GAZA
Tajani alza il livello dello scontro sulla Flotilla: «Linea rossa superata». Il caso che scuote i rapporti tra Roma e Israele
Dalle immagini dei fermati inginocchiati alle proteste della Farnesina, la vicenda della Global Sumud Flotilla non è più solo un episodio in mare: è diventata un test politico, diplomatico e morale per l’Italia e per l’Europa.
C’è un dettaglio che pesa più di ogni formula diplomatica: uomini e donne in giubbotto di salvataggio, con le mani alzate, ripresi in diretta mentre soldati armati salgono a bordo. Non una scena da zona grigia del diritto internazionale raccontata anni dopo, ma un frammento quasi in tempo reale di una crisi che, nel giro di poche ore, ha spinto il governo italiano a convocare l’ambasciatore israeliano e il ministro degli Esteri Antonio Tajani a usare parole che, nel linguaggio prudente della diplomazia, suonano come una rottura netta: “inaccettabile”, “esecrabile”, “si è superata la linea rossa”.
La vicenda della Global Sumud Flotilla, la flottiglia di attivisti partita dalla Turchia per tentare di raggiungere Gaza, ha smesso quasi subito di essere soltanto il racconto di un abbordaggio in mare. È diventata un caso politico internazionale perché tocca tre nervi scoperti insieme: la condizione umanitaria nella Striscia, il tema dell’uso della forza contro civili non armati e la crescente difficoltà dei partner europei di sostenere senza riserve la condotta del governo israeliano. Tajani, nel video rilanciato da HuffPost Italia, insiste proprio su questo punto: a bordo, dice, “non sono terroristi”, “non erano armati”, “non avevano intenzioni violente”; e soprattutto l’intervento, secondo la ricostruzione italiana e quella di più fonti internazionali, è avvenuto in acque internazionali, vicino a Cipro, non davanti a Gaza né nelle acque territoriali israeliane.
Il nodo politico: quando la protesta umanitaria diventa incidente diplomatico
La forza delle parole usate da Tajani sta nel contesto. La Farnesina seguiva già da giorni l’evolversi della missione, consapevole della presenza di cittadini italiani a bordo e del rischio concreto di un’intercettazione. Il 18 maggio 2026 il ministero aveva reso noto che il ministro aveva attivato l’Unità di crisi e le ambasciate italiane a Tel Aviv, Ankara e Nicosia, chiedendo alle autorità israeliane garanzie sulla sicurezza degli attivisti italiani. Il giorno successivo, in una nuova nota, il ministero ha parlato della verifica su un possibile uso di proiettili di gomma contro le imbarcazioni e ha riferito che, in quel momento, risultavano trattenuti 27 cittadini italiani.
Questo elemento è decisivo per capire la reazione italiana. Non si tratta soltanto di una presa di posizione politica sulla guerra a Gaza, tema sul quale il governo di Giorgia Meloni ha mantenuto negli ultimi mesi una linea più sfumata e articolata rispetto ad altri esecutivi europei. Qui entra in gioco anche la tutela consolare dei connazionali e, con essa, la responsabilità diretta dello Stato italiano. Le cifre sui cittadini italiani coinvolti sono variate nelle diverse ore della crisi — ANSA il 18 maggio riferiva di una richiesta di rilascio immediato per 9 italiani, mentre la nota della Farnesina del 19 maggio parlava di 27 trattenuti — segnale di un quadro in rapido aggiornamento e non ancora del tutto assestato.
Una flottiglia simbolica, ma tutt’altro che marginale
Secondo Associated Press, più di 50 imbarcazioni erano partite dal porto di Marmaris, in Turchia, nell’ultimo tratto di una missione che gli organizzatori della Global Sumud Flotilla presentavano come un’iniziativa per sfidare il blocco navale su Gaza e richiamare l’attenzione sulle condizioni umanitarie della popolazione palestinese. Sempre secondo AP, almeno 31 barche risultavano intercettate già entro la sera del 18 maggio, mentre il giorno successivo le forze israeliane hanno completato l’operazione fermando tutte le restanti unità.
La missione aveva un valore fortemente simbolico, ma ridurla a gesto propagandistico sarebbe un errore analitico. Le flottiglie per Gaza nascono storicamente proprio per questo: non tanto come corridoi umanitari in grado, da sole, di cambiare l’equilibrio materiale della Striscia, quanto come strumenti di pressione politica e mediatica contro il regime di restrizioni che grava sul territorio palestinese. Nel caso del 2026, il punto di caduta non è stato solo il fermo delle barche: è stato il trattamento riservato agli attivisti e la scelta di alcuni esponenti israeliani di trasformare l’operazione in una dimostrazione pubblica di forza.
Le immagini, i video, la frattura dentro Israele
La crisi si è aggravata ulteriormente quando il ministro della Sicurezza nazionale israeliano Itamar Ben-Gvir ha diffuso video che mostravano alcuni fermati inginocchiati, con le mani legate dietro la schiena. Quelle immagini hanno provocato proteste internazionali e una presa di distanza perfino da parte del primo ministro Benjamin Netanyahu, che secondo AP ha criticato il comportamento di Ben-Gvir, pur difendendo il diritto di Israele a impedire la violazione del blocco. È un passaggio importante: segnala che il caso della Flotilla non ha aperto solo un contenzioso con l’esterno, ma anche una crepa nel modo in cui il potere israeliano sceglie di rappresentare sé stesso durante la guerra.
Ed è qui che la posizione italiana assume un rilievo ulteriore. Tajani, infatti, non si limita a contestare l’intercettazione; mette in discussione la legittimità politica e morale dell’intera gestione del caso. Quando dice che “uno può essere più o meno d’accordo sull’iniziativa”, ma ciò non autorizza quanto è accaduto, introduce un principio essenziale: la dissociazione tra giudizio politico sull’azione degli attivisti e giudizio sulla risposta armata dello Stato. In altre parole, anche ammettendo che l’iniziativa fosse sgradita o provocatoria, questo non basta a giustificare un trattamento percepito come sproporzionato verso civili disarmati.
La versione israeliana e il punto che resta aperto
Israele respinge le accuse più gravi. Il ministero degli Esteri israeliano ha sostenuto che non è stata usata munizione reale e che sono stati impiegati soltanto “mezzi non letali” a scopo di avvertimento, senza colpire i manifestanti né provocare feriti. Fonti israeliane hanno inoltre descritto la flottiglia come una provocazione e hanno contestato che trasportasse aiuti umanitari significativi. Questa versione, tuttavia, non chiude il caso: al contrario, ne conferma il carattere politico. Per l’Italia, infatti, il punto non è solo se siano stati sparati colpi letali, ma se l’uso della forza contro imbarcazioni civili, in acque internazionali e con connazionali a bordo, sia stato compatibile con il diritto e con standard minimi di tutela della dignità personale.
La stessa Farnesina, chiedendo una verifica urgente sul possibile impiego di proiettili di gomma, ha mostrato di non considerare sufficiente la narrativa israeliana. E la convocazione dell’ambasciatore, insieme alla minaccia di “misure adeguate”, è il segnale che il governo italiano considera la risposta ricevuta fin qui insoddisfacente. Quali possano essere queste misure, al momento, non è chiaro: potrebbero restare nel perimetro della pressione diplomatica, oppure tradursi in iniziative coordinate con partner europei. Su questo Tajani, almeno per ora, ha lasciato volutamente aperto il ventaglio delle opzioni.