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medio oriente

Accordo Iran-Usa in bilico: Trump non firma, negoziati proseguono

Dopo due ore di vertice, nessuna decisione sulla bozza di accordo. Divergenze su nucleare, sanzioni e Stretto di Hormuz rallentano la chiusura

29 Maggio 2026, 17:54

21:26

Trump annuncia la revoca del blocco navale nello Stretto di Hormuz: «Decisione definitiva sull’Iran»

Ancora nessuna decisione sull’Iran. Dopo oltre due ore nella Situation Room con i suoi più stretti consiglieri, Donald Trump non ha sciolto le riserve sull’adesione al memorandum di intesa, la cosiddetta Dichiarazione di Islamabad, concordata dai suoi negoziatori. Sebbene un accordo appaia vicino — secondo fonti citate dal New York Times — restano nodi irrisolti, incluso lo sblocco dei fondi iraniani congelati. Il dossier, dunque, resta aperto e le trattative proseguono.

Malgrado l’assenza di una scelta definitiva, i mercati finanziari marciano al rialzo scommettendo su un via libera, mentre il petrolio arretra verso i 90 dollari intravedendo una schiarita. A sostenere il sentiment sono state le parole pubblicate dal tycoon su Truth, prima del conclave con i suoi consiglieri: le navi statunitensi impegnate nel blocco dello Stretto “possono avviare la procedura per fare ritorno a casa. Salutate da parte mia le vostre mogli, i vostri mariti, i vostri genitori e le vostre famiglie”.

Teheran ha replicato a stretto giro, sfidandolo proprio su Hormuz. “La gestione dello Stretto da parte dell’Iran si è ormai consolidata a livello internazionale”, ha tuonato Ebrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la Sicurezza Nazionale del Parlamento iraniano. “Di tanto in tanto manda il suo esercito ad aprire lo stretto. Arrivano, vengono sconfitti e tornano indietro”, ha aggiunto. Poche ore più tardi l’agenzia Fars, vicina ai Pasdaran, ha bollato la versione americana come “un misto di verità e menzogne”.

In un lungo messaggio su Truth, prima di entrare nella Situation Room, Trump ha ribadito le proprie linee rosse, tra cui la riapertura immediata dello Stretto “senza pedaggi e senza restrizioni. Tutte le mine devono essere rimosse. L’Iran deve accettare che non avrà mai l’arma nucleare. La polvere nucleare sarà distrutta”, ha insistito il commander-in-chief, toccando i due dossier più sensibili del negoziato, quelli su cui le trattative si sono più volte arenate facendo tornare a spirare venti di guerra.

Nelle stesse ore il vicepremier e ministro degli Esteri del Pakistan, Mohammad Ishaq Dar, è volato a Washington e ha incontrato il segretario di Stato in vista della riunione decisiva. Marco Rubio lo ha ringraziato per gli sforzi compiuti nel cercare una soluzione al conflitto. Islamabad è il principale facilitatore tra Stati Uniti e Iran e, negli ultimi giorni, è stata affiancata dal Qatar per accelerare sul memorandum e allontanare lo spettro di una guerra.

Il protocollo d’intesa, ancora privo delle firme di Trump e della guida suprema Mojtaba Khamenei, prevede una proroga di 60 giorni della tregua, durante i quali dovranno avviarsi colloqui sul programma nucleare iraniano. Le bozze finali circolate a Washington e Teheran presentano alcune divergenze, ma non sembrano distanti, nonostante le ripetute smentite pubbliche. I Pasdaran hanno più volte contestato le indiscrezioni statunitensi sull’uranio, mentre la Casa Bianca ha esortato a diffidare dei media di Teheran.

Nei 60 giorni successivi alla firma, Stati Uniti e Iran dovranno definire una road map per lo smaltimento dell’uranio altamente arricchito iraniano, che Trump vuole a tutti i costi “distruggere”. Sul tavolo anche un possibile allentamento delle sanzioni americane e il rilascio dei fondi congelatifondo di investimento che potrebbe arrivare a 300 miliardi di dollari per la ricostruzione. Entrambe le capitali puntano alla firma. Forte di aver resistito agli attacchi statunitensi, pur con un regime indebolito, l’Iran ha bisogno di risorse per sostenere l’economia.

A Trump, invece, serve un’intesa per voltare pagina in vista delle elezioni di metà mandato: il calo di petrolio e benzina darebbe ossigeno agli americani e contribuirebbe a raffreddare l’inflazione. Il prezzo politico, però, rischia di essere elevato. Il memorandum rinvia i nodi più spinosi e, stando alle bozze, non centra gli obiettivi fissati dal tycoon lanciando “Epic Fury”. Non abbastanza, dunque, per rivendicare un successo pieno o un accordo migliore di quello del suo antagonista Barack Obama. Un’intesa debole renderebbe la guerra ancor più invisa all’opinione pubblica e rischierebbe di aprire una frattura con i falchi repubblicani, da tempo in pressing per un attacco finale contro Teheran: un mix potenzialmente esplosivo a ridosso del voto di novembre.