Verso l'accordo
Trattativa al limite con l'Iran. Trump: «Stanno negoziando allo stremo. Teheran non può avere l'arma nucleare»
Il presidente Usa ha ribadito due elementi chiave: da un lato, la convinzione che l’Iran voglia chiudere un accordo; dall’altro, il fatto che Washington non consideri ancora accettabili i termini sul tavolo
Sull'accordo di pace con l’Iran, Trump continua ad essere categorico: «Il nostro avversario vuole fare un accordo, sta negoziando allo stremo, ma gli Stati Uniti non sono ancora soddisfatti», aggiungendo che "le trattative stanno andando molto bene. Stanno iniziando a darci le cose che devono darci; se lo faranno, sarà fantastico. E se non lo faranno, allora dovremo finirli".
E soprattutto: "Teheran non può avere l’arma nucleare". Una formula secca, aggressiva, perfettamente coerente con la linea politica della Casa Bianca, ma che nello stesso tempo segnala quanto il negoziato sia entrato in una fase estrema, in cui ogni parola serve a fare pressione sull’altra parte.
Il dato politico, però, è ancora più importante della dichiarazione. Perché le frasi di Trump non arrivano nel vuoto: si inseriscono in un contesto segnato da mesi di tensione, da colloqui mediati in Oman, da una guerra che ha già ridisegnato gli equilibri regionali e da una trattativa che, secondo diverse ricostruzioni convergenti, dovrebbe affrontare almeno due questioni inseparabili: la stabilizzazione del confronto militare e il futuro del programma nucleare iraniano. In altre parole, non si sta discutendo solo di un’intesa tattica. Si sta cercando di capire se esiste ancora uno spazio per un compromesso strategico.
Le parole di Trump e il messaggio che mandano
Nel resoconto diffuso da ANSA, Trump ha ribadito due elementi chiave: da un lato, la convinzione che l’Iran voglia chiudere un accordo; dall’altro, il fatto che Washington non consideri ancora accettabili i termini sul tavolo. Il presidente ha aggiunto di aver ricevuto “grande sostegno da altri Paesi”, un riferimento che lascia intendere un coordinamento internazionale almeno sul piano politico, se non operativo. La frase più rilevante, tuttavia, è quella finale: o gli Stati Uniti saranno soddisfatti, oppure “dovranno finire il lavoro”. È un linguaggio che conserva volutamente un’ambiguità minacciosa: non chiarisce quali siano le condizioni minime per l’intesa, ma fa capire che l’alternativa viene presentata come un ritorno alla coercizione.
Per chi segue i dossier mediorientali, il lessico conta quasi quanto i contenuti. Dire che l’Iran negozia “allo stremo” non significa solo descrivere una controparte in difficoltà; significa anche accreditare la narrativa della pressione efficace, cioè l’idea che l’uso combinato di forza militare, isolamento politico e leva economica abbia costretto Teheran a tornare al tavolo da una posizione indebolita. È la cornice che la Casa Bianca ha costruito in questi mesi: la campagna americana avrebbe raggiunto i suoi obiettivi essenziali, spingendo il regime iraniano verso un cessate il fuoco e verso un nuovo negoziato più favorevole a Washington.
Il nodo vero: uranio arricchito, ispezioni, verifica
Dietro la retorica politica, il cuore della crisi resta sempre lo stesso: chi controlla il programma nucleare iraniano e con quali garanzie. Le ricostruzioni di Reuters indicano che uno dei principali punti di scontro riguarda il destino delle scorte di uranio altamente arricchito accumulate da Teheran. Fonti iraniane riferite dall’agenzia hanno sostenuto che la leadership ha irrigidito la propria posizione, rifiutando l’idea di trasferire all’estero il materiale vicino alla soglia dell’uso militare. In questo quadro, uno dei punti più sensibili è proprio la gestione dell’uranio arricchito fino al 60%, livello che non equivale alla costruzione di una bomba ma che riduce drasticamente la distanza tecnica dal materiale fissile per uso bellico.
Su questo aspetto, il riferimento più solido resta l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica. Nei suoi rapporti e nelle sue comunicazioni pubbliche, l’IAEA ha ricordato che il programma iraniano aveva accumulato oltre 400 chilogrammi di uranio arricchito fino al 60%; in un documento del 2025 la quantità verificata risultava pari a 440,9 kg, un numero che continua a pesare enormemente in ogni discussione diplomatica successiva. L’agenzia ha anche sottolineato che la continuità di conoscenza sulle attività nucleari iraniane è stata compromessa dalla riduzione dei meccanismi di monitoraggio e dalla rimozione di apparecchiature di sorveglianza. In pratica: senza un ritorno pieno alle ispezioni, ogni accordo rischia di restare politico sulla carta e fragile nella sostanza.
È qui che il negoziato si complica. Per Washington, impedire all’Iran di ottenere un’arma nucleare non può significare soltanto fidarsi di impegni generici; servono verifica, tracciabilità, accesso degli ispettori e probabilmente un meccanismo di controllo molto più invasivo di quello che Teheran oggi sembra disposta ad accettare. Per l’Iran, invece, consegnare il proprio stock di uranio o accettare verifiche percepite come umilianti può apparire come una resa politica interna prima ancora che diplomatica. La distanza, insomma, non è solo tecnica: è identitaria, simbolica, di sopravvivenza del potere.
Oman, mediazioni e trattative in chiaroscuro
Non è un caso che il negoziato continui a ruotare intorno all’Oman, uno dei pochi attori regionali che negli anni ha mantenuto canali credibili con entrambe le parti. Già all’inizio di febbraio 2026, fonti statunitensi e iraniane confermavano colloqui a Muscat, con un’agenda però contestata fin dall’avvio: per gli Stati Uniti la discussione doveva comprendere anche aspetti più ampi della minaccia iraniana; per Teheran, il perimetro doveva restare concentrato sul nucleare. Questa divergenza iniziale aiuta a capire perché, mesi dopo, il negoziato sia ancora in bilico. Se le parti non concordano nemmeno del tutto su cosa si stia negoziando, è difficile immaginare un’intesa rapida e lineare.
Le informazioni circolate nelle ultime settimane descrivono un lavoro diplomatico intenso ma opaco, con bozze, controproposte e ipotesi di intese temporanee. Alcune ricostruzioni parlano di lettere d’intenti, di fasi transitorie di 30 giorni, di scambi graduali tra de-escalation militare, riapertura dello Stretto di Hormuz e avvio di un negoziato più strutturato sul nucleare. Altre fonti, però, segnalano che parti di queste bozze sarebbero state smentite o considerate premature dalla stessa Casa Bianca. In questo intreccio di indiscrezioni, l’unica certezza è che il dossier non è chiuso: è ancora in formazione, e probabilmente soggetto a revisioni continue.
Perché Hormuz pesa più di una frase
Ogni volta che il confronto con l’Iran si avvicina a un punto critico, sullo sfondo riappare sempre lo Stretto di Hormuz. Non è un dettaglio geografico: è una cerniera energetica globale. Se la trattativa con Teheran viene collegata, anche indirettamente, alla sicurezza di quello snodo marittimo, allora il dossier smette di riguardare solo il nucleare e torna a toccare petrolio, trasporti, assicurazioni, prezzi dell’energia e stabilità dei mercati. Per questo la frase di Trump sul “grande sostegno da altri Paesi” va letta anche in chiave economica: molti partner degli Stati Uniti hanno un interesse diretto a evitare nuove interruzioni in quell’area.
La stessa amministrazione americana, in documenti e comunicazioni ufficiali dei mesi scorsi, ha insistito sul fatto che il cessate il fuoco e la riapertura di Hormuz rappresentano risultati centrali della propria strategia. Ma il punto decisivo è un altro: se la sicurezza dello stretto viene usata come merce di scambio negoziale, allora l’Iran conserva ancora un elemento di leva, nonostante l’indebolimento militare evocato da Washington. Ed è proprio questa ambivalenza a rendere il negoziato così instabile: gli Stati Uniti vogliono presentarsi come parte dominante, ma hanno comunque bisogno che Teheran collabori su dossier che nessuna campagna militare può regolare da sola in modo duraturo.
La fragilità del potere iraniano e il rischio di irrigidimento
Un altro elemento spesso sottovalutato riguarda la situazione interna iraniana. Diverse analisi e ricostruzioni attribuite a Reuters segnalano che i colpi subiti dalla catena politico-militare della Repubblica islamica hanno complicato il processo decisionale a Teheran. In assenza di una leadership pienamente lineare e incontestata, la negoziazione può diventare più difficile, non più facile. Un potere indebolito, infatti, non sempre concede di più: talvolta si irrigidisce proprio per non apparire sconfitto. È un classico delle crisi autoritarie.
Questo spiega perché l’idea di un’intesa imminente vada trattata con prudenza. Il fatto che l’Iran voglia evitare un’escalation ulteriore non implica automaticamente che sia pronto ad accettare tutte le condizioni americane. E il fatto che Trump rivendichi un vantaggio negoziale non significa che disponga già di una formula risolutiva. Le trattative “allo stremo”, per loro natura, possono produrre due esiti opposti: un compromesso last minute oppure un collasso improvviso. Nel linguaggio diplomatico, la vicinanza all’accordo e la vicinanza alla rottura spesso coincidono.
La linea americana: deterrenza, consenso interno e messaggio agli alleati
Le dichiarazioni del 27 maggio 2026 parlano anche alla politica interna americana. Quando Trump dice che l’Iran non può avere l’arma nucleare, non sta solo fissando una linea negoziale: sta riaffermando un principio identitario della propria presidenza. La Casa Bianca ha ripetuto più volte, in note ufficiali e materiali divulgativi, che l’obiettivo rimane impedire in modo definitivo a Teheran di dotarsi di capacità nucleari militari. La coerenza del messaggio serve a mostrare fermezza agli alleati, ma anche a blindare il consenso domestico intorno a una posizione facilmente comprensibile dall’elettorato: trattare sì, cedere no.
C’è poi un secondo destinatario del messaggio: i partner regionali e occidentali che guardano con diffidenza a qualsiasi accordo percepito come troppo morbido. Sottolineare che gli Stati Uniti “non sono ancora soddisfatti” serve anche a rassicurarli: nessuna fretta, nessuna firma a ogni costo, nessun compromesso presentato come storico se non contiene garanzie sufficienti. In questo senso la durezza verbale di Trump può essere letta come una forma di gestione simultanea di più tavoli: negoziare con l’Iran, rassicurare gli alleati, contenere le critiche interne e mantenere aperta la minaccia credibile dell’alternativa militare.
Che cosa può succedere adesso
Nello stato attuale delle informazioni disponibili, lo scenario più plausibile non è quello di una soluzione definitiva immediata, ma di una fase intermedia: un’intesa parziale, temporanea, magari costruita su ispezioni rafforzate, impegni iniziali sul materiale arricchito e misure di de-escalation graduale. Resta però un punto decisivo: senza un ruolo forte dell’IAEA e senza un meccanismo verificabile, qualsiasi annuncio rischia di essere più politico che sostanziale. E in Medio Oriente gli accordi non verificabili hanno una durata brevissima.
Per i lettori europei, e italiani in particolare, la vicenda non è affatto lontana. Dalla stabilità di Hormuz dipendono prezzi, forniture, noli marittimi, assicurazioni e una parte non marginale della serenità energetica internazionale. Ma c’è un aspetto ancora più importante: il modo in cui si chiuderà, o non si chiuderà, questa trattativa dirà molto sulla capacità dell’ordine internazionale di gestire la proliferazione nucleare in un’epoca di guerre intermittenti, deterrenza fragile e diplomazia sempre più personalizzata.
Per ora, l’unica conclusione solida è questa: quando Trump dice che l’Iran tratta “allo stremo”, descrive forse una realtà, ma sta anche costruendo una cornice negoziale. E quando aggiunge che gli Stati Uniti non sono ancora soddisfatti, ammette implicitamente che l’accordo non c’è ancora. La partita vera, dunque, non si gioca nelle formule a effetto, ma in ciò che accadrà nelle prossime settimane tra dossier nucleare, verifiche internazionali e margini politici di un regime che non vuole apparire sconfitto e di una Casa Bianca che non può permettersi di sembrare indulgente. In mezzo, come sempre, c’è il mondo intero.