L'INCHIESTA
Bisteccheria d'Italia, la Procura chiede alla Camera le chat tra Delmastro e Caroccia
Dalla società nata tra Biella e Roma alle conversazioni da acquisire alla Camera: il caso del ristorante entra in una fase decisiva
Il locale è lì, su via Tuscolana 452. L'insegna, la sala, i tavoli. E attorno, un'inchiesta che si stringe.
Il 27 maggio 2026 la Procura di Roma ha chiesto alla Camera dei deputati l'autorizzazione ad acquisire tutte le chat intercorse tra Andrea Delmastro e Mauro Caroccia. Non è un passaggio formale: è il segnale che la Direzione distrettuale antimafia vuole capire cosa si dicessero davvero i due uomini al centro della vicenda della Bisteccheria d'Italia, il ristorante romano finito al cuore di un'indagine per riciclaggio con aggravante mafiosa.
La società e il locale
La storia parte da una data precisa: tra il 16 e il 17 dicembre 2024, a Biella, viene costituita la Le 5 Forchette srl. Tra i soci compare Andrea Delmastro, ex sottosegretario alla Giustizia di Fratelli d'Italia, insieme ad altri esponenti piemontesi del partito. La quota rilevante e l'amministrazione della società risultano invece intestate a Miriam Caroccia, figlia di Mauro Caroccia.
È qui che la magistratura si concentra. Mauro Caroccia non è un nome qualunque: sta scontando una condanna definitiva a quattro anni per intestazione fittizia di beni con aggravante mafiosa, maturata nell'inchiesta «Affari di famiglia» sul sistema economico del clan Senese. Nelle motivazioni della sentenza, i giudici avrebbero ritenuto dimostrato l'interesse del clan nella gestione di precedenti ristoranti legati alla famiglia Caroccia, a partire dalla catena «Da Baffo». La ristorazione, in quel perimetro, non era contorno: era strumento.
L'ipotesi investigativa
Per la DDA di Roma, la nascita della Bisteccheria d'Italia non sarebbe un episodio isolato ma l'eventuale prosecuzione di una modalità già sperimentata: usare attività formalmente lecite per immettere nell'economia legale risorse di origine criminale. L'ipotesi contestata è che Mauro e Miriam Caroccia abbiano trasferito e reinvestito nella società proventi illeciti del clan Senese, anche nella fase di avviamento del locale. I numeri emersi finora — 10mila euro di capitale iniziale, circa 40mila spesi per arredi, attrezzature e lavori di allestimento — non provano da soli alcun reato. Ma, letti dentro il contesto investigativo, assumono per i pm un valore indiziario preciso.
Le chat e il nodo Delmastro
La richiesta di acquisire le conversazioni tra Delmastro e Caroccia serve a chiarire un punto che gli atti societari e le dichiarazioni pubbliche non riescono a sciogliere: chi sapeva cosa, chi decideva davvero, chi trattava sulle scelte della società. Una delle linee investigative già emerse punta a verificare se la titolarità formale delle quote coincidesse con quella sostanziale, o se dietro la facciata si muovessero altri soggetti.
Delmastro, che allo stato non risulta indagato in questo filone, davanti alla Commissione parlamentare Antimafia ha sostenuto di non aver compreso fino in fondo il profilo di Caroccia, parlando di una «leggerezza» politica e personale pagata a caro prezzo. La linea difensiva è netta: nessuna consapevolezza del coinvolgimento mafioso, nessun disegno criminale. Ma sono le chat — la frequenza dei contatti, il linguaggio, la familiarità, il livello di interlocuzione concreta — a poter confermare o smentire quella versione.
Il danno già fatto
Il caso ha già prodotto effetti politici tangibili. La vicenda della Bisteccheria d'Italia ha contribuito alle dimissioni di Delmastro dall'incarico di sottosegretario e ha travolto altri esponenti piemontesi di Fratelli d'Italia, aprendo uno scontro durissimo tra maggioranza e opposizioni. Alla Camera sono arrivate interrogazioni e mozioni; in Commissione Antimafia è stato avviato un ciclo di audizioni. Ma il danno più profondo è istituzionale: quando un esponente della Giustizia finisce associato, anche solo sul piano societario, a un contesto che la DDA descrive come possibile veicolo di riciclaggio mafioso, il problema smette di essere solo penale. Diventa una questione di filtri politici, di capacità di riconoscere i segnali — prima che lo facciano i magistrati.
Cosa cercano adesso i pm
L'indagine si muove su tre assi. Il primo è societario: chi controllasse davvero la Le 5 Forchette srl, chi mettesse i soldi, chi prendesse le decisioni. Il secondo è patrimoniale: seguire i flussi economici e verificarne la compatibilità con redditi e patrimoni dei soggetti coinvolti. Il terzo è relazionale: ricostruire i contatti tra i protagonisti per stabilire se dietro la narrazione del «semplice affare mal riuscito» ci fosse un livello di conoscenza più profondo.
Sarà la documentazione, più delle dichiarazioni, a dire se la Bisteccheria d'Italia fosse solo una cattiva avventura imprenditoriale o un tassello di una strategia di reinvestimento mafioso. Nel frattempo, una verità emerge già con chiarezza: in Italia le mafie non hanno sempre bisogno di nascondersi nei sotterranei. A volte aprono un locale, registrano una società, scelgono un'insegna patriottica e si siedono al tavolo con chi dovrebbe riconoscerle prima degli altri.
La domanda che resta aperta, feroce nella sua semplicità, riguarda tutti i protagonisti: quanto si può davvero non sapere?