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il conflitto

Hormuz sminato e 24 miliardi sul piatto: cosa c'è nell'intesa tra Usa e Iran e perché Trump non ha firmato

Ecco il memorandum per disinnescare la guerra. L'uranio nel mirino e la minaccia Usa all'Oman sui dazi marittimi, mentre il Centcom denuncia nuove violazioni della tregua

28 Maggio 2026, 20:27

20:30

Hormuz sminato e 24 miliardi sul piatto: cosa c'è  nell'intesa tra Usa e Iran e perché Trump non ha firmato

Dopo settimane di estenuanti trattative, segnate da brusche frenate e improvvise accelerazioni, i delegati di Stati Uniti e Iran hanno messo a punto una bozza di accordo per porre fine al conflitto. Teheran ha già manifestato la propria disponibilità a sottoscriverla; il documento è ora a Washington in attesa della firma più pesante: quella di Donald Trump. Il presidente americano ha però annunciato di volersi prendere “qualche giorno” di riflessione prima della decisione finale, suscitando allarme nella Repubblica islamica che, per voce di un suo parlamentare, teme l’imprevedibilità del tycoon e la sua scarsa affidabilità nel mantenere gli impegni.

Nel tentativo di accelerare il percorso, il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, incontrerà a breve nella capitale statunitense il mediatore e ministro degli Esteri pachistano, Ishaq Dar. Sul terreno, tuttavia, la tregua resta fragile. Nella notte tra mercoledì e giovedì si è registrato un nuovo botta e risposta nel Golfo Persico: le forze americane hanno abbattuto droni iraniani nello Stretto di Hormuz e colpito un obiettivo militare a Bandar Abbas, nel sud dell’Iran. I Pasdaran hanno reagito lanciando missili e velivoli senza pilota contro una base statunitense nella regione, attacco poi intercettato nei cieli del Kuwait. Il Centcom ha definito l’episodio “una grave violazione del cessate il fuoco”, a conferma di una tregua sempre più appesa a un filo.

Il memorandum in attesa del via libera presidenziale poggia su alcuni pilastri essenziali. Prevede anzitutto una proroga di 60 giorni del cessate il fuoco, durante i quali si dovrà negoziare sul programma nucleare iraniano. Nodo centrale è lo smaltimento dell’uranio altamente arricchito — che Washington vorrebbe prelevare e distruggere — in cambio della rinuncia di Teheran all’arma atomica e della piena supervisione da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea). Sul versante marittimo-commerciale, l’Iran dovrà sminare lo Stretto di Hormuz entro 30 giorni per garantire un transito navale illimitato e privo di pedaggi. Parallelamente, gli Stati Uniti rimuoveranno gradualmente il blocco navale dei porti iraniani. Dalla gestione del traffico è stato escluso l’Oman, cui il Tesoro americano minaccia sanzioni dirette nel caso in cui favorisse, di concerto con Teheran, l’imposizione di dazi marittimi. Sul tavolo figurano inoltre lo sblocco progressivo di 24 miliardi di dollari di beni iraniani congelati e la cessazione delle sanzioni statunitensi.

A complicare il quadro si aggiunge la variabile israeliana e il fronte libanese. Benyamin Netanyahu, in rotta con la diplomazia di Washington, appare determinato a sabotare il negoziato tra l’alleato americano e l’arcinemico iraniano. Ignorando i veti degli Stati Uniti — timorosi di un nuovo massacro di civili come quello di aprile — Israele ha ampliato l’offensiva contro Hezbollah, tornando a colpire Beirut. Un raid mirato delle Forze di difesa israeliane ha centrato l’abitazione di un comandante iraniano nella periferia sud della capitale libanese, mentre altri attacchi nel sud del Paese hanno provocato 14 vittime, tra cui alcuni bambini. Netanyahu non arretra nemmeno su Gaza e di fatto sconfessa la tregua di ottobre che prevedeva un ritiro graduale: “Controlliamo il 60% della Striscia, ma puntiamo al 70%”, ha dichiarato il premier. Una sortita che rischia di incendiare definitivamente un Medio Oriente in cui la pace sembra ridursi a una breve parentesi tra due guerre.