non si sarebbe trattato di una semplice immersione ricreativa, ma di un’attività fuori dai limiti ordinari consentiti nel Paese.
Questo aspetto non è secondario nemmeno per capire perché le operazioni di recupero siano state così complesse. DAN Europe ha spiegato che il team finlandese impiegato alle Maldive è formato da specialisti in immersioni tecniche e in grotta, abituati a missioni ad alto rischio in spazi confinati. Per raggiungere i corpi e riportarli fino a quote gestibili dalle squadre di supporto locali sono stati usati rebreather, scooter subacquei e sistemi ridondanti di supporto vitale. È il tipo di attrezzatura che si usa quando l’ambiente non perdona errori, non certo quella di una discesa turistica “spinta” un po’ più in là del previsto.
Il soccorritore morto e il prezzo pagato anche dai soccorsi
A rendere ancora più tragico il quadro c’è un altro elemento: durante i tentativi di ricerca è morto anche un sub del Maldivian National Defence Force. Le autorità hanno parlato di decesso avvenuto dopo un’immersione nella fase di recupero; la causa esatta è ancora oggetto di accertamenti, ma nelle ricostruzioni dei colleghi sono state evocate complicazioni compatibili con problemi da decompressione o con gli effetti della profondità. È il segnale più netto della pericolosità del teatro operativo in cui i soccorritori si sono mossi.
Le ricerche, infatti, erano già state sospese una prima volta per il maltempo e per il mare mosso, poi riorganizzate con una task force internazionale. La Farnesina ha confermato di aver seguito costantemente le operazioni tramite l’ambasciatore italiano competente per le Maldive e il consolato onorario a Malé, mentre il ministro Antonio Tajani ha disposto assistenza ai familiari e ai connazionali presenti sulla barca d’appoggio. Il coinvolgimento diretto delle istituzioni italiane dà la misura della gravità dell’incidente e delle difficoltà incontrate fin dalle prime ore.
I dubbi delle autorità maldiviane: permesso sì, ma non per quella grotta
Uno dei passaggi più significativi delle ultime ore riguarda le parole del portavoce presidenziale maldiviano Mohameed Hussain Shareef. Interpellato dall’Associated Press, ha spiegato che il gruppo italiano disponeva di un permesso, ma che dalle informazioni trasmesse alle autorità non risultava l’esatta ubicazione della grotta che stava per essere esplorata. In altre parole: un’autorizzazione formale esisteva, ma non avrebbe consentito alle autorità di sapere con precisione quale cavità sommersa sarebbe stata raggiunta.
È un dettaglio che pesa molto, perché tocca il cuore della prevenzione. In un sistema di controlli serio, la conoscenza preventiva del sito, della profondità prevista, del profilo dell’immersione e della composizione esatta del team è fondamentale. Se davvero, come sostenuto dalle autorità maldiviane, l’itinerario reale non coincideva con quello descritto nella proposta autorizzativa, si apre un problema di tracciabilità e di valutazione del rischio. E non è tutto: lo stesso Shareef ha aggiunto che almeno due delle vittime non figuravano nell’elenco dei ricercatori presentato. “Non sapevamo che facessero parte della spedizione”, ha detto.
Qui conviene fermarsi e non correre oltre i fatti. Non è ancora possibile dire se si sia trattato di una dimenticanza burocratica, di un aggiornamento mai formalizzato o di altro. Ma il dato resta: le autorità sostengono di non aver avuto un quadro completo né del luogo esatto da raggiungere né della composizione definitiva del gruppo che sarebbe entrato in acqua. Per una spedizione che poi si è spinta in un ambiente profondo e chiuso, è una circostanza che non può essere archiviata come un dettaglio amministrativo.
Il nodo del “brevetto di grotta”
Un altro punto emerso nel dibattito pubblico riguarda la preparazione specifica per l’immersione in cavità sommerse. In Italia, testate come Il Giornale hanno riportato le dichiarazioni della legale del tour operator secondo cui nessuno dei cinque avrebbe avuto il cosiddetto brevetto di grotta, vale a dire una certificazione specialistica per immersioni in ambiente con soffitto, senza accesso diretto alla superficie. Non è una sfumatura terminologica: nella cultura della subacquea tecnica, la grotta rappresenta un contesto separato rispetto alla normale immersione profonda.
La distinzione conta per almeno tre ragioni. La prima è la navigazione: in grotta orientarsi non è intuitivo, e perdita della via d’uscita, torbidità improvvisa e restringimenti possono trasformare in pochi secondi un’immersione ben pianificata in una trappola. La seconda è la gestione del gas: in ambiente chiuso cambiano le regole di consumo e di ridondanza. La terza è psicologica: il margine d’errore è minimo, perché la risalita immediata non è un’opzione. Anche per questo DAN Europe ha descritto il sito come un deep overhead environment, espressione tecnica che fotografa un rischio superiore a quello di una comune immersione impegnativa.
Naturalmente, la presenza o meno di una certificazione specialistica non basta da sola a spiegare l’incidente. Sub molto esperti possono morire, e sub meno titolati possono uscirne vivi. Ma se il quadro finale confermerà che il gruppo è entrato in una grotta profonda senza una formazione specifica condivisa da tutti i partecipanti, questo elemento peserà inevitabilmente nell’analisi delle responsabilità e delle scelte fatte a monte.
La questione della tuta corta: dettaglio marginale o indizio importante?
Tra i particolari emersi dopo il recupero dei corpi c’è anche quello, ancora da trattare con grande cautela, relativo all’abbigliamento di Monica Montefalcone. Alcune fonti locali, rilanciate da quotidiani italiani, hanno riferito che la docente avrebbe indossato una tuta corta, giudicata da osservatori del settore poco adatta a un’immersione profonda in grotta. Al momento, però, non risulta una conferma ufficiale delle autorità investigative su questo singolo aspetto, né è disponibile una valutazione tecnica conclusiva sul suo eventuale peso causale.
È giusto allora collocare la notizia nel punto esatto in cui si trova oggi: non come prova, ma come elemento da verificare. Una protezione termica insufficiente può incidere sul comfort, sul consumo d’aria, sulla capacità di mantenere lucidità e performance; tuttavia, da sola, non spiega una tragedia collettiva di questa portata. Il rilievo vero, semmai, è un altro: se persino l’equipaggiamento dovesse rivelarsi non pienamente coerente con il tipo di immersione affrontata, il quadro complessivo apparirebbe ancora più sbilanciato verso una sottovalutazione del contesto operativo.
L’inchiesta e le domande che restano aperte
Sul fronte giudiziario, la Procura di Roma ha aperto un fascicolo per omicidio colposo, un passaggio quasi inevitabile quando all’estero muoiono cittadini italiani in circostanze ancora da chiarire. L’inchiesta servirà a ricostruire catena decisionale, autorizzazioni, dotazioni, profilo dell’immersione e comunicazioni intercorse prima della discesa. Una volta rientrate le salme in Italia, potranno essere disposti ulteriori accertamenti medico-legali e ascoltati i testimoni presenti a bordo della safari boat Duke of York.
Nel frattempo, alle Maldive è stata sospesa a tempo indeterminato la licenza operativa dell’imbarcazione coinvolta, in attesa degli approfondimenti del Ministero del Turismo locale. Anche questo è un segnale preciso: le autorità maldiviane non stanno leggendo l’accaduto come una fatalità inevitabile, ma come un incidente sul quale verificare eventuali violazioni delle regole. Tra i punti al vaglio c’è proprio la discesa oltre il limite legale dei 30 metri.
Resta infine una domanda più difficile, e forse più scomoda: come ha fatto un gruppo composto da persone descritte da chi le conosceva come preparate, esperte, abituate al mare, a finire intrappolato nello stesso punto, in una zona così estrema da richiedere giorni di lavoro e specialisti internazionali solo per il recupero dei corpi? Le ipotesi tecniche possibili sono diverse — corrente, perdita di orientamento, visibilità, gestione del gas, concatenazione di più problemi — ma al momento sarebbe scorretto trasformarle in certezze. Quello che si può dire, con ragionevole sicurezza, è che la tragedia non si è consumata in un’immersione ordinaria: tutto, dalla profondità al tipo di ambiente, dal profilo autorizzativo alle modalità del recupero, racconta una spedizione uscita dal perimetro della normale prudenza subacquea.
Ed è forse questo, oggi, il dato più duro da accettare. In fondo al mare non sono rimaste soltanto cinque vite spezzate. Sono rimaste anche le domande su chi sapesse davvero cosa si stava per fare, su chi dovesse fermare quella discesa, su chi abbia considerato affrontabile un ambiente che i soccorritori hanno definito, nei fatti, estremo. Il recupero dei corpi chiude la fase più straziante. La ricostruzione delle responsabilità, invece, comincia adesso.