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Nel Mondo

La guerra dell'Ucraina contro la Russia diventa sistemica: colpisce l’energia, attraversa i cieli e sfiora i Paesi dell’Alleanza Atlantica

Zelensky pubblica su X il video del raid con droni. Kiev rafforza la sicurezza del confine con la Bielorussia per timori di attacchi

21 Maggio 2026, 17:33

17:41

Ucraina-Russia, la guerra si allarga nei cieli: 196 droni intercettati, civili uccisi nel Donetsk, tensione alta anche sul Baltico e sul Mar Nero

Dalle raffinerie russe colpite in profondità all’allarme in Lettonia, fino all’incidente tra caccia russi e un aereo della RAF: in una sola giornata il conflitto mostra quanto il fronte, ormai, superi da tempo la sola linea delle trincee

C’è una trasformazione profonda nel conflitto che va avanti da anni tra Russia e Ucraina, una guerra che non si misura più soltanto nei villaggi del Donbas o nelle offensive di fanteria, ma in una geografia molto più vasta, fatta di raffinerie, corridoi aerei, difese anti-drone, frontiere della NATO e infrastrutture energetiche diventate bersagli strategici.

E un dato, più di altri, fotografa la giornata di guerra odierna: 196 droni ucraini che, secondo il ministero della Difesa russo, sarebbero stati intercettati tra le 7.00 e le 15.00 di Mosca in dodici oblast, compresa la regione della capitale, e perfino sopra il Mar Caspio

Nello stesso arco di ore in cui Mosca rivendicava l’abbattimento di quasi duecento velivoli senza pilota, a Druzhkivka, nell’oblast di Donetsk, il costo umano della guerra tornava a imporsi con brutalità: quattro persone risultano uccise, secondo il parquet regionale citato da Le Monde. Tre civili sarebbero morti sotto bombe plananti russe; un quarto uomo, invece, sarebbe stato colpito mentre era alla guida di un’auto presa di mira da un drone FPV. Almeno cinque i feriti segnalati. È il doppio registro di questa guerra al quarto anno pieno dall’invasione su larga scala: da una parte la profondità strategica, dall’altra la vulnerabilità estrema di chi resta a vivere nelle città del fronte.

Il nuovo bersaglio di Kiev: il petrolio che finanzia la guerra

L’altro fronte decisivo è quello dell’energia. Nelle ultime settimane gli attacchi ucraini a lungo raggio hanno colpito con insistenza il cuore della filiera petrolifera russa, e il risultato comincia a essere visibile. Reuters, ripresa da più testate, riferisce che la quasi totalità delle grandi raffinerie del centro della Russia è stata costretta a fermarsi oppure a ridurre la produzione dopo una sequenza ravvicinata di raid con droni. La capacità combinata degli impianti interessati supera gli 83 milioni di tonnellate l’anno, cioè oltre il 30% della produzione di benzina e circa il 25% di quella di diesel nelle aree coinvolte.

È qui che la strategia di Kiev appare più leggibile. Da mesi l’Ucraina tenta di spostare il costo della guerra all’interno del sistema economico russo, colpendo depositi, oleodotti, terminali e soprattutto raffinerie. Non sempre è possibile verificare in modo indipendente l’entità dei danni o i tempi effettivi di ripristino, ma il quadro d’insieme è chiaro: la campagna ucraina non punta soltanto al valore simbolico di colpire in profondità oltre frontiera; mira a erodere entrate fiscali, logistica militare e capacità di raffinazione, cioè uno dei pilastri che alimentano lo sforzo bellico di Mosca. È una forma di pressione indiretta, meno visibile di un’avanzata terrestre, ma potenzialmente molto più corrosiva nel medio periodo.

Giovedì, in questo quadro, uno degli obiettivi più citati è stata la raffineria di Syzran, nella regione di Samara, a oltre 800 chilometri dal confine ucraino. Volodymyr Zelensky ha rivendicato l’attacco, diffondendo un video dell’incendio; il governatore regionale Vyacheslav Fedorishchev ha parlato di due morti causati da droni ucraini nella città, senza confermare direttamente il danno all’impianto. Diverse fonti, fra cui AP e una ripresa di Reuters, collegano comunque il raid alla struttura controllata da Rosneft. Anche qui, la prudenza resta obbligatoria su dettagli e impatto operativo immediato, ma il valore del bersaglio è indiscutibile.

I cieli della NATO non sono più una periferia sicura

Se fino a poco tempo fa si poteva ancora pensare che il conflitto restasse confinato, sia pure tragicamente, entro un teatro relativamente definito, le ultime settimane hanno smentito questa idea. Le Monde segnala una nuova incursione di almeno un drone sopra la Lettonia, con l’attivazione di caccia della NATO e l’invito della difesa lettone ai residenti dell’est del Paese, al confine con Russia e Bielorussia, a mettersi al riparo fino a nuovo ordine. La notizia arriva dopo una serie di episodi analoghi che hanno coinvolto anche Finlandia, Lituania ed Estonia.

Le autorità di Riga avevano già protestato ufficialmente il 7 maggio 2026 dopo l’ingresso di più velivoli senza pilota in Latgale, attribuendo la responsabilità dell’incidente alla guerra condotta dalla Russia e alle sue attività di guerra elettronica, capaci di alterare le traiettorie dei droni diretti verso obiettivi russi. Il ministero degli Esteri lettone e il ministero della Difesa hanno più volte respinto come false le accuse russe secondo cui i Baltici consentirebbero a Kiev di usare il loro spazio aereo per lanciare attacchi. La formulazione delle autorità lettoni è politicamente importante: i droni possono essere di origine ucraina, ma ciò non equivale a un coinvolgimento operativo della Lettonia.

Il problema, ormai, è meno episodico di quanto apparisse a marzo. AP osserva che diversi droni ucraini hanno già sconfinato o sono precipitati nello spazio di Paesi membri dell’Alleanza Atlantica; in Estonia un caccia della NATO ne ha abbattuto uno appena due giorni fa. Nella giornata del 21 maggio, per la prima volta, anche a Vilnius, capitale di un Paese NATO e UE, i cittadini sono stati visti cercare riparo in parcheggi sotterranei a causa di attività aeree non identificate. Nessuno, finora, parla di un’escalation deliberata verso l’Alleanza, ma il margine d’errore si restringe e il rischio politico aumenta: quando la guerra dei droni si avvicina alle frontiere dell’Articolo 5, ogni deviazione tecnica assume un peso strategico.

Il Mar Nero torna a essere un punto di frizione diretto tra Mosca e Londra

Come se non bastasse, la giornata si è chiusa con un altro segnale di allarme, questa volta sul Mar Nero. Il ministero della Difesa britannico ha denunciato l’intercettazione “ripetuta e pericolosa” di un aereo da ricognizione RC-135W Rivet Joint della Royal Air Force, non armato e impegnato – secondo Londra – in una missione di routine in spazio aereo internazionale. L’episodio, avvenuto il mese scorso ma reso pubblico il 20 maggio 2026, avrebbe coinvolto un Su-35 e un Su-27 russi. Uno dei due caccia, secondo la versione britannica, si sarebbe avvicinato al punto da attivare i sistemi d’emergenza del velivolo della RAF, compreso il disinserimento del pilota automatico; l’altro avrebbe effettuato sei passaggi a una distanza di appena sei metri dal muso dell’aereo inglese.

Il ministro della Difesa britannico John Healey ha definito l’azione “pericolosa e inaccettabile”, sottolineando che si tratta dell’incidente più grave che abbia coinvolto un Rivet Joint britannico dal 2022, quando un caccia russo lanciò un missile nei pressi di un altro velivolo della RAF nella stessa area. Londra ha convocato la rappresentanza russa per chiedere spiegazioni. Il punto politico, tuttavia, va oltre la singola manovra: il Mar Nero torna a configurarsi come uno spazio di frizione diretta fra Russia e potenze della NATO, dove il confine tra intimidazione, errore e incidente militare resta sottilissimo.

Mosca conta gli abbattimenti, Kiev misura i danni

Nel racconto di Mosca, la giornata confermerebbe l’efficacia della difesa aerea russa: i 196 droni neutralizzati in poche ore vengono presentati come prova della capacità di contenere la pressione ucraina e di proteggere il territorio nazionale. Ma in questi bilanci ufficiali c’è un limite strutturale: il ministero della Difesa russo comunica il numero degli intercettamenti, non quello degli impatti andati a segno né il danno economico prodotto. È un elemento da tenere presente, perché il senso operativo di una campagna di droni non si misura solo dal volume dei velivoli lanciati o abbattuti, ma da quanti riescono a saturare la difesa e colpire i nodi sensibili.

Dal lato ucraino, invece, il messaggio è quasi opposto: conta meno il totale dei droni perduti, molto di più il fatto di costringere la Russia a disperdere risorse, spostare batterie antiaeree, difendere aree industriali lontane dal fronte e affrontare interruzioni nella raffinazione. Non è un caso che Zelensky e altri dirigenti ucraini insistano sulla formula delle “sanzioni a lungo raggio”: cioè attacchi che, in mancanza di strumenti economici diretti, producono effetti comparabili a una pressione finanziaria e industriale. È una guerra d’attrito tecnologica, in cui il rapporto tra costo del drone e costo della difesa avversaria diventa esso stesso una variabile strategica.

Il volto vero della guerra resta quello dei civili

Eppure, mentre i governi fanno conti su tonnellate di greggio, percentuali di output o incursioni nello spazio aereo, il dato decisivo resta la continuità della violenza contro i civili. Druzhkivka lo ricorda con crudezza. Le vittime hanno tra 33 e 62 anni, riferisce il parquet regionale. Nelle città del Donetsk vicine alla linea del fronte, la distinzione fra retrovia e prima linea è ormai quasi teorica: bombe plananti, artiglieria, droni FPV e missili riducono i tempi di allarme e rendono ogni movimento – anche guidare un’auto – un gesto esposto. La tecnologia amplia il raggio della guerra, ma non ne attenua la brutalità elementare.

Il paradosso è tutto qui. Più il conflitto diventa sofisticato – sensori elettronici, ricognizione, guerra radioelettronica, sciami di droni, attacchi a infrastrutture energetiche – più resta primitivo nell’effetto finale: corpi, case, paura, evacuazioni. E più si allarga lo spazio interessato, dal Donbas alle raffinerie del Volga, dalle coste del Mar Nero ai cieli del Baltico, più cresce la difficoltà per l’Europa di considerare questa guerra come un evento “esterno”. La frontiera geografica esiste ancora; quella strategica, molto meno.

Quella di oggi non è stata dunque soltanto un’altra giornata di combattimenti. È stata la dimostrazione che la guerra in Ucraina sta assumendo una forma sempre più reticolare: colpisce l’energia, attraversa i cieli, sfiora i Paesi dell’Alleanza Atlantica, mette alla prova le regole della deterrenza e continua intanto a uccidere sul terreno. Se c’è una lezione, è che il conflitto non si sta allargando solo in senso geografico. Si sta allargando nella sua natura: da guerra d’invasione a guerra sistemica, in cui economia, difesa aerea, sicurezza europea e rischio di incidente internazionale sono ormai parte dello stesso campo di battaglia.