LA GUERRA
Iran, la bozza che può riaprire Hormuz: cosa c’è davvero nell’intesa che Teheran agita e Washington non ha ancora firmato
Tra annunci prudenti, diplomazia parallela e interessi energetici globali, il possibile accordo tra Iran e Stati Uniti promette molto ma lascia aperti i nodi più esplosivi
Lo Stretto di Hormuz non è una rotta qualunque: è un interruttore geopolitico. E quando da Teheran filtra la notizia di una bozza di accordo iniziale — ancora non ufficiale — che in 30 giorni dovrebbe riportare il traffico commerciale ai livelli prebellici, il segnale riguarda i mercati, le flotte mercantili, i governi asiatici che dipendono dal greggio del Golfo e l'Europa, che pure da Hormuz importa meno direttamente ma ne subisce le conseguenze sui prezzi e sulle filiere.
La cautela è però obbligatoria. Si tratta di una bozza, non di un testo ratificato. Donald Trump ha sostenuto che un'intesa fosse «largamente negoziata», ma ha precisato che il blocco navale statunitense sarebbe rimasto in vigore fino a un accordo «raggiunto, certificato e firmato». Dal lato iraniano, media vicini ai Pasdaran hanno insistito che i punti più sensibili — fondi congelati, sanzioni, uranio altamente arricchito — restano aperti. Siamo davanti a una trattativa sulla forma della de-escalation, non a una pace.
Cosa prevede la bozza
La prima fase riguarderebbe il ritorno della navigazione commerciale nello Stretto entro un mese, insieme alla revoca o all'allentamento del blocco navale statunitense e al ritiro delle forze americane dalle aree considerate da Teheran troppo vicine al territorio iraniano. Il testo si collocherebbe dentro un percorso a tappe: cessazione delle ostilità, riapertura dello stretto, allentamento delle misure coercitive e solo dopo l'avvio del negoziato tecnico sul programma nucleare e sui missili balistici. Se il capitolo nucleare resta fuori dalla porta, l'accordo rischia di essere soltanto una tregua logistica.
Perché Hormuz conta così tanto
Secondo la U.S. Energy Information Administration, attraverso lo stretto sono transitati nel 2024 e nel primo trimestre del 2025 più di un quarto del commercio mondiale marittimo di petrolio. L'International Energy Agency stima che nel 2025 vi siano passati in media quasi 20 milioni di barili al giorno — circa il 25% del commercio marittimo mondiale di petrolio — oltre a una quota prossima al 20% del commercio globale di GNL. Numeri che spiegano perché ogni annuncio su Hormuz faccia muovere il prezzo del greggio nel giro di ore. Non si tratta soltanto del petrolio iraniano: a dipendere dallo stretto sono anche le esportazioni di Arabia Saudita, Iraq, Kuwait, Qatar, Bahrein ed Emirati Arabi Uniti. Rotte alternative via oleodotto esistono, ma la loro capacità è limitata: l'IEA valuta in 3,5-5,5 milioni di barili al giorno il potenziale massimo di deviazione.
La distanza tra annuncio e realtà
Una cosa è dichiarare che entro 30 giorni il traffico tornerà ai livelli precedenti alla guerra; altra cosa è farlo. A inizio maggio la circolazione nello stretto restava quasi paralizzata, con pochissime navi in transito e armatori come Hapag-Lloyd ancora privi di certezze sulle procedure di passaggio sicure. L'International Maritime Organization segnalava almeno 41 incidenti che avevano coinvolto navi nell'area tra Golfo Persico, Hormuz e Golfo di Oman, con circa 20.000 marittimi esposti ai rischi della crisi. Alcune stime parlano di un recupero molto graduale; valutazioni attribuite al gruppo energetico emiratino ADNOC ipotizzano che un ripristino completo dei flussi non si vedrebbe prima del 2027. «Riaprire» e «normalizzare» sono due cose diverse.
Il nodo nucleare, rimandato ma non risolto
Tutti i percorsi tornano lì. Le bozze fin qui emerse mostrano il tentativo di rinviare il dossier più esplosivo a una seconda fase, da negoziare in 30-60 giorni. Ma Reuters ha riferito che Teheran non avrebbe accettato di consegnare all'estero le proprie scorte di uranio altamente arricchito, mentre l'IAEA ha segnalato di non poter verificare pienamente stato, composizione e localizzazione dello stock iraniano per mancanza di accesso ai siti. Finché questo punto non viene chiarito, ogni allentamento del blocco sarà guardato con sospetto a Washington, a Tel Aviv e in parte del Congresso americano. Non a caso sono già emerse critiche secondo cui il testo, per come è stato descritto, rischierebbe di riprodurre l'equilibrio prebellico senza risolvere il problema di fondo.
Cosa cambia per l'Italia e per l'Europa
Se la bozza prendesse forma, i primi effetti sarebbero soprattutto finanziari: minore premio al rischio sul greggio, alleggerimento dei timori sulle forniture, riduzione della pressione su noli e assicurazioni marittime. Già sulle sole indiscrezioni di un possibile accordo, il Brent è sceso sotto i 100 dollari al barile. Ma un sollievo immediato sui prezzi non equivale a un ritorno rapido alla normalità: il mercato reagisce in ore, la logistica in settimane, la piena ricostruzione della fiducia in mesi. Per l'Italia, che osserva la crisi anche dal prisma mediterraneo, il tema tocca i costi dei trasporti, il prezzo dei carburanti e la stabilità di partner economici che dipendono dai flussi del Golfo. In uno scenario già segnato dalle rotte fragili nel Mar Rosso, ogni collo di bottiglia marittimo produce onde lunghe.
La bozza conta perché segnala che le parti stanno almeno discutendo una formula per riaprire il corridoio energetico più sensibile del pianeta. Ma non è ancora un accordo, non scioglie il nodo nucleare, non garantisce il ritorno ai livelli prebellici in 30 giorni. In Medio Oriente la differenza tra una svolta e un'illusione sta in una parola: verifica. Finché non arriveranno un testo condiviso, un annuncio congiunto e segnali tangibili sul mare — più navi, meno incidenti, assicurazioni che tornano a coprire il rischio — Hormuz resterà il luogo in cui la diplomazia si misura non sui comunicati, ma sul passaggio concreto delle petroliere.