IL CASO
Fiumicino, il ritorno dei due italiani della Flotilla: fascette rosse al polso, numeri al posto dei nomi e il racconto di ore di paura
Dall’aeroporto di Roma alle accuse di maltrattamenti durante il fermo israeliano: che cosa è accaduto davvero a Alessandro Mantovani e Dario Carotenuto
A colpire, prima ancora delle parole, è stato un dettaglio: una fascetta rossa numerata al polso. Non un simbolo improvvisato, non un oggetto qualsiasi riportato da un viaggio finito male, ma il segno visibile di una detenzione raccontata dai protagonisti come una spoliazione progressiva dell’identità. Quando Alessandro Mantovani, giornalista de il Fatto Quotidiano, e Dario Carotenuto, deputato del Movimento 5 Stelle, sono atterrati a Fiumicino nella notte tra il 20 e il 21 maggio 2026, hanno mostrato proprio quella fascetta: Mantovani con il numero 164, Carotenuto con il numero 147. È da lì che comincia, per l’opinione pubblica italiana, la seconda vita della vicenda della Global Sumud Flotilla.
Il dettaglio della fascetta non è marginale. Nelle loro ricostruzioni, quel numero è diventato il modo con cui sarebbero stati chiamati dai militari israeliani durante le operazioni di fermo. Carotenuto ha raccontato di essere stato fatto avanzare “per numero”, con i fucili puntati addosso, le mani alzate e l’ordine di girarsi. Mantovani, da parte sua, ha descritto una sequenza ancora più dura: il trasferimento in condizioni coercitive, l’essere stato incatenato, ammanettato e spogliato, con gli occhiali buttati via e il costume da bagno lasciato come unico indumento. Sono dichiarazioni pesanti, che al momento appartengono al racconto diretto dei due italiani e che si inseriscono dentro un quadro già segnato da contestazioni internazionali sul trattamento riservato ai partecipanti alla flottiglia.
Il rientro a Roma e il racconto di un fermo vissuto come umiliazione
All’aeroporto romano, il rientro dei due italiani non ha avuto il tono di una liberazione ordinaria. Le loro parole hanno immediatamente spostato il baricentro della notizia: non soltanto il fatto che fossero tornati, ma come sostengono di essere stati trattati dopo l’intercettazione israeliana delle imbarcazioni dirette verso Gaza. Carotenuto ha parlato di momenti che definisce tra i più lunghi della sua vita: i soldati che li chiamano non per nome ma per codice numerico, i mitra puntati, l’ordine di avanzare con le mani alzate, poi la separazione dai compagni di viaggio. Mantovani ha aggiunto un tassello ulteriore, evocando percosse, calci e un uso della forza che — nel suo racconto — avrebbe colpito ancora più duramente altri attivisti presenti su una seconda nave-container.
Sono testimonianze che vanno trattate con la precisione necessaria in ogni ricostruzione giornalistica: descrivono fatti denunciati dai due protagonisti, non ancora accertati da un’inchiesta indipendente resa pubblica. Ma non nascono nel vuoto. Nei giorni precedenti, il Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale aveva già reso noto di aver chiesto verifiche urgenti sull’eventuale uso della forza da parte delle autorità israeliane, compreso il possibile impiego di proiettili di gomma contro alcune imbarcazioni della flottiglia. La Farnesina aveva inoltre chiesto garanzie di trattamento dignitoso, protezione e incolumità per i cittadini italiani coinvolti.
Che cos’è la Global Sumud Flotilla e perché è stata fermata
La vicenda di Mantovani e Carotenuto si inserisce nell’ultima missione della Global Sumud Flotilla, iniziativa internazionale nata con l’obiettivo dichiarato di sfidare il blocco navale su Gaza, consegnare aiuti e riportare l’attenzione mondiale sulla crisi umanitaria nella Striscia. Secondo fonti concordanti, l’ultimo convoglio era composto da oltre 50 imbarcazioni partite dalla costa turca di Marmaris; l’intercettazione è avvenuta il 18 maggio in acque internazionali al largo di Cipro. Associated Press riferisce che almeno 31 barche risultavano intercettate entro la serata di quel giorno, mentre nei giorni successivi il numero complessivo dei fermati è salito a circa 430 attivisti provenienti da numerosi Paesi.
Dal punto di vista israeliano, l’operazione è stata presentata come un’azione legittima per impedire la violazione del blocco verso Gaza. Il premier Benjamin Netanyahu ha rivendicato il diritto di Israele a fermare quella che ha definito una flottiglia provocatoria. Allo stesso tempo, però, lo stesso Netanyahu ha preso le distanze dalle modalità esibite dal ministro della Sicurezza nazionale Itamar Ben-Gvir, giudicandole non conformi ai “valori e alle norme” di Israele. È un passaggio politicamente rilevante: la contestazione internazionale, infatti, non si è limitata all’intercettazione in sé, ma ha riguardato soprattutto il trattamento dei fermati dopo l’arrivo in porto.
Il caso Ben-Gvir e i video che hanno aggravato la crisi diplomatica
La tensione è salita ulteriormente quando Ben-Gvir ha diffuso video in cui compare tra i detenuti della flottiglia. Le immagini, rilanciate da media internazionali, mostrano attivisti ammanettati o con le mani legate, inginocchiati a terra o costretti in posizioni umilianti su quello che appare come un ponte di nave o un’area di detenzione temporanea. Quelle sequenze hanno provocato una reazione internazionale ampia: secondo AP, diversi Paesi europei — tra cui Italia, Francia, Grecia, oltre a Regno Unito e Turchia — hanno espresso condanna o forte irritazione per il comportamento del ministro israeliano e per il trattamento riservato agli attivisti.
È qui che il racconto dei due italiani assume un significato che supera la dimensione personale. Le loro parole arrivano mentre la diplomazia europea sta già contestando il linguaggio e i metodi messi in mostra da un esponente centrale del governo israeliano. In altre parole, Mantovani e Carotenuto non riempiono un vuoto: si collocano dentro una sequenza di fatti che ha già generato una crisi politica. Questo non prova automaticamente ogni singola accusa di maltrattamento, ma rende il loro racconto coerente con un clima denunciato da più osservatori e con immagini che hanno già fatto il giro del mondo.
Gli italiani coinvolti e la pressione della Farnesina
Nei giorni del fermo, il numero degli italiani presenti nella missione è stato oggetto di aggiornamenti progressivi. Il 18 maggio, Antonio Tajani ha parlato inizialmente di 9 italiani fermati; il 19 maggio, la Farnesina ha comunicato che i connazionali trattenuti risultavano 27, mentre i funzionari dell’ambasciata a Tel Aviv erano in contatto con le autorità israeliane e con il porto di Ashdod per l’assistenza consolare. Lo stesso ministero ha annunciato verifiche urgenti sulle notizie relative all’uso della forza e ha insistito sulla necessità di garantire integrità fisica e trattamento dignitoso a tutti i cittadini italiani coinvolti.
Il ritorno anticipato di Carotenuto e Mantovani è stato annunciato dallo stesso Tajani, che li ha indicati come i primi due italiani in arrivo a Roma. Il dato è rilevante non soltanto sul piano consolare, ma anche su quello politico interno: tra i fermati c’era infatti un parlamentare della Repubblica e un giornalista italiano, due figure che, una volta rientrate, hanno trasformato l’episodio in una questione inevitabilmente pubblica e nazionale.
Le accuse di abusi: cosa è documentato e cosa resta da accertare
Sul piano dei fatti verificati, è confermato che l’intercettazione della flottiglia è avvenuta, che centinaia di persone sono state fermate e trasferite in Israele e che la procedura di deportazione è poi cominciata rapidamente. È inoltre documentato che le immagini diffuse da Ben-Gvir hanno mostrato detenuti con mani legate e in ginocchio, tanto da suscitare critiche perfino all’interno dell’esecutivo israeliano.
Più delicato è il capitolo relativo alle violenze fisiche denunciate dai singoli partecipanti. Qui la prudenza è obbligatoria. Le accuse di Mantovani — botte, calci, spoliazione, occhiali gettati via — e quelle di Carotenuto sul fermo con armi puntate sono testimonianze dirette e, come tali, giornalisticamente rilevanti. A esse si aggiungono denunce precedenti di attivisti della stessa flottiglia, in particolare nel precedente episodio di fine aprile, quando il centro legale israeliano Adalah aveva riferito testimonianze su abusi, minacce, isolamento e trattamenti coercitivi nei confronti di altri due attivisti trattenuti più a lungo, Thiago Ávila e Saif Abukeshek. Amnesty International, commentando l’intercettazione di aprile, aveva parlato di timori per detenzioni arbitrarie e ricordato precedenti documentazioni su maltrattamenti ai danni di attivisti di missioni analoghe. Questi elementi non certificano in automatico ciò che sarebbe accaduto ai due italiani, ma mostrano che le loro denunce si inseriscono in un contesto già oggetto di contestazione da parte di organizzazioni per i diritti umani.