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l'annuncio

Usa-Iran, c'è una bozza di accordo: tra tregua, petrolio e il nodo atomico ancora irrisolto

Tra aperture diplomatiche, interessi energetici e linee rosse sul nucleare, i negoziati entrano nella fase più delicata

24 Maggio 2026, 12:39

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 Gli Stati Uniti e l'Iran potrebbero raggiungere già oggi un accordo per porre fine alla guerra in Medio Oriente. Lo ha confermato il segretario di Stato americano Marco Rubio, mentre Teheran ha insistito sul fatto che l'intesa non limitera' il proprio programma nucleare.

 In seguito alla firma di un accordo preliminare, che dovrebbe chiamarsi "Dichiarazione di Islamabad", delegazioni di Washington e Teheran potrebbero sostenere un nuovo round di colloqui più approfondite il prossimo 5 giugno: è quanto afferma la piattaforma media saudita Al Arabiya sul proprio sito in arabo, citando "fonti di alto livello". Il memorandum di intesa preliminare, secondo le stesse fonti, sarà annunciato dal Pakistan, che sta svolgendo funzioni di mediazione, "senza necessità della presenza delle parti coinvolte"

Da New Delhi, il segretario di Stato americano Rubio ha lasciato intendere che il mondo potrebbe ricevere “buone notizie” a breve sul dossier iraniano, mentre da più parti emerge il profilo di una bozza d’intesa tra Stati Uniti e Iran che proverebbe a congelare l’escalation militare, riaprire Hormuz, alleggerire la pressione sulle esportazioni petrolifere iraniane e rinviare il capitolo più esplosivo — il nucleare — a un negoziato separato e più complesso.

Il punto politico, però, è proprio questo: l’accordo che sembra avvicinarsi non sarebbe ancora il “grande accordo” sul programma atomico iraniano. Sarebbe piuttosto un’intesa-ponte, un memorandum o “framework agreement”, utile a fermare il deterioramento immediato della crisi e a comprare tempo. Secondo ricostruzioni convergenti, la bozza prevederebbe una proroga del cessate il fuoco di 60 giorni, la riapertura graduale dello Stretto di Hormuz, la possibilità per l’Iran di tornare a vendere liberamente petrolio e l’avvio, in parallelo, di negoziati più dettagliati per limitare il programma nucleare di Teheran.

Una bozza vicina, ma non chiusa

Nelle ultime 24-48 ore, il messaggio proveniente da Washington è apparso più ottimista del solito. Il presidente Donald Trump ha parlato di un’intesa “largamente negoziata”, soprattutto per quanto riguarda la riapertura di Hormuz e la gestione dell’immediato dopoguerra regionale. Ma diverse fonti, incluse quelle citate da media internazionali e rilanciate anche dalla stampa italiana, segnalano che il testo resta incompleto nel suo capitolo più sensibile: quello che riguarda l’uranio arricchito, il livello di arricchimento consentito, l’eventuale sospensione del programma e il destino delle scorte già accumulate dall’Iran.

È una distinzione decisiva. Per la Casa Bianca, l’elemento urgente è disinnescare il rischio di una nuova impennata militare e riaprire un corridoio energetico vitale per l’economia globale. Per Teheran, al contrario, l’interesse immediato è alleggerire la pressione economica e ottenere un riconoscimento implicito: prima si stabilizza il teatro regionale, poi si entra nel merito delle questioni strategiche di lungo periodo. Non a caso, media vicini alla posizione iraniana descrivono la bozza come una cornice ancora in lavorazione, non come un’intesa finale.

Dentro questa ambiguità si gioca la partita vera. Perché un’intesa può anche essere firmata in tempi rapidi, ma se lascia aperto il dossier nucleare senza un meccanismo credibile di verifica, il rischio è quello di una tregua fragile, utile ai mercati ma insufficiente alla sicurezza regionale.

Che cosa contiene davvero il testo sul tavolo

Le indiscrezioni più attendibili convergono su alcuni elementi chiave. Il primo è una forma di non aggressione reciproca o, quantomeno, di congelamento delle ostilità nel quadro attuale. Il secondo è la riattivazione della libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz, con la fine del blocco che ha ridotto il traffico marittimo e destabilizzato i flussi energetici. Il terzo è la revoca, totale o graduale, delle sanzioni statunitensi che colpiscono le esportazioni petrolifere iraniane. Il quarto è l’apertura di una finestra negoziale supplementare — tra 30 e 60 giorni, a seconda delle versioni circolate — dedicata al programma nucleare.

Nella versione ricostruita da fonti americane, l’Iran si impegnerebbe a non perseguire l’arma nucleare e a negoziare sulla sospensione dell’arricchimento dell’uranio e sulla rimozione delle scorte di uranio altamente arricchito. Ma proprio qui si vede la distanza tra l’enunciazione politica e la praticabilità tecnica: promettere di “non sviluppare” una bomba non equivale a definire chi controllerà i siti, quali stock dovranno essere trasferiti o neutralizzati, entro quali tempi e con quali garanzie.

In altre parole, la bozza affronta bene la parte visibile della crisi — navi, petrolio, tregua, sanzioni — e molto meno quella invisibile ma decisiva: ispezioni, arricchimento, materiale fissile, verifiche internazionali.

Il nucleare resta il punto che può far saltare tutto

Il nodo atomico non è un dettaglio rimandabile, ma la sostanza del problema. Marco Rubio lo ha ripetuto con chiarezza nei giorni scorsi: per Washington, l’Iran non può dotarsi di un’arma nucleare e il materiale altamente arricchito deve essere affrontato in modo diretto. Anche le ricostruzioni più favorevoli all’intesa ammettono che questo capitolo non è ancora definito.

A rendere il quadro ancora più delicato c’è il fattore materiale. Secondo il direttore generale dell’AIEA, Rafael Grossi, gran parte dell’uranio arricchito iraniano rimarrebbe verosimilmente nel sito di Isfahan, e gli ispettori internazionali hanno sottolineato la necessità di un accesso rinnovato e verificabile agli impianti. In precedenti valutazioni riportate dall’Associated Press, Grossi aveva inoltre avvertito che le scorte iraniane di uranio altamente arricchito, se ulteriormente trasformate e militarizzate, avrebbero potuto teoricamente consentire la produzione di numerosi ordigni. È un punto che spiega perché il linguaggio della diplomazia sia prudente: nessuno, in questa fase, può permettersi di vendere come “accordo storico” ciò che assomiglia ancora a una tregua negoziata sotto pressione.

Per gli osservatori internazionali il problema è doppio. Primo: capire se l’Iran sia disposto a discutere davvero della sospensione dell’arricchimento. Secondo: stabilire se gli Stati Uniti accetteranno una sequenza che privilegi prima la normalizzazione marittima ed economica e solo dopo la messa in sicurezza del dossier atomico. Finora, le fonti disponibili suggeriscono che proprio questa sia la formula provvisoria più vicina a un compromesso.

Perché Hormuz pesa molto più della sola regione

Nel racconto pubblico, Hormuz appare spesso come un simbolo. In realtà è un’infrastruttura geopolitica. Attraverso quel passaggio transitano non solo petrolio, ma anche gas naturale liquefatto, assicurazioni marittime, premi di rischio, scelte industriali e margini di manovra strategica per l’Asia, principale destinazione dei carichi che attraversano lo stretto. L’International Energy Agency stima che quasi il 90% dei volumi esportati via Hormuz nel 2025 fosse diretto ai mercati asiatici.

Questo significa che l’eventuale riapertura non avrebbe solo un valore militare o simbolico: sarebbe un segnale immediato ai mercati dell’energia, agli armatori e ai governi importatori. Anche per questo la bozza in discussione viene osservata ben oltre il Medio Oriente. Un cessate il fuoco parziale accompagnato dalla riapertura dello stretto e dal ritorno del petrolio iraniano sul mercato potrebbe alleggerire almeno una parte della pressione accumulata negli ultimi mesi. Ma il sollievo sarebbe reale solo se la tregua risultasse abbastanza credibile da ridurre il rischio di una ricaduta improvvisa.

L’interesse di Trump, la cautela di Teheran

Per Donald Trump, arrivare a una firma nelle prossime ore o nei prossimi giorni significherebbe presentarsi come il leader capace di piegare la crisi a un esito negoziale dopo settimane di altissima tensione. La sua comunicazione, non a caso, insiste sulla formula della trattativa “largamente negoziata” e sulla possibilità di una decisione rapida. Rubio, pur usando toni meno enfatici, ha confermato che vi è stato “qualche progresso” e che una soluzione diplomatica resta l’opzione preferita dall’amministrazione americana.

Per l’Iran, invece, il calcolo è più sfumato. Teheran ha bisogno di allentare la stretta economica, recuperare margine sulle esportazioni di greggio e ridurre il costo strategico dello scontro. Allo stesso tempo, però, non vuole apparire come la parte costretta ad accettare una resa sul nucleare senza contropartite sostanziali. Da qui la preferenza per un linguaggio che parli di “bozza”, “quadro”, “negoziato in corso” e non di capitolazione.

È la classica situazione in cui entrambe le parti possono raccontare il medesimo testo in modo opposto. Gli Stati Uniti come primo passo verso lo smantellamento del rischio atomico. L’Iran come sospensione della pressione militare ed economica prima di entrare nel merito delle concessioni più onerose.

Anche il Libano entra, almeno in parte, nella cornice dell’intesa

Uno degli aspetti meno discussi ma più interessanti delle anticipazioni riguarda il possibile riflesso dell’accordo sul fronte libanese. Secondo alcune ricostruzioni, la bozza chiarirebbe che anche la guerra tra Israele e Hezbollah in Libano dovrebbe considerarsi chiusa all’interno della più ampia de-escalation regionale. È un passaggio che va trattato con prudenza, perché il testo definitivo non è pubblico e resta da vedere quanto una clausola del genere sarebbe realmente operativa sul terreno. Tuttavia, il fatto stesso che il dossier libanese sia evocato indica una tendenza precisa: la crisi tra Washington e Teheran non viene più letta come un confronto bilaterale isolato, ma come una matrice che influenza diversi teatri contemporaneamente.

Se confermato, sarebbe un segnale importante: non solo perché allargherebbe la portata politica dell’accordo, ma perché mostrerebbe che la diplomazia americana sta cercando di tradurre una tregua locale in un congelamento più ampio delle linee di frizione regionali.

Cosa manca per parlare davvero di svolta

La prima risposta è semplice: manca il testo finale. La seconda è più importante: manca la prova che i nodi rinviati possano essere davvero sciolti. Le esperienze passate con il dossier iraniano insegnano che la parte più difficile di un accordo non è quasi mai la dichiarazione politica iniziale, ma l’architettura di attuazione: tempi, sequenze, verifiche, sanzioni reversibili, meccanismi ispettivi, depositi di uranio, accesso dell’AIEA e definizione delle conseguenze in caso di violazione.

Se la bozza verrà formalizzata, il suo successo dipenderà da una domanda molto concreta: l’Iran accetterà controlli sufficientemente robusti da rassicurare Washington e i partner regionali? Se la risposta sarà evasiva, la tregua rischierà di assomigliare a una pausa tattica. Se invece emergerà un percorso verificabile, allora il memorandum potrà trasformarsi da sospensione dell’emergenza a vera piattaforma negoziale.

Per ora, la fotografia più onesta è questa: l’accordo appare più vicino di quanto fosse solo pochi giorni fa, e le parole di Rubio non sembrano pronunciate a vuoto. Ma la diplomazia, soprattutto in Medio Oriente, ha un’abitudine feroce: avvicinare il traguardo proprio quando ne mostra anche il precipizio. Le “buone notizie” potrebbero arrivare davvero. La domanda che resta aperta è se dureranno più di un titolo, di un comunicato, di una tregua temporanea sul mare più sensibile del mondo.