Aggiungi La Sicilia come fonte preferita English Version Translated by Ai
28 maggio 2026 - Aggiornato alle 00:16
Aggiungi La Sicilia come fonte preferita su Google
×

lo scenario

"Posso resistere più a lungo dell'Iran": l'azzardo di Trump che tiene in ostaggio Hormuz (con vista sulle midterm)

Nessuna concessione sul nucleare in cambio della riapertura dello stretto. Washington scommette sul collasso di Teheran, ma l'inflazione energetica spaventa l'America

27 Maggio 2026, 22:24

22:30

"Posso resistere più a lungo dell'Iran": L'azzardo di Trump che tiene in ostaggio Hormuz (con vista sulle midterm)

“Posso resistere più a lungo dell’Iran.” È questo il messaggio, implicito ma ripetuto a ogni smentita e presa di posizione, che l’amministrazione Trump invia a Teheran nella complessa contesa sullo Stretto di Hormuz.

Quel tratto di mare non è un dettaglio tattico: è il principale collo di bottiglia petrolifero del pianeta, da cui potrebbero transitare circa 20 milioni di barili al giorno nel 2025, oltre a flussi cruciali di gas naturale liquefatto.

Oggi quel corridoio è divenuto il teatro di una logorante prova di resistenza psicologica, economica e politica.

Nelle ultime settimane l’Iran ha tentato di imporre il ritmo della crisi, lasciando trapelare ai media di Stato una bozza di intesa in tre fasi: riapertura del traffico commerciale, consolidamento del cessate il fuoco e, solo in seguito, l’avvio di un negoziato più ampio.

La replica della Casa Bianca è stata immediata e perentoria, bollando quel testo come una totale “invenzione”.

Non una pignoleria tecnica, ma un atto di forza: Washington rifiuta di apparire come chi cede per urgenza e non intende scorporare il nodo essenziale del programma nucleare iraniano e dell’uranio arricchito in cambio di una rapida riapertura marittima.

Circola l’ipotesi di una finestra di 60 giorni per riattivare lo Stretto e rinviare il dossier atomico a una fase successiva.

Per gli Stati Uniti, tuttavia, barattare un sollievo economico temporaneo con un’intesa parziale equivarrebbe a manifestare debolezza e a rassegnarsi a trattare secondo le scadenze dettate dall’Ayatollah.

Il presidente americano ha quindi scelto il gioco d’attesa, confidando che l’economia iraniana, già messa in ginocchio dalle sanzioni, crolli ben prima che a Washington maturi la necessità di un compromesso.

Questa narrativa del “posso resistere di più” si scontra però con la realtà del fronte interno statunitense. Trump ha dichiarato di “non preoccuparsi delle elezioni di metà mandato” del 3 novembre 2026: una scelta comunicativa studiata per mostrarsi come un leader disposto a pagare qualsiasi prezzo politico pur di non subire ricatti da Teheran.

Eppure, nel Partito Repubblicano cresce l’allarme per gli effetti di questa sfida di nervi: un conflitto prolungato o un negoziato in stallo rischiano di erodere il consenso della classe media e delle periferie residenziali, già colpite dall’inflazione alimentare e dall’impennata dei prezzi dell’energia innescata dal blocco.

La fragilità del processo negoziale emerge anche dalle oscillazioni comunicative della Casa Bianca: da un lato il presidente parla di accordi “in larga parte già negoziati” per rassicurare i mercati, dall’altro smentisce con durezza ogni indiscrezione per non apparire troppo conciliante agli occhi dell’elettorato conservatore.

Un canale di dialogo tra le due potenze esiste, ma le smentite pubbliche sono strumenti di pressione: quando le capitali litigano alla luce del sole, non interrompono i colloqui, tracciano i confini di un campo di battaglia in cui chi arretra per primo perde tutto. E, nonostante i rischi elettorali, la Casa Bianca continua a puntare sulla propria capacità di resistere più a lungo dell’avversario.