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25 maggio 2026 - Aggiornato alle 23:33
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le amministrative

Venezia svolta a destra, Salerno si affida all'imperatore: la mappa delle Comunali 2026 oltre lo Stretto

L'astensione si conferma il primo partito d'Italia. Il centrosinistra perde la scommessa veneta ma tiene a Prato dopo lo scandalo. A Reggio Calabria trionfa Forza Italia dopo 12 anni

25 Maggio 2026, 22:04

22:10

Venezia svolta a destra, Salerno si affida all'imperatore: la mappa delle Comunali 2026 oltre lo Stretto

Simone Venturini, nuovo sindaco di Venezia

Più che una semplice consultazione amministrativa, le comunali del 24 e 25 maggio 2026 restituiscono al Paese un’istantanea politica frammentata e gravida di segnali per i leader nazionali. Su oltre 740 comuni chiamati al voto, con 18 capoluoghi e circa 6,2 milioni di aventi diritto, il vero protagonista è stato l’astensionismo: la partecipazione si è fermata attorno al 60 per cento, quasi cinque punti in meno rispetto a tornate comparabili. Una disaffezione che accentua la distanza tra politica ed elettori e indebolisce la pretesa dei partiti di leggere l’esito locale come investitura su scala nazionale.

Il colpo di scena più eclatante è maturato a Venezia, unico capoluogo di regione al voto e piazza dal valore simbolico elevatissimo. Simone Venturini, candidato del centrodestra e assessore uscente della giunta Brugnaro, ha smentito le attese della vigilia che attribuivano un vantaggio allo sfidante Andrea Martella. Quest’ultimo era sostenuto da un “campo largo” (Partito Democratico, Movimento 5 Stelle, Alleanza Verdi e Sinistra e civiche) che ambiva a trasformare la città lagunare nel vessillo di una ripartenza progressista. Complice anche il marcato calo dei partecipanti alle urne (affluenza scesa al 55,87 per cento), Venturini ha prevalso nettamente con oltre il 52 per cento dei consensi contro il 38 per cento di Martella. La chiave del successo del fronte conservatore è stata la scelta di un profilo giovane, rassicurante e poco divisivo, sostenuto con decisione sia dai partiti alleati sia dalla civica “Simone Venturini Sindaco”, primo schieramento cittadino con quasi il 31 per cento.

Se in Veneto la coalizione progressista lecca le ferite, in Toscana, a Prato, trova una fondamentale ancora di salvezza. La città arrivava al voto scossa da un grave scandalo corruttivo che aveva portato alle dimissioni dell’ex sindaca Ilaria Bugetti e al successivo commissariamento. Per arginare il tracollo reputazionale, il centrosinistra ha puntato sul ritorno all’esperienza, riproponendo Matteo Biffoni, già primo cittadino dal 2014 al 2024. Scelta premiata: Biffoni si è imposto con oltre il 55 per cento, contro il 28 per cento dello sfidante Gianluca Banchelli. Un esito che conferma come un radicamento amministrativo solido e una leadership riconosciuta possano attutire persino i contraccolpi giudiziari più duri.

Scendendo nel Mezzogiorno, le dinamiche di partito sfumano lasciando spazio a leadership territoriali molto forti. Emblematico il caso di Salerno, dove è tornato in scena Vincenzo De Luca. Trentatré anni dopo la sua prima elezione nel 1993, De Luca indossa nuovamente la fascia tricolore per la quinta volta, con una vittoria maturata già al primo turno. Particolarità non secondaria: si è presentato sostenuto da sette liste civiche, rifiutando il simbolo del Partito Democratico. Il Comune era stato temporaneamente retto da Vincenzo Napoli, dimessosi proprio per spianargli la strada. Il risultato certifica la potenza del “brand” politico di De Luca a livello locale e, insieme, evidenzia una distanza marcata rispetto alla narrazione unitaria dei vertici nazionali del suo campo.

La geografia del potere si ridisegna anche a Reggio Calabria, dove la coalizione progressista incassa un pesante rovescio. Dopo dodici anni, il centrodestra torna a guidare la città con l’affermazione del deputato e coordinatore regionale di Forza Italia, Francesco Cannizzaro. Un passaggio di consegne che chiude per logoramento la lunga stagione di Giuseppe Falcomatà e riaccende le ambizioni degli “azzurri”, intenzionati in Calabria a consolidare il proprio peso dentro le dinamiche di governo nazionali.

Nel complesso, il voto amministrativo consegna un quadro a più velocità: l’astensione come fattore dominante, affermazioni nette dove si innestano candidature credibili e radicate, e una crescente centralità delle leadership locali, spesso più persuasive dei simboli di partito. Un messaggio chiaro ai vertici nazionali, chiamati a ricucire il rapporto con gli elettori e a leggere il territorio non come un semplice riflesso di equilibri romani, ma come laboratorio politico autonomo e determinante.