Stati uniti
Tulsi Gabbard lascia la guida dell'Intelligence Usa: il dramma familiare dietro il passo indietro
La zarina degli 007 lascia l'incarico per assistere il marito malato di cancro. Un addio privato che chiude il mandato più discusso dell'era Trump
A Washington, dove il potere è solito capitolare davanti a scandali o rovesci elettorali, questa volta è la malattia a dettare l’agenda.
Tulsi Gabbard ha annunciato le dimissioni dalla carica di direttrice della National Intelligence, incarico strategico che sovrintende e coordina le 18 agenzie dell’intelligence statunitense.
La scelta non nasce da un rimpasto né da una mozione di sfiducia, ma da un dramma privato: al marito, Abraham Williams, sposato nel 2015, è stata diagnosticata una rarissima forma di tumore alle ossa.
La direttrice uscente ha deciso di farsi da parte per stargli accanto, rendendo effettivo l’addio dal 30 giugno 2026.
La notizia sposta il baricentro del racconto pubblico fuori dalla contesa partitica, suscitando un rispetto trasversale per la decisione di anteporre la famiglia al potere. Ciò non attenua, tuttavia, il peso istituzionale di un congedo che apre un vuoto significativo nell’architettura della sicurezza nazionale.
Il vertice ricoperto da Gabbard costituiva una cerniera essenziale tra Casa Bianca, forze armate, Congresso e l’intero apparato informativo.
Il mandato di Tulsi Gabbard, iniziato il 12 febbraio 2025 dopo una conferma al Senato risicatissima (52 voti contro 48), è stato tra i più brevi e discussi della memoria recente. Scelta personalmente da Donald Trump per scardinare e porre fine alla “politicizzazione” e “strumentalizzazione” (“weaponization”) dei servizi segreti, l’ex deputata democratica e veterana ha impresso un’impronta radicale.
Sotto la sua guida, l’ODNI (Office of the Director of National Intelligence) ha visto riduzioni del personale superiori al 40%, con un risparmio annuo dichiarato di oltre 700 milioni di dollari.
Se per Gabbard si è trattato di una necessaria razionalizzazione di un apparato inefficiente, per i detrattori tali scelte hanno esposto la macchina della sicurezza americana al rischio di paralisi di fronte a sfide globali urgenti, dalla competizione con la Cina alla minaccia del terrorismo.
Le controversie non si sono fermate ai conti. L’istituzione, seguita da una chiusura anticipata, del Director’s Initiative Group – una task force incaricata di indagare sulla politicizzazione dell’intelligence – ha alimentato accuse di parzialità. Hanno sollevato forti critiche anche le decisioni di declassificare documenti relativi alle elezioni del 2016 e la gestione dei rapporti con il Congresso, resa ancora più tesa da recenti denunce interne circa le modalità di diffusione dei materiali classificati.
Il ritiro di Gabbard si inserisce in un contesto di più ampia instabilità, preannunciato dalle uscite di figure a lei vicine nell’orbita dell’intelligence, come Amaryllis Fox Kennedy e Joe Kent. Un concatenarsi di eventi che priva ora Donald Trump di una fedelissima incaricata di riformare i servizi dall’interno.
Con il Principal Deputy Director, Aaron Lukas, attualmente numero due nell’organigramma, la Casa Bianca dovrà sciogliere in tempi stretti il nodo della successione. L’addio di Tulsi Gabbard nasce dal cuore, ma le fratture istituzionali e le contese politiche che lascia in eredità renderanno la transizione tutt’altro che agevole.